[der Zweifel] Get Out: run, nigger, run

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Già il trailer di Get Out prometteva bene. Nel pomeriggio, prima d’andare al cinema, l’avrò visto quasi dieci volte impallandomi su cinque secondi in particolare (da 1:37).

Tralasciando i miei feticismi cinematografici, il film avrebbe meritato sicuramente. Nonostante non si capisse se parlava di nuovi schiavi, zombie neri o chissà cos’altro. In ogni caso il primo film scritto e diretto da Jordan Peele avrebbe avuto, come pilastro, la questione razziale (mai sopita in America).

Il film inizia con una scena che farebbe piangere molti nostalgici degli anni 50. Un giovane ragazzo nero passeggia per una via quando da una macchina scende un gentiluomo che lo picchia. L’aria che si respira fa molto Alabama. Anche se non viene mai specificato il luogo dell’azione, quasi a non voler essere accusati di accusare di razzismo. Un ragionamento contorto, ma tipico del politically correct americano. Comunque giusto per la cronaca è stato girato proprio in Alabama, tanto per confermare le nostre sensazioni.

          

Dopo la prima scena da nostalgici, indispensabile per capire il resto del film, inizia la storia di Chris Washington e Rose Ermitage. Lui nero, lei bianca, sono una coppietta di città molto affiatata. Ma quando lei decide di portarlo a conoscere i suoi, il fotografo Chris già si sente a disagio ad essere presentato come il “bel fidanzato nero”. Ma per la fidanzata si fa qualsiasi cosa, anche sfidare i propri istinti. Il viaggio verso la casa al lago della famiglia di lei però si complica. Subito dopo il consiglio telefonico dell’amico membro della sicurezza aeroportuale (TSA) sul come comportarsi in mezzo a troppi bianchi ecco che il film inizia a prendere una piega particolare. Un cervo si schianta sul parabrezza dell’auto della coppia, guidata da Rose. Si fermano. Poi arriva il classico police man che ha capito tutto e chiede i documenti ai due. Anche la patente di Chris, nonostante Rose sostenga di aver guidato lei. È il primo momento di imbarazzo nel film, dove si nota il disagio di Chris, e il razzismo di chi lo circonda. A difesa del poliziotto bisogna dire che si è pure limitato. Infatti Chris ha potuto continuare il viaggio verso la villa al lago evitando una triste gita all’obitorio.

Arrivati finalmente dai genitori di lei, l’imbarazzo non fa che crescere.

“Da quant’è che va avanti questa… cosa?”

In pratica, gli Ermitage sono la materializzazione del “Non sono razzista ma…” e del “Ho molti amici di colore”, con l’aggiunta di una coppia di domestici neri che paiono zombie. Sia chiaro, non è mica lo stereotipo ricca famiglia bianca-servitù nera, come sottolinea Dean, il padre di Rose. Georgina e Walter accudivano i suoi genitori e alla loro morte non se la sentiva di mandarli via. Quanta dolcezza!

Un dettaglio colpisce poi nel racconto della storia antirazzista della famiglia Ermitage: il padre di Dean ha corso contro Jesse James perdendo la possibilità di andare alle Olimpiadi. Sicuramente non si sarà risentito.

La cena di famiglia rende tutto più imbarazzante. E Chris si sente ancora meno a suo agio. Non potendo poi fumare, per non fare brutta figure, diventa ancora più nervoso. Decide allora, di notte, di uscire in giardino per rilassarsi e si rende conto che Georgina e Walter non stanno poi tanto bene.

È sveglia però anche Missy, la madre di Rose, psicologa, che lo convince a farsi ipnotizzare per provare a smettere di fumare. Il giorno dopo lui entra in paranoia. Per l’ipnosi, ma anche perché la casa si riempie di bianchi. E in questi casi lui diventa nervoso. Lasciando interdetta la strana Georgina.

Ma tra tutti quei bianchi c’è anche un ragazzo nero, che però è un po’ strano.

Non sapendo dare il pugno da bravo nero deve esserci qualcosa che non va perciò Chris gli fa una foto e quello si blocca. Gli sanguina il naso e urla “Scappa. Scappa! Scappah!”. Logica la risposta. “Yo!” È la scena che ho amato di più.

Giustificata come un attacco d’epilessia dal padre di Rose, neurochirurgo, Chris è turbato dalla reazione del ragazzo e se ne vuole andare.

Nel frattempo lontano dai suoi occhi indiscreti il simpatico e amichevole Dean, in un revival dei tempi della Confederazione, sta battendo un’asta silenziosa per vendere il fidanzato della figlia. Finalmente qualcuno che rispetta le tradizioni!

Quando oramai Chris si rende conto di ciò che sta succedendo e che tutti sono coalizzati contro di lui, è troppo tardi. Si scopre che gli Ermitage trafficano i corpi dei neri per venderli a vecchi bianchi che vogliono conservare la propria mente. E qui alcuni conti non tornano.

Insomma, i neri vengono utilizzati come contenitore per la mente dei bianchi ma questo processo non deve essere così preciso dato che ne vengono fuori degli esseri  un po’ ambigui. Sono servizievoli, e quasi inquietanti, e solo in alcuni contesti la personalità del bianco viene fuori. Georgina e Walter sono in pratica i nonni Ermitage: Walter corre come un matto di notte, e Georgina si incazza quando la vecchia casa di famiglia viene data alle fiamme. Ma la maggior parte del tempo sembrano solo degli inquietanti domestici.

Questa parte parascientifica poteva essere effettivamente fatta un po’ meglio ma l’effetto finale è più che piacevole. Il film intrattiene e da anche spunti di riflessione: sul razzismo ma anche puramente teorici.

Si usano i neri per continuare a far vivere i vecchi in corpi più sani e forti. Mi chiedo perché solo i neri? Esistono sicuramente dei bianchi sani e forti. Credo anche gli arabi non siano male, in fondo. Come esistono anche dei neri mingherlini e poco in forma. Credo che ci sia un po’ di razzismo da parte degli Ermitage, e ciò non è molto carino. Anche i bianchi possono essere forti e sani.

       

Schwarzenegger e Stallone, per esempio, lo hanno dimostrato più che bene.