April 20, 2018
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Black Mirror 3×05 – Gli Uomini e Il Fuoco

  • da Federico Di Crescenzo
  • 28 dicembre 2017
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La quinta puntata della terza serie della serie antologica di Charlie Brooker è Man Against Fire, in italiano Gli Uomini e Il Fuoco, e ci presenta una formula nuova, persino per Black Mirror che ci ha abituato a preziosismi non di poco conto. Un episodio in pieno contrasto con l’episodio precedente, San Junipero, in cui ci viene prospettato un futuro sempre più dipendente dalle macchine ma non per questo meno colmo di anima e d’amore (diciamocelo, nessuno può odiare quella puntata). Qui la realtà dipinta è una delle peggiori che si possano prevedere, un mondo in guerra e una componente umana totalmente soggiogata. Per molti aspetti ricalca uno dei miei preferiti delle vecchie puntate, 15 Milioni di Celebrità: la società come la conosciamo noi non esiste più, e il nostro protagonista cerca di ritrovare l’umanità persa districandosi all’interno di un sistema congegnato per appiattire le coscienze, fallendo.

In questo episodio Brooker compie un esperimento fino ad ora inedito: se nelle scorse puntate il suo lavoro si è basato sull’esasperazione di una tecnologia reale o dell’uso che noi, qui ed ora, ne facciamo di essa, in Man Against Fire la formula poggia sull’incrocio tra la realtà odierna, in questo caso della corsa cinica e ossessiva al miglioramento delle tecniche di guerra dei grandi Governi, e una tecnologia che lui stesso ha “inventato” nell’episodio 1×03, The Entire History of You. Il risultato è un’episodio decisamente solido dal punto di vista visivo, tematico e di sceneggiatura, nonchè uno dei più calzanti al’interno della filosofia di Black Mirror nonostante l’ambientazione sia molto distante dal reale.

Per chiunque ne abbia bisogno, la sinossi è nello spoiler!

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C’è da dirlo, è una puntata che personalmente mi ha colpito, sebbene manchi un po’ dell’immersione dello spettatore per ovvi motivi. L’intreccio è funzionale al plot twist, anche se c’è da dire che se al momento della rivelazione sale improvvisamente la voglia di rivedere l’episodio con occhi nuovi, tutto ciò si smonta nel momento in cui lo psicologo mostra i footage. Scelta giusta per quanto riguarda la consistenza della sua minaccia finale, sbagliatissima per lo spettatore, ma sono scelte autoriali e le accettiamo. E’ interessante vedere, come dicevo prima, come Brooker abbia buttato di nuovo nell’impasto qualcosa da lui creato, mettendo quindi nel circolo di cause ed effetti ciò che lui stesso aveva indicato come punto di arrivo ma mai come punto d’inizio, e spero che si ripeta in futuro. Certo, la cosa può puzzare di autocitazionismo, e tant’è, ma il risultato è tutt’altro che sgradevole.

Per quanto riguarda il comparto tecnico nulla da sindacare se non forse nelle musiche, spesso troppo poco incisive, per il resto il lato visivo della puntata funziona, il regista Jakob Verbruggen (In Bruges) non si allinea alla regia tipica dei war-movie rimanendo pulito ed efficace, regalando allo spettatore un’ottima resa visiva anche se poco “british”, a conferma della svolta dovuta al cambio di emittente. La CGI, che in questa stagione è davvero altalenante, qui sortisce il suo effetto, ce n’è poca ed è utilizzata in modo intelligente, questo basta. Parlo a voi, Playtest e Hated In The Nation.

La puntata dura poco se messa in relazione ai contenuti trattati, ma è da apprezzare il lavoro di narrazione su più livelli che autore, regista e attori hanno messo su in un’ora di screentime. La realtà rappresentata è estremamente tridimensionale, si parte da una realtà consolidata e conosciuta come quella dell’ambiente militare e si svela pezzo per pezzo tutto ciò che la circonda, rivelando una situazione complessa con poche, pochissime scene. Non solo sappiamo che la società è spaccata tra civili e Scarafaggi a causa di una guerra mondiale come ci spiega il personaggio di Catarina, sappiamo per esempio che l’esercito è il corpo armato di un’azienda o al massimo di un protocollo governativo (lo si intuisce dal cartellone pubblicitario, lo Stato di per sè non avrebbe bisogno di sponsorizzare nulla a meno che non sia qualche programma a cui aderire); Il popolo è spaccato in almeno tre parti diverse visto che oltre alle due citate sopra c’è anche la fetta di civili regolari da cui proviene Stripe visto che nel video d’arruolamento ha vestiti normali e ben puliti; I tre livelli su cui si distribuisce la popolazione sono ben separati ed ostracizzati, tanto da non parlare neanche più la stessa lingua e avere la necessità di un traduttore; La società più altolocata ha perso totalmente il distacco dalla natura, vediamo come uno dei soldati, alla fine della prima missione, rimane senza parole a fissare il falco in cattività, come se a malapena sapesse della loro esistenza. Insomma, è facile notare da pochissimi dettagli come sia profonda e complessa la storia a cui stiamo assistendo.

Il sistema MASS è sicuramente qualcosa di cui temere, e se ci riflettiamo per bene Charlie Brooker non l’ha esattamente tirato fuori dal cilindro. Il discorso di Arquette nell’ultimo atto dell’episodio non è casuale: i dati da lui esposti sono presi da libri realmente esistenti e nella “recommended reading list” del corpo dei marine Americano, quali (per l’appunto) Man Against Fire: The Problem Of Battle Command del Generale S.L.A. Marshall, scritto post-Seconda Guerra Mondiale, e On Killing: The Psychological Cost of Learning to Kill in War and Society di Dave Grossman, in cui si sottolinea come l’essere umano sia in realtà reticente ad uccidere, e afferma che nell’addestramento militare sia necessario un addestramento mirato a rompere questa resistenza innata con lo scopo di formare un soldato efficiente, metodo utilizzato nella Guerra del Vietnam. Il MASS è la possibilità di evoluzione più negativa che una filosofia militare del genere può avere, la totale disumanizzazione, non tanto del soldato, quanto del nemico. Nient’altro che Black Mirror, applicato alle warfare technologies. 

Esistono frasi ed aforismi su internet che ricalcano una delle radici che Man Against Fire utilizza, il concetto di base è che le guerre non hanno fine perché non si è in grado di dire “mi arrendo” nella lingua del tuo nemico. Sul piano pratico il MASS non fa altro che applicare questo concetto isolando qualsiasi input che coloro che vengono cacciati possano provare a dare verso i cacciatori, trasformati in vere e proprie macchine. Per non parlare del premio: niente medaglie, riconoscimenti o denaro, il premio è l’Eros, l’esperienza sensoriale, che di giorno viene loro totalmente preclusa, durante il sonno, in cui possono immaginare il migliore dei mondi. E’ palese a questo punto vedere come il dito, che Brooker all’inizio puntava solo sul corpo militare, sia direzionato ora verso il mercato dell’illusione, della propaganda commerciale che attraverso sentimenti preconfezionati e sensazioni volatili compra la nostra fedeltà a discapito della libertà e dell’uguaglianza.

Black Mirror – La tecnologia secondo Charlie Brooker

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