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American Animals

American Animals – Il brillante heist movie di Bart Layton | Recensione

  • di Mattia Pozzoli
  • 8 Marzo 2019
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American Animals è il primo film diretto da Bart Layton, già rispettato documentarista. E’ un esperimento, un ibrido che nasce dalla volontà di unire le esigenze proprie del cinema d’intrattenimento a quelle della ricostruzione autentica e sincera di una storia vera. Per poi, in ultima battuta, rimettere tutto in discussione.

American Animals racconta una delle più audaci e sorprendenti rapine della storia americana, organizzata da un gruppo di insospettabili studenti universitari ai danni della biblioteca del campus. Una vicenda tragicomica, lo specchio di una generazione allo sbando. Per metterla in scena, Bart Layton ha optato per un tono leggero e scanzonato, simile allo spirito con cui i protagonisti affrontano l’ideazione del loro piano criminoso. I rapinatori citano i classici della cinematografia, si approcciano con ingenuità e fiducia malriposta all’organizzazione di quella che sembra essere, a tutti gli effetti, una grande avventura. Una grande avventura, è chiaro fin dai primi minuti, finita male. Malissimo. Lentamente, l’agrodolce si fa largo, diventa sempre più amaro, fino a colpire allo stomaco lo spettatore che, inconsciamente, si è immedesimato con una banda di rapinatori. Una banda di rapinatori esistita davvero, e terribilmente umana. Una sensazione acuita dallo stile peculiare con cui Layton ha diretto la pellicola, rispolverando la sua esperienza nella realizzazione di documentari.

Il film, difatti, alterna la narrazione tipicamente cinematografica, con tanto di regia, sceneggiatura e attori, ad interviste rivolte ai veri protagonisti della vicenda. Questi ci traghettano nelle loro memorie, nel ricordo nostalgico della loro vicenda strampalata, e molto presto emerge quello che è forse l’aspetto più interessante dell’operazione: non sono narratori attendibili. Non tutti ricordano allo stesso modo. C’è chi rammenta un dettaglio, chi lo nega fortemente. Realtà e finzione si confondo, nella decostruzione totale del genere “storia vera”. Come distinguere nettamente la verità, senza essere stati testimoni diretti dell’accaduto? Possiamo accontentarci soltanto di racconti parziali, di punti di vista soggettivi. Un concetto che vale tanto per bio-pic con pretese di oggettività, quanto per un reportage giornalistico. La verità è composta dalla somma delle parti, dall’esclusione dell’improbabile a favore del probabile. Difficile scindere tra le due cose, in questo caso. Le risposte non sono, infatti, né scontate, né banali.

Sarebbe facile giudicare male questi ragazzotti di buona famiglia, vissuti nella bambagia a tal punto da voler architettare un piano criminoso per provare qualche brivido. Ma il problema è più profondo, e va cercato alla radice di una generazione individualistica, che si dispera nel tentativo di realizzarsi. I membri della strampalata gang vivono passivamente, senza che all’orizzonte si profilino esperienze interessanti. Decidono, allora, di crearsene una da soli. Non sono mossi da brama di soldi e potere. Vogliono innalzarsi dalla routine quotidiana, e dare un senso alla propria esistenza. Una ricerca di senso senza fine in cui tutti possono riconoscersi. E’ impossibile non “tifare” per questi ragazzi goffi, imbranati, e che non vogliono far male a nessuno. Sarà dunque grande la tensione quando, inevitabilmente, tutto comincerà ad andare a rotoli, in una serie di colpi di scena grotteschi, eppure molto plausibili. Forse reali. Di colpo, le risate diventano nervose. Layton lascia da parte la regia citazionista, che ricalca e parodizza i capolavori del genere heist movie, per mostrare in modo asciutto l’incedere di un’azione sconsiderata. La tensione viene orchestrata perfettamente, e all’improvviso non si ride più. Il sogno di rivalsa si infrange. Restano solo i cocci da raccogliere, e la lenta e dolorosa ricostruzione. Tutte sensazioni e stati d’animo che vengono trasmessi in modo efficace anche grazie all’ottima prova attoriale dei giovani interpreti.

Su tutti spicca Evan Peters, il Quicksilver della saga degli X-Men targata Fox. Suo il compito più difficile: rendere simpatico un personaggio che, a pelle, è davvero insopportabile. Eppure, sarà il suo carisma naturale e la sua intraprendenza a farlo diventare, a dispetto di ogni barlume di sensatezza, il leader del gruppo. A fargli da spalla, il vero protagonista del film, ovvero l’insicuro Spencer, interpretato da Barry Keoghan. L’alchimia tra i due attori è evidente e coinvolgente per tutta la durata della pellicola. Poco spazio per i restanti membri della gang, che forse avrebbero meritato un maggior approfondimento. Giusta la scelta, invece, di non dedicare alcuno scampolo di minutaggio alle indagini della polizia. Il focus resta sempre sui protagonisti, e sul loro personale, parziale, punto di vista. “American Animals” è un curioso esperimento. Alcuni lo definirebbero docu-fiction. A sorpresa, più che il racconto di una rapina, è la cronaca di un folle progetto guidato da un sogno, che si deve scontrare con l’amara realtà. Ma c’è una flebile speranza all’orizzonte: la possibilità di imparare dai propri errori e rimediare.

American Animals è una docu-fiction che non sa di esserlo, un film tratto da una storia vera che dissacra i canoni del genere. Non è soltanto un mero esercizio di stile, però. Il racconto di un’improbabile rapina diventa il ritratto di una generazione alla disperata ricerca di sé stessa. Tra citazioni, gag mai fuori posto e personaggi riusciti, lo spettatore entra a far parte della gang, terminando la visione con grande malinconia.

American Animals

“American Animals” è una docu-fiction che non sa di esserlo, un film tratto da una storia vera che dissacra i canoni del genere. Non è soltanto un mero esercizio di stile, però. Il racconto di un’improbabile rapina diventa il ritratto di una generazione alla disperata ricerca di sé stessa. Tra citazioni, gag mai fuori posto e personaggi riusciti, lo spettatore entra a far parte della gang, terminando la visione con grande malinconia.
8.5
Sorprendente
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