April 19, 2018
  • facebook
  • twitter
  • youtube
  • instagram
  • Homepage
  • >
  • Special
  • >
  • Il Batman di Snyder e Capullo: retrospettiva di un successo bistrattato

Il Batman di Snyder e Capullo: retrospettiva di un successo bistrattato

  • da Leonardo Cardini
  • 4 novembre 2017
  • Comments Off

Sono ormai passati più di 7 anni del debutto dei Nuovi 52 (in inglese, The New 52), il rilancio delle testate DC Comics, che, con fortune alterne ha contribuito a portare la casa editrice ad un ruolo sempre più di spicco nel panorama del fumetto mondiale: alcune serie hanno avuto un responso fortunato grazie al loro blasone (Wonder Woman di Azzarello e Chiang, Flash di Manapul e Buccellato), altre si sono rivelate delle sorprese qualitativamente parlando (Animal Man di Jeff Lemire, All Star Western di Justin Gray e Jimmy Palmiotti), altre sono state dei flop ,come Grifter di Edmonson e Cafu, annunciato protagonista del rilancio Wildstorm, e Justice League International, serie nata per sfruttare la falsa riga dell’omonima serie cult di fine anni ’80.
Il protagonista principale del reboot, protagonista di un vastissimo parco testate e spin off, è stato, però, de facto, Batman, la cui serie regolare, firmata Scott Snyder e Greg Capullo, ha letteralmente spaccato i fan del Cavaliere Oscuro.
La run, composta di numerosi archi narrativi, è stata tra le più controverse degli ultimi anni, cerchiamo però di farne un’analisi a posteriori e vediamo come mai:

cominciò tutto con una frase lasciata a metà: “Gotham è…”, che lasciava al lettore la possibilità di fantasticare, ma faceva soprattutto da preludio alla prima saga del reboot, La Corte dei Gufi, che ripercorre alcuni dei temi già esplorati da Snyder in “Gates of Gotham“, uno su tutti quello delle società segrete. Nella saga vediamo un Batman spossato sia fisicamente che psicologicamente, protagonista di situazioni kafkiane, arrivando a mettere in discussione se stesso al fine di proteggere Gotham dalla malvagità della corte in un susseguirsi di colpi di scena e capovolgimenti di fronte da sceneggiatore navigato; il difetto però, e ricordate questo particolare, è nel finale: Snyder confeziona un finale affrettato, con il misterioso fratello (o presunto tale) di Bruce Wayne che fa capolino dopo anni, come nelle migliori telenovelas, un personaggio creato da Snyder ripescando una vecchia versione alternativa di Batman da Terra 3. L’arco, dopo la sconfitta del presunto fratello, si conclude frettolosamente, mettendo in stand-by la Corte e catapultando Batman nelle grinfie di quello che sarà poi, inevitabilmente, l’antagonista principale della run: il Joker.
La scrittura di Snyder, coadiuvata dai disegni di Capullo, andato via via slegandosi dallo stile tipico degli anni ’90 che l’aveva portato alla fama mondiale grazie ai meravigliosi disegni su Spawn, mostra già in questo primo arco la volontà di creare e strutturare un Batman diverso da quelli che lo hanno preceduto, un Batman spiccatamente action/thriller, limitando le sequenze detective, caratteristica che verrà accentuata sempre di più negli archi narrativi successivi, riprendendo quindi quanto realizzato spiritualmente da Christopher Nolan nella trilogia del Cavaliere Oscuro.

Il secondo arco narrativo, Morte della Famiglia, titolo che riprende “Una morte in famiglia“, la storica saga del 1989 e che vide la controversa morte di Jason Todd, il secondo Robin, viene strutturato da Snyder come un sadico horror, dove il Joker, privato della sua faccia nel primo numero del reboot di Detective Comics, e ricostruito in modo disturbante torna a vendicarsi della Bat-Family con cinici e sadici scherzi preceduti da oscuri presagi, come nella tradizione del miglior Stephen King. Anche in questo caso, secondo la critica di settore, il punto debole della saga è situato nel finale, giudicato troppo sbrigativo, logicamente sconnesso e, a tratti, ridicolo, ma è proprio qui che Snyder semina la sua concezione di Joker, che verrà poi ripresa in Gioco Finale: l’idea del Joker come sempiterna rappresentazione del male che soffoca Gotham, che anche quando sembra sparire lascia come biglietto da visita la sua sinistra risata, simile, se vogliamo continuare a fare paragoni cinematografici, alla trasposizione di IT firmata da Andrés Muschietti.

Prima di Gioco Finale, però, a Snyder e Capullo viene dato il gravoso onere di riscrivere le origini del Cavaliere Oscuro, ripercorrendo le opere di due mostri sacri del genere, come Frank Miller e David Mazzucchelli, che avevano fornito la versione definitiva delle origini di Batman nella graphic novel  Anno Uno: nasce così, dalla mente di Snyder e Capullo, Anno Zero, un lunghissimo story arc (ben 13 numeri) che vedrà Bruce Wayne affrontare il lutto della morte dei suoi genitori, combattere contro la misteriosa gang del Cappuccio Rosso e fare i conti con il pazzo che ha messo in ginocchio Gotham, l’Enigmista.
Anno Zero si rivela in fretta forse il ciclo più confusionario del duo, un gigantesco calderone in cui convergono e sobbollono richiami e citazioni a tutto il mondo della cultura pop: limitandoci al mondo di Batman abbiamo, il già citato Anno Uno, unito a The Killing Joke e alla famosa prima apparizione di Batman su Detective Comics n.27, dal punto di vista cinematografico troviamo invece citazioni a Point Break, Mad Max e Trappola di cristallo. Come potrete capire Anno Zero si perde nel citazionismo, e soffre anche di problemi di ritmo (abbiamo infatti capitoli pieni di eventi uniti a semplici filler) e narra quindi una storia ottima anche come semplice elseworld, invece dell’ inutile collage stilistico che siamo stati costretti a leggere.

Al termine di questo lungo flashback, troviamo finalmente Gioco Finale (in originale Endgame, come l’opera del maestro dell’assurdo Samuel Beckett, splendida saga in stile action/horror che consacra l’eterna lotta tra Batman e Joker assimilandola a quella tra il bene e il male nel senso più aulico (e Lovecraftiano) del termine: dopo un inizio puramente fanservice, in cui Batman combatte la Justice League schiava della tossina del Joker, la storia si avvia su dei binari simili a quelli descritti da John Carpenter ne Il seme della follia, seminale opera della sua Trilogia dell’Apocalisse. Nell’opera riusciamo sensibilmente a percepire il terrore atavico provocato dal Joker, reinventato non come eccentrico gangster né come folle assassino, bensì come incarnazione del male, di tutti i mali subiti da Gotham nel corso della sua esistenza, ponendo quindi il lettore di fronte alla domanda definitiva sull’essenza e l’identità del Joker.
Batman indossa in questo arco narrativo le vesti di San Giorgio che combatte il drago, come mostratoci anche da una delle splendide copertine di Capullo, per liberare il fedele popolo oppresso dalla corruzione morale e dal male che lo opprime, ma, come vedremo poi dal finale, Joker e Batman sono due facce della stessa medaglia, la cui complementarietà è fondamentale per la vita di Gotham.

A causa dello scioccante finale di Gioco Finale, è il Dipartimento di Polizia di Gotham a rilevare il Bat-marchio, sconvolgendo dalle fondamenta la figura di Batman, rendendolo un simbolo apposto su di una (ridicola?) armatura e scegliendo il miglior poliziotto sulla piazza per svolgere un incarico simile: il commissario Gordon!
Inizia così Superpesante, arco narrativo finale della run di Snyder e Capullo e capitolo conclusivo del Batman in versione new 52.
Snyder riesce a confezionare un’altra grande creazione originale impreziosita dal design di Capullo: dopo la Corte dei Gufi arriva infatti Mr Bloom, un oscuro ed inquietante villain floreale, il cui sadismo e la sua naturale malvagità rappresentano il punto qualitativo più alto dell’intero story arc, il quale, sfortunatamente, non brilla come avrebbe potuto, tranne per il finale classicone ma sempre emozionante.
Ritroviamo in questo capitolo lo stesso problema concettuale di cui aveva sofferto anche la, seppur meravigliosa, saga di Batman & Robin firmata da Grant Morrison: per quanto altri valorosi combattenti per la giustizia si dimostrino tali, solamente Bruce Wayne è degno di portare il mantello di Batman, e non intendo nel senso fittizio della frase, bensì in senso metanarrativo. Sul lettore non fa presa un Batman con una diversa personalità, con un diverso modus operandi e, seppur sia stata premiata l’audacia di elevare il Commissario Gordon ad icona della cultura pop, la realizzazione non è stata delle migliori, specialmente nella seconda metà, dove vediamo l’horror lasciare spazio ad un’azione alla Michael Bay, che, francamente, lascia il tempo che trova.

Snyder lascia ai lettori futuri un Batman rinnovato sia nella forma che nella sostanza, senza, purtroppo, chiudere in bellezza i suoi progetti, ma avendo avuto il coraggio di trasportare il personaggio direttamente nel 21mo secolo senza passare dal via, abbandonando i cliché fumettosi per dirigersi verso una narrazione fresca e fumettisticamente frizzante, non senza qualche scivolone, ma senza mai abbandonare la voglia di raccontare una splendida storia.

Precedente «
Successiva »

Podcast