July 21, 2019
  • facebook
  • twitter
  • telegram
  • youtube
  • instagram
  • paypal
  • Homepage
  • >
  • Special
  • >
  • Glass di M. Night Shyamalan – La fragilità di essere eroi | Recensione
Glass

Glass di M. Night Shyamalan – La fragilità di essere eroi | Recensione

  • di Marco Travicelli Sciarra
  • 17 Gennaio 2019
  • Comments Off

A 19 anni di distanza da Unbreakable – Il Predestinato, M. Night Shyamalan conclude la cosiddetta “Eastrail 177 Trilogy” iniziata nel 2000 proprio con il già citato Unbreakable e proseguita nel 2016 con Split. Questa trilogia di stampo supereroistico scritta, prodotta e diretta dal regista de “Il Sesto Senso” analizza gli archetipi del genere traslandoli nel mondo reale, riuscendo in quello che Warner Bros. ha cercato inutilmente di fare per diversi anni con l’universo DC, realizzare dei cinecomics -anche se la trilogia in questione non ha una controparte cartacea da cui trae ispirazione- autoriali, da una spiccata nota dark e con una profondità psicologica estranea al genere.

Il film prende il via qualche settimana dopo gli eventi di Split. David Dunn, che in questi 19 anni ha accetto i suoi superpoteri e li ha messi a servizio dei più deboli, è alla caccia dell’identità sovrumana di Kevin Wendell Crumb, ovvero la Bestia, che ha rapito un altro gruppo di ragazze. Lo scontro tra i due si concluderà con la loro cattura ed il confinamento in un ospedale psichiatrico sotto stretta sorveglianza, stesso luogo in cui è rinchiuso Elijah Price, noto come l’Uomo di Vetro. Qui i tre verrano sottoposti alla terapia della Dottoressa Ellie Staple, psichiatra specializzata in pazienti convinti di essere personaggi dei fumetti.

La pellicola miscela le caratteristiche dei due precedenti capitoli della serie, scegliendo di narrare le vicende con le tempistiche del primo film accompagnando il tutto con una colonna sonora angosciante e volutamente sgraziata. Il risultato? Un buon thriller psicologico che presenta allo spettatore la personale interpretazione del regista dei supereroi. Scordatevi dunque gli eroi in tutine di spandex, idolatrati dal mondo che possiamo trovare nelle pellicole Marvel e Dc Comics, gli eroi di Shyamalan sono dei reietti, fragili e profondamente umani, considerati degli psicopatici. La trama scorre fluida per tutte le 2 ore di film, anche se non è priva di difetti e di diverse incongruenze che richiedono allo spettatore un livello di sospensione dell’incredulità fin troppo alto. Inoltre, alcune scene risultano un po’ sconnesse tra di loro, difetto alleviato però dalla colonna sonora che funge da legante. L’evoluzione psicologica dei personaggi, soprattutto quella di Kevin Wendell Crumb, è ben realizzata, coerente con quanto narrato nelle corso delle tre pellicole e attinente ai temi cari a Shyamalan. Buono anche il lavoro fatto sui comprimari, ovvero il figlio di David Dunn, Joseph, Casey Cooke e la madre di Elijah. Non tutto viene mostrato, sopratutto l’evoluzione interna a Casey che la porta ad empatizzate e “comprendere” il disturbo di Kevin, evoluzione che viene lasciata all’immaginazione delle spettatore che essenzialmente deve solo unite alcuni punti logici posti alla fine di Split. I dialoghi invece non sono all’altezza di quelli di Unbreakable, avvolte risultano fin troppo monotoni e privi di pathos. Da buon maestro dei plot twist, M. Night Shyamalan non poteva esimersi dall’inserire anche in questa pellicola ben 3 plot twist di diversa intensità. Il finale, profondamente anticoncezionale, racchiude tutta l’essenza della saga, tutto ciò che Unbreakable è sempre voluto essere.

Dal punto di vista puramente registico ci troviamo invece difronte alla miglior pellicola della trilogia, nonché uno dei film più ispirati del regista indiano. I movimenti di macchina, sempre eleganti, accompagnano le scene sapendosi adattare sapientemente ad ogni situazione, riuscendo in alcuni casi ad assumere anche una funzione narrativa. Curatissima risulta anche la fotografia che gioca sapientemente con l’uso dei colori. Sin dai primi poster e trailer ad ogni personaggio è stato associato un colore, a David Dunn è stato associato il verde, colore della speranza e dell’equilibrio, a Kevin Wendell Crumb il giallo, colore associato alla comunità (come del resto è l’Orda che vive in Kevin) e agli opposti, mente a Elijah Price il viola, il colore del mistero e della saggezza. A questi si uniscono anche le tonalità del rosso/magenta, associate alla Dottoressa Staple, colore del pericolo che esplode nella scena della seduta psichiatrica di gruppo, in cui la dottoressa cerca di dissuadere i 3 pazienti dalle loro convinzioni. Colori che non sono stati scelti casualmente, il fulcro della narrazione è Mr. Glass, l’uomo che ha dato origine alla saga è che tira le fila di tutto, personaggio caratterizzato dal colore viola, colore che si ottiene mischiando proprio il giallo, il verde ed il rosso.

La pellicola è impreziosita da un cast di tutto rispetto, che si è dimostrato prevalentemente all’altezza della situazione. Bruce Willis e Samuel L. Jackson tornano nei ruoli di David Dunn e Elijah Price, riuscendo a vestire ottimamente questi personaggi nonostante siano passati 19 anni da Unbreakable. Tra le conferme abbiamo anche Anya Taylor-Joy, che dopo Split torna nel ruolo di Casey Cooke, personaggio cruciale per l’evoluzione di Kevin. Non molto convincente è invece la performance della new entry, Sarah Paulson, che nel ruolo della dottoressa Ellie Staple non ha lasciato il segno sperato. Ultimo, ma non per importanza, James McAvoy che, dopo la splendida prova attoriale sfoggiata in Split, sale in cattedra dando libero sfogo alla proprie doti, cuocendosi perfettamente a dosso il personaggio di Kevin Wendell Crumb. McAvoy ha avuto la libertà di scegliere come caratterizzare tonalità di voce, pose e movenze delle 20 personalità (su 24) che vediamo nella pellicola, riuscendo perfettamente a differenziarle e renderle profondamente personali grazie anche alle sfumature tonali che ha scelto di dare ad ogni personalità -per questo consigliamo di vedere/rivedere la pellicola in lingua originale. Citando il leggendario Sergio Leone, esistono due tipi di attori, Willis e Jackson sono prima di tutto due icone del cinema contemporaneo, mentre McAvoy è prima di tutto un attore, ed in questo film è riuscito nuovamente a dare prova del suo grande talento.

Anche in questa pellicola tornano alcuni dei temi ricorrenti della poetica del regista Indiano. Uno su tutti il tema delle traumi infantili. Se in The Visit questi fungevano da blocco per i protagonisti, qui vengono tramutati nei punti deboli dei personaggi, una vera e propria Kryptonite. Nel film viene messo in discussione anche il concetto di bene e male, non esiste un vero concetto di bene, come non esiste un vero concetto di male, tutto è relativo e nulla è come sembra. In Glass, inoltre, M. Night Shyamalan riprende e rielabora diversi elementi tipici del comic book americano. Tra tutti, quello forse più evidente, è la fragilità e umanità dei suoi protagonisti, eroi imperfetti sul modello tracciato da Alan Moore in Watchmen. Al centro di entrambe le opere troviamo la decostruzione dell’eroe. Nella serie targata DC Comics, gli eroi di Alan Moore vengono privati della maschera, messi a nudo per quello che realmente sono, mostrandone pregi, difetti e debolezze in quanto esseri umani. La decostruzione avviene attraverso le insicurezze, le paure mostrate progressivamente al lettore. In Glass invece Shyamalan rielabora questo tema, concentrandolo nel secondo atto del film, quando i tre protagonisti si trovando reclusi nel manicomio di Philadelphia. Glass differisce in quanto la decostruzione dell’eroe verte sul lato scientifico razionale e soprattutto in quanto il vero e proprio oggetto della decostruzione non sono tanto i tre pazienti della dottoressa Staple ma il pubblico stesso. Insinuando il dubbio negli spettatori, razionalizzando quanto visto nelle pellicole precedenti, lo spettatore assieme a David Dunn e Kevin Wendell Crumb comincia a perdere le proprie convinzioni, arrivando a credere di essere un semplice uomo forse troppo amante dei fumetti che ha scambiato degli eventi eccezionali ma possibili per eventi straordinari.

Per quanto Unbreakable – Il Predestinato resti il miglior film di questa saga, Glass dona un’ottima conclusione ad una trilogia profondamente atipica. M. Night Shyamalan è riuscito a donare al mondo la sua personalissima idea di cinecomics alzando, qualitativamente parlando, di molto l’asticella. La pellicola non è affatto perfetta, presenta alcuni difetti dal punto di vista della sceneggiatura, mascherati però sapientemente da prove attoriali di ottimo livello ed una regia profondamente ispirata e autoriale. Con Glass Shyamalan chiude sapientemente le trame principali, riuscendo a legare bene le tre pellicole della trilogia, confezionando quello che, nel complesso, risulta essere un vero e proprio film di origini.

Glass di M. Night Shyamalan

Glass dona un’ottima conclusione ad una trilogia superoistica profondamente atipica. M. Night Shyamalan è riuscito in quello che Warner Bros. ha cercato inutilmente di fare per diversi anni con l’universo DC, realizzare dei cinecomics autoriali, da una spiccata nota dark e con una profondità psicologica estranea al genere. La pellicola non è affatto perfetta, presenta alcuni difetti dal punto di vista della sceneggiatura, mascherati però sapientemente da prove attoriali di ottimo livello ed una regia profondamente ispirata. Con Glass Shyamalan chiude sapientemente le trame principali, riuscendo a legare bene le tre pellicole della trilogia, confezionando quello che, nel complesso, risulta essere un vero e proprio film di origini.
7
Ottimo
Previous «
Next »
error: Il contenuto è protetto!