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[der Zweifel] Cinema toscanaccio: da Amici Miei a Paolo Virzì

  • da der Zweifel
  • 13 settembre 2017
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Data la recente dipartita di Gastone Moschin, celebre e insuperabile interprete della commedia all’Italiana, del poliziesco degli anni di piombo e del cinema hollywoodiano, è doveroso, almeno per me, riportare alla luce uno dei film comici più belli, esilaranti, veri e crudi del secolo scorso. Quando parliamo di “Amici Miei”, non diciamo solo Monicelli, Tognazzi, Noiret e compagnia bella: in una pellicola che ha segnato un’epoca intera c’è di tutto. La commedia, il dramma, il grottesco, l’Italia del boom economico e quella del boom vero e proprio, con la P2 di Gelli il caso Moro e la guerra alla Mafia che stava per farsi sentire. C’è il sesso e le sue teorie, l’amore e i suoi inganni. Il lavoro, la famiglia ma soprattutto la nostalgia, l’ansia di avere al proprio fianco qualcuno con il quale ridere senza che sia un domani, anche in quelle giornate di noia, depressione e crisi “Quelle che il Perozzi chiamava constatazione del nostro niente, e che il Necchi dice invece che siamo solo dei poveri bischeri”. Già da una frase come questa, sebbene tratta dal secondo capitolo della trilogia, si capisce e denota tutta la poetica spicciola e profondissima in cui ruota tutto il film. Perché quando si parla di “Amici Miei” si comprende sia il primo film sia il secondo sia il terzo. A volte invece, è meglio prenderli separati. In ultimo, ma non ultimo, c’è la cornice della città di Firenze che decora e descrive i cinque zingari. Eh si perché in nessun’altra città della penisola avrebbe potuto ambientarsi la storia. Firenze è la patria del buon parlare, dell’arte e dello scherzo; per questo il contrasto tra la voglia di fare scherzi e il dramma che ognuno dei cinque porta dentro di se è ancora più marcato.

Quando Pietro Germi ebbe l’idea iniziale del film, era fermamente convinto che una città come Bologna sarebbe stata l’ideale per lo svolgersi della trama. Quando, per fortuna o per disgrazia per il povero Germi malato da tempo, prese le redini di tutto Mario Monicelli, ecco che i nostri protagonisti passano dalla Romagna alla Toscana. Mai scelta fu più azzeccata. Da quel 1975 in poi, si assistette anche alla nascita del cinema toscano che oggi comprende molti nomi importanti come Paolo Virzì, Leonardo Pieraccioni, Roberto Benigni, Francesco Nuti, Panariello e molti altri. Con “Amici Miei” inizia un po’ quello che avvenne anche con Napoli con il teatro Eduardiano e Scarpettiano; quel fantasioso portare alla luce pregi e difetti della città partenopea. Monicelli e i suoi cinque, Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Renzo Montagnani e Philippe Noiret (verso il quale provo un amore spassionato e sincero proprio perché da attore francese è riuscito a diventare un toscanaccio brusco e rozzo), sono i fautori di una nuova commedia dell’arte ambientata nella città del Giglio e nei suoi dintorni. Senza tralasciare gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi, e il compositore Carlo Rustichelli che ci ha lasciato uno dei Soundtrack più belli e commoventi del cinema italiano.

 

Una Firenze, ma soprattutto una Toscana, fondamentalmente inesplorata fino ad allora dall’industria cinematografica. C’è Dante, Petrarca, la Famiglia Medicea e i suoi artisti, eppure, nello sconfinato mondo dell’arte, c’è spazio per entrare in panorama ancora più vasto dove poesia nobile incontra la campagna, i contadini. Lo ripeto ancora una volta; “Amici Miei” è il capostipite per eccellenza, il dramma borghese che si svolge per l’appunto in città, e i suoi personaggi sono tutti lavoratori, a parte il Mascetti, che fuggono dalla morbosa e inquietante sete di guadagno facendo scherzi e spassarsela; per poi farvi ritorno una volta stufi e stanchi. Da qui, da quel piccolo gioiello, ci si affaccia alle tante sfaccettature che una regione come la Toscana ha da offrire. Dalla Firenze metropolitana, si passa alla periferia,  o meglio alla stagione di campagna. Una volta che Benigni fece il suo ingresso nella scena anche il personaggio di Cioni Mario fu una grande sorpresa. In questo frangente, specie con i primi spettacoli e con “Berlinguer ti voglio bene”, la vita del piccolo paese è la vera protagonista. Il rozzo parlare senza mezzi termini e i le celebri ottavine fanno da sfondo a quelle piccole storie rosse in cui il comunismo c’è ma deve essere ancor meglio scoperto. Anni questi, dal settanta all’ottanta, in cui si avverte la nascita di un personaggio tipico che poi si ritroverà in altrettanti film: Carlo Monni.

Finita la stagione, almeno in Toscana, del Benigni (in viaggio verso Roma), si passa al cinema toscano di periferia. Prato è il luogo ideale perché un individuo come Francesco Nuti si potesse fare le ossa. Dopo la gavetta con il gruppo “Giancattivi” a fianco di Athina Cenci e Leonardo Benvenuti, Nuti è determinato a girare un film come regista. “Madonna che silenzio c’è stasera” parla di una giornata del povero Francesco, un disoccupato lasciato dalla fidanzata e allo stremo con la madre oppressiva, che va a cercare lavoro. La Prato di prima della rivoluzione cinese, quella dei telai e dei viaggi a Machu Pichu. Quella del totocalcio e della chiesa che deve essere spostata. Dei tanti strambi personaggi come il Magnifico o il barista Chiaramonti, interpretato dall’inseparabile Novello Novelli. Film in cui si può sentire la mitica canzone “Puppe a Pera”, poi suonata anche nell’altro suo celebre film “Caruso Pascoski: di padre polacco”. Un regista, Nuti, che con i suoi film ha conquistato un gran numero di fan. Registicamente parlando era un vero e proprio prodigio che avrebbe potuto diventare veramente qualcuno di importante.

Negli anni novanta c’è l’avvento di Leonardo Pieraccioni e delle sue commediole che non cambiano mai, nemmeno ora che ha superato i cinquanta. I primi, da “I laureati” al “Ciclone”, da “Fuochi d’artificio” al “Pesce Innamorato”, sono delle vere e proprie chicche sulle infinite strade che può prendere l’amore e il sentimento. Chicche anche le ambientazioni; luoghi intorno a Firenze ma che sembrano essere usciti da libri di fiabe. Lui è sempre protagonista dei suoi film; il belloccio ragazzo di provincia senza peli sulla lingua, bravo e razionale che incontra la donna della sua vita. Dopo decine di film come questo, tuttavia, è proprio il momento di dire basta. Ci si sposta quindi sulla costa. Chiudiamo la nostra riflessione sul cinema toscano con quello che forse è considerabile come il Danny Boyle di Livorno. Paolo Virzì è riuscito a trasformare la città marittima in uno dei set più amati nel cinema. Le storie che mette in scena, soprattutto in “Ovosodo”, sembrano uscire direttamente dai bassi fondi della Londra underground, quella dei punk e degli antieroi britannici. La cultura del mare che rende gli uomini rigidi e forti come sagome imperiture. Lo iodio che rafforza corpo e mente. Inoltre c’è la comparsa del dialetto livornese che stravolge in maniera dura e cruenta il fiorentino più ripulito degli altri registi.

Senza parlare poi dei tanti volti di contorno entrati nel patrimonio del cinema italiano; Massimo Ceccherini, il Monni, Paci, Novello Novelli, Sergio Forconi, Barbara Enrichi, e tutti quelli che ci hanno fatto ridere. I volti sono inconfondibili così come inconfondibile è il luogo dal quale provengono.

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