December 17, 2018
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Faith Erin Hicks

Intervista a Faith Erin Hicks “I bambini possano comprendere meglio tematiche mature come la xenofobia” | Speciale Lucca 2018

Durante la scorsa edizione del Lucca Comics & Games abbiamo avuto il piacere di intervistare Faith Erin Hicks, disegnatrice Canadese ospite di Edizioni BD, in occasione della presentazione della sua nuova opera, la trilogia de La Città Senza Nome. Prima della sua ultima opera, Faith Erin Hicks ha lavorato alla celebre serie di webcomic Demonology 101 (sua prima opera) e a The Adventures of Superhero Girl, irriverente graphic novel edita da Dark Horse ed ancora inedita nel nostro paese.


Oggi siamo in compagnia di Faith Erin Hicks, autrice di Demonology 101 e The Adventures of Superhero Girl. Ciao Faith, benvenuta su Redcapes.it. Inizierei subito a parlare di “La città senza nome” ma prima vorrei chiederti com’è nata la tua passione per i comics e cosa ti ha spinto al tempo a crearne uno tutto tuo?

“Sono cresciuta amando i comics! Da piccola leggevo Tin Tin e Asterix – in Canada (da dove vengo io) sono molto popolari – e crescendo ho imparato ad amare il media fumetto. Anni dopo, durante la mia adolescenza ho creato il mio primo webcomic, il cui nome è Demonology 101 che sostanzialmente era una palese imitazione di uno show televisivo che parlava di questo ammazza vampiri. Ad essere onesti, non era proprio un gran bel fumetto ma mi ha dato la possibilità di innamorarmi del processo creativo che c’è dietro e dell’arte fumettistica. Successivamente ho intrapreso la scuola di animazione e onestamente non ho mai pensato di poter un giorno diventare una vera e propria fumettista. Nonostante continuassi a lavorare nel settore, ho sempre pensato al mio lavoro con i comics come una attività collaterale al mio lavoro come cartoonist, in uno studio di animazione, ma sorprendentemente sono stata in grado di affrontare questa transizione e diventare un’autrice di fumetti in piena regola, e anzi sto per celebrare il mio 10° anno come fumettista.”

Beh congratulazioni! Torniamo a parlare della Città senza nome, la trilogia a fumetti che Edizioni BD ha appena pubblicato e che sei qui a promuovere durante questa Lucca Comics & Games 2018. È il primo adattamento di un tuo lavoro qui in Italia se non sbaglio, ti andrebbe quindi di raccontarci un po’ di cosa parla e qual è l’idea da cui è nata questa storia?

“Si è il mio primissimo adattamento per il pubblico italiano e sono così emozionata all’idea. Sostanzialmente ho sempre voluto creare un fantasy, sai tutti i miei lavori precedenti erano delle contemporary-fiction e quindi erano ambientate ai giorni nostri. Nonostante questo, ho sempre voluto cimentarmi in questa sorta di sfida, sai creare il proprio universo narrativo, i propri personaggi ed un ambiente in cui questi possano muoversi ecc. Il fantasy è stata da sempre una mia passione sin da quando ero una giovane lettrice. In particolare, le mie storie preferite erano quelle di di Llyod Alexander, autore di Le cronache di Prydain fortemente ispirato alla mitologia gallese. In età adulta altre mie importanti influenze sono state Jeff Smith, autore di Bone e Hiromu Arakawa, autore di Full Metal Alchemist. Da queste influenze è nata la mia voglia di voler raccontare la mia serie fantasy che avesse come protagonisti due bambini, con un forte focus sul loro punto di vista e la loro relazione/amicizia. Questo per quanto riguarda la genesi; l’opera in se invece trae ispirazione dalla The Silk Road e dalla Cina del 14° secolo, dove è effettivamente ambientata. L’intero periodo storico mi ha sempre affascinato ed ho speso diverso tempo nelle ricerche a riguardo, per cui per tornare alla tua domanda possiamo dire che ho deciso di combinare questi due interessi che ho sempre avuto: il fantasy con questo periodo storico e questa collocazione geografica. Quello che ne è venuto fuori è appunto The nameless City e questo è il risultato, spero che ai lettori possa piacere.”

Hai menzionato il fatto di come La Città senza nome sia la storia di due ragazzi e di come in apparenza questa possa sembrare una storia tutto sommato semplice. Tuttavia, già dai primi capitoli si intuisce che tramite le loro avventure hai cercato di affrontare problemi molto complessi e terribilmente attuali. Puoi dirci perché la scelta è ricaduta proprio su due protagonisti così giovani? Cosa li rendeva i personaggi ideali per questo tipo di storia?

“Io credo fermamente che i bambini possano ispirare e che spesso e volentieri abbiamo una capacità, delle volte anche superiore a quella degli adulti, di comprendere tematiche anche complesse come colonialismo, xenofobia e simili. Quindi volevo che i due protagonisti (Kai e Rat) affrontassero queste tematiche e che si confrontassero con i complessi problemi della società in cui vivono. In particolare, volevo che Kai sperimentasse la posizione di potere e privilegio in cui si trova a vivere nei confronti di Rat, l’altra protagonista, che oltre a essere un’orfana e una ragazza di strada, agli occhi della tribu di Kai, viene a malapena considerata un essere umano. Quindi ripeto volevo che Kai si confrontasse con gli aspetti più oscuri della società in cui vive e da cui beneficia e devo dire che la risposta dei miei lettori più giovani è stata davvero stupenda.”

Per quanto riguarda invece il lato creativo della Città senza nome, che ti ha vista cimentarti in una prova da autrice completa, mi chiedevo com’è stato lavorare a questa trilogia? Hai seguito una routine particolare per realizzarla?

“Allora, fin da subito ho cercato di pormi l’obiettivo di pubblicare un libro all’anno e sai sono stati libri molto complessi da realizzare, tante ore spese in ricerca e studi per cui sin da subito ho cercato di essere il più regolare possibile con il mio programma di lavoro per cercare di avere anche la miglior qualità possibile. Per cui si ho iniziato scrivendo uno script, ricevendo feedback dal mio editor, tornando a fare ricerche e solo alla fine mi sedevo al tavolo da disegno a realizzare le tavole. E questo tipo di lavoro è stato portato avanti per 3 anni, perché ovviamente sono 3 libri – essendo una trilogia. Se devo essere sincera sono stati 3 anni molto molto intensi e credo che non andrò a impegnarmi di nuovo in un progetto così dispendioso nell’immediato futuro perché è stata davvero una sfida.”

Per la realizzazione di questa trilogia hai collaborato con Jordie Bellaire, quindi ti chiedo com’è stato lavorare con lei?

“Jordie è fantastica è riuscita a dare vita a questo mondo che ho scritto e sono stata così fortunata a poter collaborare con lei, è una colorista incredibile. Con La città senza nome sembrava particolarmente impegnativo per la presenza di diverse culture che convivono insieme in  un unico ambiente narrativo piuttosto esotico e inusuale ma penso veramente che il lavoro di Jordie abbia fatto sbocciare questo aspetto del libro. E’ stato davvero un piacere lavorare con lei.”

Vedendo il risultato preferisci colorare da sola i tuoi lavori o magari collaborare con autori come Jordie?

“No, decisamente preferisco che i miei lavori vengano colorati da qualcuno come Jordie. Ho provato in passato a colorare i miei lavori ma sono spesso e volentieri lenta e comunque il risultato non sarebbe lo stesso che affidarsi ad un professionista come lei.”

Bene dunque ti faccio l’ultima domanda: c’è stato qualche aspetto particolare che è stato più impegnativo nella realizzazione della Città senza Nome rispetto ai tuoi lavori precedenti?

“Beh, decisamente la ricerca e lo studio per il setting. Sai, non volevo presumere da subito che la mia idea di architettura dell’Asia centrale fosse accurata, per cui ho impiegato davvero molte ore nelle mie ricerche sulla materia. Inoltre, è stato impegnativo proprio come progetto, dopotutto è stato il mio primissimo lavoro con l’impianto di una trilogia per cui è stato molto difficile mantenere un ritmo così serrato di lavoro e costante, ma anche la gestione vera e propria dei tempi narrativi. Scegliere il momento più opportuno per far accadere alcune cose, di modo tale che certi cambiamenti non avvenissero troppo presto. Ma sono molto orgogliosa del risultato.”

Beh Faith complimenti ancora e grazie per il tempo che ci hai dedicato questa mattina e buona fiera.

“Grazie a voi!”

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