April 20, 2018
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[Esclusiva] Intervista a Francesco Biagini

  • da sanofrank
  • 22 febbraio 2017
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Nel pomeriggio di sabato 18 febbraio, allo Star Shop di Perugia, siamo stati all’incontro con Francesco Biagini. Illustratore e Fumettista, ha lavorato per Boom! Studios come disegnatore su “Elric”, “Dingo” e “Dead Run”. Da poco ha autoprodotto un personale artbook, Materia Obscura, ricco di illustrazioni.

L’evento è stato organizzato in collaborazione con gli amici di Geek Area.


Iniziamo dal principio, chi è Francesco Biagini?

Sono uno a cui piace disegnare, l’ho sempre fatto, nonostante abbia cercato tutta la vita realizzazioni in altri contesti. Disegnare è rimasta l’unica cosa che mi gratifica e per certi versi, è la cosa che riesco a fare meno peggio di altre.

Quali sono le personalità nel mondo del fumetto e dell’illustrazione, che ti hanno portato a scegliere questo percorso?

La mia ispirazione rimane il voler disegnare. Gli autori sono i soliti: Mignola, Quitely, ormai non li menziono nemmeno più. Averlo scelto come professione, è una cosa che, si può dire, è successa. Nel senso che potevo cercare di puntare su altro, ma questa è l’unica cosa che mi soddisfa e mi permette di lavorare. Potremmo dire sia stata una cosa necessaria. In partenza c’era una volontarietà relativa, questa è subentrata quando mi sono reso conto che potesse essere una scelta di vita, tutto sommato, non sbagliata. A quel punto ho cercato di impegnarmi il più possibile per mantenerla.

Il tuo stile è molto particolare per il panorama italiano ed è decisamente riconoscibile. Come è stato sviluppato? Qual è il tuo metodo di lavoro e di approccio alla tavola?

Lo stile si è evoluto nel corso del tempo, ma è partito, anche qui, senza una reale ricerca. Sono partito assecondando quello che era l’istinto del momento. In alcuni casi ho dovuto seguire l’impegno e quello che mi veniva richiesto. Assecondando lo storytelling ed altre cose un pochettino più tecniche, mi sono reso conto che un certo tipo di stile non mi funzionava o non mi bastava più. Allora, ho cominciato a passare dalla linea scura alla linea chiara, poi alla chiarissima e nuovamente ho ricominciato ad aggiungere il nero. Con il subentro del digitale mi sono divertito a sporcare un po’ di più. Dopo quest’ultimo ha iniziato a darmi la nausea e quindi ho iniziato a dare un approccio molto più forte con il nero dell’inchiostro.
Di solito cerco di individuare all’interno del disegno quella che è una componente forte che mi possa dare una sorta di tridimensionalità. Da lì elaboro il resto. Se guardi i miei disegni, ci sono delle parti focalizzate ed altre che sono del rumore. L’occhio deve essere guidato ad individuare l’elemento riconoscibile e focale dell’immagine. Il resto viene in seguito. Quando devo fare una copertina, invece, è più complicato perché dipende dalla richiesta. Spesso ho dei riferimenti ben precisi. L’ultima copertina che ho fatto è uno dei personaggi di 18 Days, la serie di Morrison, che è un arciere che affronta una specie di gigantesco carro armato. La reference che mi avevano dato era un disegno di una copertina di Sgt. Rock, con il protagonista che sparava con un bazooka contro un carro armato. Ho fatto lo stesso, ma ho ribaltato l’immagine per il senso di lettura che mi serviva di un certo tipo, ho cambiato l’inquadratura, etc. Però ho mantenuto una forte attenzione alla riconoscibilità. Il carro armato invece è stato più divertente. Dovevo fare una sorta di cosa ipertecnologica, ma il mio approccio alla tecnologia non è lo stesso di un Bryan Hitch o Adrianov, molto preciso. Il mio è un po’ più Kirbiano. Quindi ragiono facendo delle masse composte dal ritmo. Per esempio, questa copertina l’ho lavorata tutta con le parallel pen, giocando su cose che sembrassero ingranaggi, snodi e tubature, ma in realtà sono solo delle macchie di nero sulla carta. Questo è il mio approccio che di volta in volta tende a rimodularsi in base alla richiesta.

Con Terra Inferno, fumetto horror realizzato insieme a Cristiano Fighera e pubblicato da Soleil realizzato appositamente per il mercato francese, sei riuscito a toccare con mano questo ambiente. Come ti sei trovato?

Il mercato francese, ora come ora, vive un momento di confusione. Hanno dovuto ridurre moltissimo le pubblicazioni, perché prima partivano con 5 o 6 mila titoli all’anno. Quindi hanno fatto un passo indietro puntando sulla roba più sicura. Da quel punto di vista hanno prediletto le produzioni più tipicamente francesi. Il motivo è che all’improvviso dopo tanti anni, è arrivato il manga, che mentre da noi c’era ormai da parecchio tempo. Gli ha eroso una gran fetta di mercato con il risultato che gli editori sono nel pallone.
Conosco autori che sono andati al festival di Angoulême con delle idee, chiedendo all’editore cosa stesse cercando, ottenendo come risposta quasi sempre ” non lo so, proponi tu qualcosa “. Sulla base di cosa, non si sa. Quello che manca, secondo me, è il non sapere più affrontare il mondo moderno, che non ha più barriere.
A differenza l’America ha mantenuto una sua autonomia a livello di proposte, rimanendo sulle cose più classiche con le major, mentre le cose più alternative con altre case editrici tipo Image, Avatar o altre più piccole che non si fanno  troppi scrupoli di sperimentare. Purtroppo però c’è il problema al contrario. Sono un continente gigantesco, un bacino di utenza enorme, ma i lettori effettivi sono in proporzione pochissimi.

Passiamo ora al piano americano con i lavori in Boom! Studios, Liquid e Graphic India. Come ti sei rapportato con le rigide scadenze? 

Il problema con gli americani è quello. Ho lavorato per Boom! Studios cinque anni ed in tutto questo tempo il contatto principale, a livello editoriale, era :”hai finito la tavola?”. Questo sulla breve distanza l’avevo gestito. Quando stavo per finire Elric, ci fu un accavallamento di progetti insieme su anche un altra testata, mi trovai a fare 44 pagine al mese. Con la Liquid e la Graphic India, il rapporto è molto diverso. Sono molto più rilassati. Il problema è che realizzare un prodotto che debba funzionare in stampa ed in animazione, l’impostazione delle tavole è diversa. Le vignette non devono essere troppo complicate. Non puoi fare cose troppo strane. Devi modulare l’approccio allo storytelling, ma è pur sempre lavoro.

In che modo riesci a far convivere il tuo stile che è principalmente quello di disegnare mostri con un inchiostrazione pesante, insieme a quello che ti viene richiesto dalle case editrici? 

Io credo che sia oramai una forma di schizofrenia. Adesso la sto vivendo meglio rispetto all’anno scorso perché non devo più fare le animazioni. Quindi lavoro in maniera più rilassata, ma ho sempre questa sorta di dicotomia, che cerco di far convivere. Se lavorassi con case editrici tipo la Bonelli, lì non avrei neanche una sorta di dicotomia, ma dovrei fare tutto impostato in una certa maniera. Con loro la cosa è molto più rilassata.

Riguardo al recente artbook Materia Obscura: come è nato? Come l’hai sviluppato? Cosa contiene?

Questo progetto è nato in un momento di necessità, come spiegavo prima. Questo libro contiene delle mie illustrazioni fatte a china in bianco e nero, tutte da considerarsi disegni finiti, divise in tre sezioni. La prima raccoglie dei disegni di concezione interamente mia e fatti o per commissioni, proposte o diletto personale. Costruiti in sostanza da zero. La seconda parte sono le copertine fatte negli ultimi tre anni, originariamente pubblicate a colori, qui raccolte solo con l’inchiostro. La terza parte sono i miei omaggi a quelle che io considero delle icone, tipo: personaggi di cinema, fumetti, libri, videogiochi e giocattoli, reinterpretate da me. Avendo un gusto forte per il design e pre-design, difficilmente riesco a sottostare a quello altrui.
Tutto questo materiale è nato accumulandosi nel corso degli ultimi tre anni nei momenti di fatica lavorativa , incazzatura, relax, per ossigenarmi il cervello. La ragione per cui è molto ricca la pagina degli omaggi è perché non dovevo creare qualcosa da zero.
Grazie alla collaborazione di un grafico perugino, Daniele Pampanelli, che mi ha aiutato nell’impaginazione, io ho fatto la scelta del materiale, ovvero come creare la successione. Questo libro è estremamente monotematico, quindi necessitava di ritmo. Mostrandolo in maniera più articolata non annoia.
Quello che volevo ottenere io era qualcosa di cartonato, qualcosa di grande, che abbia un suo valore. Ci sono stati una serie di incidenti fortuiti, partiti come un problema e poi trasformati in soluzione. La tipografia a cui mi ero rivolto ha fatto un errore gravissimo, per cui la prova di stampa era ok, ma la versione definitiva aveva una copertina completamente nera a tre giorni di partenza da Lucca. A quel punto mi sono fatto stampare a spese loro le sovracopertine e mi sono ritrovato un volume che ha avuto un aumento qualitativo enorme. Per un opera autoprodotta è qualcosa di raro. Io sono sincero, non mi sarei mai aspettato tutto il successo che ha avuto. Già dal primo giorno a Lucca sono state vendute tutte le copie variant che avevo fatto.

La scelta dell’autoproduzione è stata voluta o forzata?

Volutissima! Nel corso degli anni diversi editori mi hanno proposto se volevamo fare insieme un artbook o qualcosa del genere, però ognuno voleva metterci del suo , che è lecito. Poi mi sono reso conto in un probabile attacco di misantropia che dopo anni passati collaborando , sto vivendo una (speriamo) parentesi, in cui devo lavorare per conto mio. Devo riconcentrarmi su me stesso. Questo è stato il primo tassello di questa scelta di vita ed il pubblico sembra aver dato una risposta positiva. Per evitare discrepanze o discussioni, ho deciso di tenermi tutto per conto mio. Sono andato a Lucca con 6 scatoloni ed il secondo giorno ho dovuto chiedere ad un mio amico che veniva su dall’Umbria, di portamene altri 3. Mi ha fortificato sulla mia idea di prendermi più tempo per poter dedicarmi a quello che voglio fare io, per esempio i libri illustrati. Nonostante molte immagini fossero già presenti online, non credevo che avrebbe avuto così successo. Molte persone però desideravano avere proprio qualcosa di fisico.
La cosa che mi ha più stupido è stata l’accoglienza del volume proprio tra miei colleghi che sono venuti al mio stand per prendere il volume. C’è persino chi è rimasto deluso per non aver fatto in tempo a prendere la variant.

Oramai quando si sente parlare di autoproduzione si sceglie quasi sempre come canale quello del crowdfunding. Come mai hai scelto di percorrere una strada diversa? 

Per lo stesso motivo per cui non ho scelto di pubblicarlo con qualche editore. Il crowdfunding ha una versatilità maggiore a livello di risultati, se raggiungi il goal del finanziamento. Puoi fare un prodotto qualitativamente molto più superiore al mio. Il problema è che devi avere una persona che si occupa della gestione burocratica. Conosco situazioni, a livello di aneddoto, di crowdfunding che hanno comportato il suicidio del progetto perché arrivati al finanziamento del prodotto finale, non si erano valutati i costi di spedizione e doganali. Poi devi realizzare una vera e proprio campagna di promozione che non mi sentivo di intraprendere.

Un aneddoto simpatico relativo all’artbook è l’incontro con Mike Mignola. Ce lo vuoi raccontare? 

Sono talmente fan che è come la ragazzina che incontra finalmente Robbie Williams ( almeno ha un minimo di dignità ). L’ho placcato, senza esagerare, al Thought Bubble di Leeds, un festival di fumetto in Inghilterra. Mignola è uno che tiene tantissimo alla sua privacy e non volevo sembrare troppo invadente, quindi ho fatto tutta la fila e gli ho chiesto se potevo donargli questo libro che se esiste, parte del merito è anche suo. Lui gentilissimo mi ringrazia e mi dice che non poteva purtroppo darmi nulla in cambio, ma gli ho risposto che non ce n’era bisogno. La cosa è stata molto rilassata e soddisfacente.

Oltre che disegnatore ed illustratore, sei anche insegnante. Come vivi la professione ed il rapporto con i tuoi allievi? 

L’insegnamento lo vivo come una cosa impegnativa. Spesso e volentieri mi sono sempre posto la questione di esserne realmente in grado. Nel corso degli anni ci sono state diverse persone che anche adesso hanno trovato una loro strada e personalità, iniziando a fare collaborazioni anche molto importanti. Però è un mestiere che ritengo estremamente faticoso e complesso. Stai sempre con il pensiero se alla persona che insegni, stai facendo fare il percorso giusto. Ti metti continuamente in discussione.

Progetti futuri in lavorazione?

Continuo a lavorare con la Graphic India perché mi ci trovo bene e loro sembrano soddisfatti. Dopo di che ho cominciato a ritagliarmi del tempo per potermi dedicare al settore illustrazione e anche su qualcosa che possa essere una sorta di proseguo ideale per Materia Obscura, con del materiale creato appositamente.

Domanda di rito: cosa è per te essere un fumettista?

Significa, per quanto mi riguarda, fare il lavoro che voglio fare. Detta così sembra una banalità stupida, ma in realtà forse non lo è. Non ti posso dare una risposta particolarmente romantica, ma si tratta di mettersi molto in gioco ed avere una tenacia non comune. Per molti il disegno è una cosa che puoi fare anche come hobby, ma per chi fa il fumettista, il disegno è il 90%. Se tu non avessi questa sorta di deformazione percettiva, non lo faresti. Sarebbero solo frustazioni ed incazzature. Ci vuole una grande forza di volontà.

Grazie di averci concesso questa intervista.

Grazie a voi e un saluto ai lettori di RedCapes.it


Se foste interessati all’acquisto di MateriΑ Ωbscura, di seguito potete ammirare il contenuto dell’artbook in un video sfoglio:

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