July 16, 2018
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Un marsupiale di nome Crash – Maratona Dr. Coo

“Un giorno mi è capitato, per caso, di incontrare, sulla strada per casa, un tipo davvero strano. Delirava, palesemente ubriaco di liquore, e si sprecavano le varie frasi insensate che riuscivano a uscire dalle sue labbra screpolate. Quando gli passai vicino, notai come, pur con la testa leggermente inclinata e uno sguardo strabico, mi stesse squadrando.
-Sai una cosa figliolo? Nella commedia c’è una sola regola.
Al sentire tale asserzione, mi limitai, lo ammetto ero giovane, a tentare la sorte:
-Immagino si riferisca alla nozione che, di base, la comicità nasca dal dolore, di qualunque tipo esso sia.
Dopo una leggera spernacchiata (ahimè piuttosto rumorosa), mi rispose con un certo scherno.
-Bah! Non citarmi libri a memoria, ragazzo! La verità è una sola! Più ovvia è la battuta, più questa deve essere usata!”

Dopo questa ‘perla’ di saggezza, l’uomo si volatilizzò lasciando nell’aria un olezzo congiunto di cipolla e umanità.

Dr Coo in Incontri ravvicinati del 5o tipo.

Lo ammetto, di recente ho pensato e ripensato molto a queste parole. Sono passati diversi anni dal mio incontro con tale maestro eppure, bisogna proprio dirlo, il suo discorso fila ancora oggi.
Cosa voglio dire con questo?

Finora, in qualità di DICO (Dottore intergalattico censimento-ossessionato) autorizzato, ho presentato dei videogiochi piuttosto sconosciuti, nella speranza di invogliare i poveri stolti, sempre intenti nel frivolo guerreggiare moderno o nelle partite a calcio virtuali, a provare emozioni nuove, o per meglio dire vecchie, che potessero essere loro sfuggite. Ma, come sospettavo, i vizi sono difficili da eliminare. Splinter Cell, Gabriel Knight o Zak Mckracken non sono titoli per tutti. Non attizzano la morta fantasia del videogiocatore moderno, ormai anestetizzato da pulviscoli atmosferici virtuali e frivolezze. C’è bisogno di un eroe colorato, c’è bisogno di qualcuno che catturi l’attenzione di queste nuove generazioni, di quella mandria di hipster sempre convinti che l’unica via per creare un videogioco sia scrivendo una storia sempliciotta, un paio di bivi e mille scusanti per un gameplay ossuto.

Bisogna rompere le uova nel paniere a questi figli di buona donna! Anzi, bisogna rompere loro le scatole! Ci serve un marsupiale! Non avrei mai voluto usare una delle mie tanti armi segrete, ma non ne vedo alternativa.

Signori e signori…chiedo l’aiuto della Naughty Dog!

Si, il brand a cui accennavo poco fa è proprio quello di Crash Bandicoot. Sono pienamente convinto che colui (o colei) che leggerà queste parole avrà in testa una semplice domanda:

“Perchè parlare di Crash? Lo conoscono tutti! Troppo mainstream! Si tratta di un brand superato! Basta pensare al passato!”

La verità è che, con il recente annuncio (risalente a domenica scorsa) dell’arrivo di una remastered dell’originale trilogia Ps1 dedicata al simpatico marsupiale arancione, si è aperta una finestra d’opportunità che sono costretto a non lasciarmi sfuggire. Dopotutto Crash Bandicoot è una di quelle saghe che chiunque conosce (o ha sentito nominare almeno una volta). Allo stesso tempo, tuttavia, non tutti hanno avuto la possibilità di giocare gli originali, usciti esattamente 20 anni fa (il primo risale al 1996). Quindi, perchè non utilizzare questo momento storico per poter spandere gli orizzonti del Dottore?

Quello che vi presentiamo oggi, 10 dicembre 2016, è un progetto incredibile! Una maratona che consisterà di 3 articoli, ognuno per un capitolo diverso della vita di Crash. Inutile dire che ci focalizzeremo, per forza di cose, sull’originale trilogia per ps1 (essendo rinomati come i migliori della saga). Alla fine di ogni articolo, troverete i link a quelli precedenti e successivi. Avete compreso tutto? Bene, direi che è il momento per fare un bel viaggetto e andare a trovare la terra dei canguri, almeno in maniera virtuale.

Parliamo di Crash Bandicoot!

Nel 1996 il simpatico animale arancione, lodato e riverito, debutta sulla Playstation One con un titolo di tutto rispetto: Crash Bandicoot. Un gioco che possiede un incredibile guinness, il primo videogioco ad avere come protagonista un bandicoot antropomorfo arancione e con addosso un paio di jeans e dei guanti da motociclista (strano primato da avere). Allo stesso tempo si tratta del primo titolo a rendere riconosciuta e famosa la Naughty Dog, quella software house ormai entrata nella leggenda soprattutto per le sue ip affascinanti come Uncharted, Jak & Daxter o il recentissimo The Last of Us (oltre che per la trilogia di Crash).
Perchè perderci in chiacchiere? Buttiamoci subito sul primo gioco di oggi!

L’azione si apre direttamente sul menù principale (non prima di averci fatto scendere una lacrima per la presenza di tanti loghi nostalgici) dove una musichetta tribale ci accoglie alla visione del nostro protagonista, Crash, intento a guardarsi attorno con fare circospetto. Dopo pochi secondi veniamo catapultati nel filmato d’introduzione, un corto di a malapena 2 minuti che ha il compito di dare una spiegazione all’esistenza di una creatura di questo tipo!

In pratica, sintetizzando, ci troviamo in un arcipelago poco a sud dell’Australia (è là che vivono i Bandicoot!). In un oscuro laboratorio un dottore pazzo, all’anagrafe Neo Cortex, e il suo assistente, N. Brio (lo so…è una battuta penosa) stanno lavorando ad un esperimento che ha del frankensteiniano. I due utilizzano un particolare raggio (cosidetto “evolvo ray”) per poter costruire un esercito invincibile in grado di conquistare il mondo. La loro cavia è un povero Bandicoot di nome Crash che, dopo essere stato soggetto al raggio (e aver appreso magici poteri trottolosi), riesce a fuggire dal laboratorio prima di essere sottoposto al Cortex Vortex, un macchinario che lo avrebbe privato del libero arbitrio appena ottenuto.

Due gocce d’acqua.

Il povero Crash, tuttavia, lascia dietro di sè Tawna. Eh…la sua ragazza…con le forme di Pamela Anderson
Dopo ciò ci troveremo a N. Sanity Beach (altra pessima battuta), una spiaggia in cui il nostro protagonista si sveglierà e inizierà la propria avventura. Il suo scopo sarà scavalcare ogni ostacolo sulla propria strada e arrivare infine a sconfiggere Cortex, i suoi subalterni, e salvare la propria fig…una ragazza con delle tette enormi.

Avrete capito che Crash Bandicoot non sia certo scritto da un Woody Allen o Lev Tolstoj dei poveri. Come molti giochi dello stesso genere (specie di quel periodo), la trama non è altro che una scusante per mandare il protagonista attraverso mille peripezie e avventure entusiasmanti (qualcuno ha detto Magical Quest?). Diciamo che preferisco non lamentarmi di questo reparto, sarebbe da ipocriti.

Crash, cosa vuoi fare con quel palo? Stranger danger! Stranger danger!

Storia a parte, l’elemento che più contraddistinque Crash Bandicoot è senz’altro il gameplay. Quello che ci troviamo di fronte è un platform in 3 dimensioni (come Super Mario 64) che prende, abbastanza spudoratamente se posso dire, ispirazione da molti altri titoli del passato.

“You’re too slow!”

Per dirne una il personaggio principale ricorda molto il “modello Sonic The Hedgehog“, ovvero prendere una creatura di cui a nessuno frega nulla (come i porcospini), colorarla in maniera riconoscibile, vestirla (per evitare accuse di zoofilia) e mandarla in entusiasmanti avventure in giro per il mondo. Volendo persino Aku Aku, l’iconica maschera di Crash, può essere vista come un sostituto degli anelli dorari del porcospino blu!

 

Altra profonda ispirazione per il mostriciattolo arancione è senz’altro la trilogia Donkey Kong Country sviluppata da Rare. Lo si nota in vari piccoli dettagli. Ad esempio Crash non parla quasi mai (salvo un “oh-oh” o qualche strano verso), i livelli sono quasi tutti ambientati nella giungla per poi scaturire in zone tecnologiche e piuttosto inquinate (proprio come nell’avventura di Donkey Kong). Ma non è finita qui! Come in Donkey Kong Country vi erano le banane (cibo preferito delle scimmie) usate per aumentare il numero di vite (100 banane = 1 vita), in Crash Bandicoot abbiamo i frutti Wumpa, con lo stesso identico fine. Sono innegabili persino dei richiami ai vecchi cartoni Looney Tunes e Merry Melodies, a dire il vero (specie per la prima nota del tema principale).

No, questo non è razzista!

Le famose scatole TNT.

Ma basta perderci in chiacchiere, parlavamo del gameplay. Come dicevo, Crash Bandicoot è, in pratica, un mix di vari platform già usciti all’epoca. Un po’ di Super Mario, un pizzico di Sonic, due noci di Donkey Kong Country e così via. Crash dovrà, in questa sua avventura, percorrere un totale di 32 livelli (+2 nascosti), sconfiggere i vari boss che gli si pareranno davanti per arrivare infine a sfidare il malvagio Cortex zucca-quasi-pelata.
I livelli che percorrerete sono sufficentemente vari. Per la gran parte si tratta di corridoi piuttosto lineari, coperti da un numero variabile di scatole da distruggere (e con vari premi all’interno) e con una continua alternanza tra segmenti verticali (3D) e orizzontali (2D). Riguardo gli ostacoli, cosa si può dire? Si parte da animali piuttosto docili (come tartarughe) che vi uccideranno al semplice tocco, granchi, e soprattutto buche. Non mancheranno nemmeno nemici più…puntigliosi o ostacoli decisamente più ostici.
A livello di varietà, non c’è tanta disponibilità. Sono presenti alcune corse a ostacoli su cinghiale, livelli al buio (marchio di fabbrica della Naughty Dog), inseguimenti con masso gigante che vorrà schiacciarvi a tutti i costi e così via.

Geronimoooooo!

Tuttavia, ad essere sinceri, la pecca più grossa del titolo è una sola: la difficoltà.
Chi ha avuto la possibilità di giocare a questo videogioco in tenera età, saprà di cosa stia parlando. Crash Bandicoot è bestiale. Da un lato i livelli sono piuttosto lineari (specie letteralmente), tuttavia morire è davvero facile (tra l’altro l’animazione di morte è davvero ripetitiva). Bene, il primo dettaglio che aumenta la difficoltà sono i checkpoint. Sebbene questi possano sembrare utili, perderanno qualunque importanza quando cercherete di 100%entare il gioco. Per dirla brevemente: i checkpoint non salvano le casse rotte, e contando che per ottenere gemme nel livello che giocate sia necessario rompere ogni cassa…bene avete capito. Se aveste intenzione di completare il gioco per poter sbloccare il finale segreto…dovrete sudare settemila camicie.
Secondo, e decisamente più grave peccato del titolo, la sua difficoltà nel salvare. Ebbene si, un’azione così semplice come un salvare la partita per poter riprendere in seguito, può diventare un’impresa titanica. In pratica per poter eseguire questa semplice operazione dovrete ottenere una gemma (qualunque) o l’accesso a delle zone speciali tramite il ritrovamento di specifici “tokens” (di Tawna, di Cortex o di Brio). Davvero frustrante.

Un token di Tawna.

Piccola menzione merita anche la parte tecnica del titolo. Parlando ad esempio della parte grafica, ho ben poco di cui lamentarmi. Per l’epoca in cui è uscito, ci si trovava di fronte ad un ben di dio. Ambienti completamente realizzati in 3D, oggetti da distruggere, una serie di personaggi colorati e degli ambienti davvero ben curati. Lo stile cartoonesco non fa che rendere ancora più piacevole la vista del titolo.
Parlando invece del lato audio, è obbligatorio citare la colonna sonora. La Ost di questo primo capitolo è…piuttosto piatta. Con questo non intendo descriverla come pessima o da buttare, semplicemente non è particolarmente memorabile, tralasciando qualche tema, ed è davvero dimenticabile.
Il doppiaggio invece, purtroppo, è sia poco presente (poche cutscenes), sia non esistente nella nostra lingua. Solo in inglese. Davvero un peccato. Specie col senno di poi, me la sarei fatta addosso pensando a frasi di questo titolo riproposte con i doppiatori dei giochi successivi.

Per concludere, cosa posso dire? Il primo Crash Bandicoot, per quanto rappresenti l’esordio del simpatico personaggio, rimane il capitolo più dimenticabile e debole della trilogia. Ci sono falle piuttosto evidenti e allo stesso tempo la difficoltà, ereditata da Donkey Kong Country, è mal calibrata e generalmente frustrante. Alla fin fine non posso che considerare il gioco in questione come un semplice prototipo, delle fondamenta su cui basare il resto delle costruzioni future.
Consiglio di recuperarlo? Generalmente direi di si, si tratta di un titolo storico e centrale nella storia della prima Playstation. Allo stesso tempo, consiglierei di procurarsi subito i due sequel, ben più meritevoli (e con quel gustosissimo doppiaggio italiano).

Ma non finisce qui! Volete continuare la maratona? Basta cliccare sul prossimo Link

http://redcapes.it/news/crash-e-il-ritorno-di-cortex-maratona-dr-coo-2/

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