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[der Zweifel] Damien Chazelle: il cinema, l’ambizione e il jazz

  • da der Zweifel
  • 15 marzo 2017
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Se c’è una cosa che emerge chiara dai film di Damien Chazelle è la sua passione per il jazz. Da Guy and Madeline on a Park Bench, sconosciuta opera prima musicale in bianco e nero, a La La Land, variopinto musical pluricandidato e pluripremiato agli Oscar, passando per Whiplash, altro film da Oscar, estratto da un precedente corto dello stesso regista.

Guy and Madeline on a Park Bench è un musical romantico ideato da Chazelle per la tesi di cinema ad Harvard. Preso dal progetto ha lasciato Harvard e lo ha concluso presentandolo al Tribeca Film Festival del 2009. L’amore romantico e la passione per la musica trovano qui le radici che fioriranno poi, in un modo o nell’altro, nei successivi lungometraggi di Chazelle.

In Whiplash e La La Land l’amore e la musica si intrecciano e influenzano in maniera differente. E differentemente modellano i personaggi e le loro scelte di vita.

Andrew Neiman, interpretato da uno splendido Miles Teller, è un giovane batterista che ambisce a diventare il migliore in assoluto. Entrato al Conservatorio Shaffer di New York riesce a farsi notare da Terence Fletcher, interpretato da uno straordinario J. K. Simmons, e ad entrare nella sua orchestra. Il personaggio di Simmons è inflessibile con i suoi musicisti e da loro esige la perfezione, spronandoli anche con violenza fisica e verbale. L’amore in tutto questo c’entra poco. Ma come accade sempre nei film americani la realizzazione professionale si accompagna alla realizzazione personale, per cui quando Andrew diviene primo batterista inizia ad uscire con una ragazza. L’ambizione di Andrew e la forte pressione a cui Fletcher lo sottopone lo porta a rompere il suo rapporto con Nicole, considerata da lui una distrazione per il suo obbiettivo: essere il migliore. Andrew è spinto al limite fisico e psicologico. Le musiche trasportano lo spettatore dentro questa volontà di arrivare ad ogni costo. Il rapporto con Fletcher si fa sempre più conflittuale fino alla formidabile scena finale in cui i due si scontrano sul palco. Lo scontro si conclude con Andrew che si prodiga in assolo funambolico con Fletcher che lo accompagna con le mani scandendone il ritmo.

Non sappiamo cosa ne sarà di Andrew, se riuscirà a realizzare i suoi obbiettivi o sarà costretto a rimanere nella mediocrità da lui (e da Fletcher) tanto disprezzata. Non è importante nel senso del film.

Ben altro svolgimento si ha in La La Land, dove compare nuovamente J. K. Simmons, ovviamente nel ruolo del capo inflessibile di Ryan Gosling. Ma torniamo al musical che è riuscito a farmi apprezzare questo genere di film. Emma Stone è Mia Dolan, cameriera del Nevada che sogna di fare l’attrice ad Hollywood. Ryan Gosling è Sebastian Wilder, pianista in difficoltà economiche che vuole riportare ai fasti di un tempo uno storico locale jazz divenuto ormai un salsa tapas bar. La loro storia d’amore è accompagnata da bellissime musiche che trascinano in un’atmosfera gioiosa e fortemente romantica, perfetta per il bacio di rito con il proprio partner o appuntamento. Dopo questa divagazione da posta del cuore torniamo però al fil rouge che lega l’opera di Chazelle. Mia e Sebastian sono legati dalla musica e tramite essa portano avanti il loro rapporto. La fase matura della coppia coincide con l’entrata di Sebastian in una band guidata da una sua vecchia conoscenza, interpretata da John Legend. La scelta di Sebastian è fatta per soddisfare le aspettative di Mia che nel frattempo lascia il lavoro per concentrarsi sulla sua carriera d’attrice: scrivendosi un monologo da interpretare a teatro. Secondo Mia questa potrebbe essere l’occasione per  Sebastian di mettere da parte il denaro necessario per aprire il Seb’s al posto del salsa tapas bar. Nonostante la band abbia un enorme successo, Sebastian non si sente realizzato. Non era infatti il successo che cercava e una vita così piena di impegni da non poter dedicarsi alla musica, come lui la intende, non fa per lui. Il rapporto tra i due innamorati si logora e finisce: Mia riesce ad ottenere una parte importante per un film da girarsi in Europa; Sebastian continua il suo lavoro nella band. I due si rincontreranno casualmente anni più tardi. I loro sogni realizzati, il loro amore no.

Chazelle traccia tre personaggi che interpretano in maniera differente il concetto di realizzazione personale e il cammino da percorrere per raggiungerla.

Andrew pretende da se stesso il massimo in assoluto. Non si accontenta di essere un buon batterista, di suonare in un orchestra, ma vuole essere il migliore della sua generazione. E per questo vuole essere ricordato. Il suo pensiero programmatico è ben espresso dalle parole che pronuncia durante una cena di famiglia: I think being the greatest musician of the 20th century is anybody’s idea of success.” È disposto a tralasciare gli affetti e a superare i propri limiti, fisici e psicologici, pur di raggiungere il suo obbiettivo.

Mia vuole diventare una diva di Hollywood. Per questo si trascina tra un provino e l’altro sperando di poter essere un giorno presa per una parte, anche piccola. La delusione l’abbatte, non la stimola a superarsi e a mettersi in gioco. Solo la storia d’amore con Sebastian la spinge a chiedere qualcosa di più dalla vita. Inizia  a scrivere un monologo da portare in scena per mettersi in mostra, e soprattutto alla prova. Il fallimento di pubblico e le malevole critiche degli operai del teatro la spingono ad abbandonare tutto e a tornare a Boulder City. Sarà una chiamata da un’agente cinematografica a rimetterla in gioco, grazie anche alla caparbietà di Sebastian che si presenta da lei per convincerla a non smettere di inseguire questo suo sogno. Il provino andrà bene e la sua brillante carriera potrà prendere il volo.

Sebastian è tra i tre l’unico personaggio che non intende la realizzazione personale come successo. Il suo scopo è riportare alla vita il vecchio jazz club della città, svestendolo dei suoi panni moderni. La sua è una missione quasi religiosa: per questo ha la casa piena di cimeli, come se fossero reliquie,  e inizia a suonare sempre con la stessa melodia, come se fosse una preghiera. Il successo raggiunto insieme ai The Messengers è per lui quasi blasfemo. Quello non è vero jazz per lui. Non suona con passione. Se rimane nella band è per avere delle entrate fisse e avere i mezzi per poter realizzare il suo obbiettivi: ricostituire il tempio del jazz. Ci riuscirà e lì si esibirà nella scena finale del film, con Mia e il suo nuovo compagno tra il pubblico.

Damien Chazelle è un regista che ispirava fiducia, e ha dimostrato di meritarsela tutta. Occupandosi della regia e della sceneggiatura ha dato vita a delle storie certamente degne del successo che hanno avuto e che avranno.

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