May 21, 2019
  • facebook
  • twitter
  • telegram
  • youtube
  • instagram
  • paypal
  • Homepage
  • >
  • Special
  • >
  • La Casa di Jack – Il nuovo controverso film di Lars Von Trier | Recensione
La Casa di Jack

La Casa di Jack – Il nuovo controverso film di Lars Von Trier | Recensione

  • di Marcello Martinotti
  • 28 Febbraio 2019
  • Comments Off

Lars Von Trier e il suo cinema tornano nelle sale dopo cinque anni di assenza. Prima di scendere nelle profondità della pellicola vorrei fare una piccola premessa, chi è Lars Von Trier? Regista e sceneggiatore danese è famoso per aver lanciato il movimento Dogma 95, ma soprattuto per il suo anticonformismo e per atteggiamenti spesso controversi. Una delle più note è la famosa vicenda del Festival di Cannes del 2011, il cineasta era li per promuovere il suo film in concorso Melancholia e durante un’intervista si macchiò di apologia di nazismo facendo affermazioni (che poi vennero definite come ironiche dallo stesso regista) di comprensione verso Hitler e di apprezzamento per il lavoro architettonico di Albert Speer. Queste affermazioni gli costarono l’espulsione dal festival e una indagine da parte della polizia francese per apologia di nazismo. Dopo un lungo negoziato, Von Trier torna a Cannes proprio con La Casa di Jack, presentato in anteprima mondiale fuori concorso al Festival di Cannes 2018.

Il personaggio di Lars Von Trier è estremamente controverso, come lo è il suo cinema. Questa piccola digressione è necessaria per parlare della nuova pellicola del cineasta danese. La Casa di Jack (The House That Jack Built in lingua originale), è il nuovo film di Lars Von Trier in uscita nelle sale nazionali il 28 febbraio 2019. Con un cast di tutto rispetto capeggiato da uno straordinario Matt Dillon, la pellicola si presenta come 152’ di discesa nei meandri più profondi nella mente e nell’anima di un uomo disturbato. La Casa di Jack è una delle più riuscite pellicole del regista ed è probabilmente anche quella più intimistica.

Le vicende de La Casa di Jack hanno luogo nell’America degli anni ’70 in cui seguiamo l’astuto Jack attraverso 5 incidenti, e cioè gli omicidi che definiscono il suo sviluppo come serial killer. Viviamo la storia dal punto di vista di Jack che vede ogni omicidio come un’opera d’arte in sé, anche se la sua disfunzione gli dà problemi nel mondo esterno. Nonostante l’inevitabile intervento della polizia (cosa che provoca pressioni su Jack) si stia avvicinando, contrariamente a ogni logica, questo lo spinge a rischiare sempre di più. Lungo il cammino scopriamo le sue condizioni personali, i suoi problemi e i suoi pensieri attraverso conversazioni ricorrenti con lo sconosciuto Verge, una miscela grottesca di sofismi mescolata con un’auto-pietà quasi infantile e con spiegazioni approfondite di azioni difficili e pericolose.

Pensare che questo film sia una semplice storia di un serial killer è un errore. La pellicola vuole essere, e riesce ad essere, una profonda analisi dell’oscurità che pervade l’anima di una persona priva di empatia, una persona malata. Viviamo tutto il film dal punto di vista di Jack, un punto di vista cinico e privo di scrupoli contornato da una leggera ironia e del Black Humor che stemperano la tensione emotiva degli efferati atti di violenza che compie il protagonista. Tramite una silloge di ricordi ed eventi personali conosciamo i principali avvenimenti che influenzarono Jack nel corso dei suoi 12 anni di attività, tutti rigorosamente raccontati dalla voce fuori campo del protagonista che dialoga con il misterioso Verge. Un impianto narrativo articolato scandito da continui cambi di registri, si passa dalla narrazione classica a momenti documentaristici fino a trasformarsi in veri e propri quadri, addensano la pellicola di significati e significanti che non permettono mai allo spettatore di riposare la mente. Il rapporto dualistico che si crea tra Jack e Von Trier diventa sempre più evidente nel corso della pellicola, Jack è un chiaro alter ego del regista che si mette così a nudo all’interno della sua pellicola.

Numerose sono le citazioni che fa a se stesso e alle sue opere (addirittura in modo visivo), arriva anche a citare il nazismo in una delle sequenze più belle della pellicola facendo un po’ il verso a quelle stesse dichiarazioni che fece a Cannes nel 2011. Ci sono molte immagini magnifiche che guardano alle incisioni di Blake e a Delacroix, di quest’ultimo c’è un vero e proprio quadro vivente da La barca di Dante, che arricchiscono la composizione visiva della pellicola di particolarità e di potenza immaginifica. Ma in questa pellicola non sono solo le immagini ad avere importanza, il parlato è fondamentale e le parole sono perfettamente scelte per ogni dialogo e per ogni discorso che viene messo sullo schermo. Una bellissima nota è la colonna sonora estremamente ridotta all’osso, con motivi che si ripetono in modo ossessivo quasi come l’ossessione che affligge Jack. 

Il personaggio focale è sicuramente quello di Matt Dillon, unico vero dominatore della scena sia per una performance stupenda sia per questioni di sceneggiatura. Il personaggio di Jack infatti viene analizzato e scandagliato in ogni angolo della sua mente e il minimizzare le sue nefandezze con battute e Black Humor rappresenta perfettamente il suo blocco emotivo e la sua visione distrofica della realtà. Jack si evolve e sembra mutare solo ed esclusivamente in virtù della sua arte che diventa sempre più importante per lui tanto da fargli dimenticare alcune delle sue ossessioni. Nel cast spicca anche un ottimo Bruno Ganz che fa il ruolo di Verge, il misterioso personaggio che accompagna Jack nella sua narrazione e nella sua costante discesa nell’oscurità. 

La Casa di Jack non è un film semplice e non è un film per tutti. Con una messa in scena complessa e di grande cripticità, questa confessione di una mente pericolosissima si presta ad essere un’analisi di una patologia trattata con naturalezza, spesso può sembrare anche con leggerezza ma questa sensazione verrà poi dipanata a fine pellicola quando lo spettatore si dovrà confrontare con quello che ha visto e con quello che è il giudizio che Lars Von Trier da di Jack e quindi di se stesso. Mai nessuno in precedenza è riuscito a cogliere l’oscura anima di una mente criminale come in questa pellicola. Questa danza tra parole e immagini si fa carico di catturare la deviazione psicotica e la morale invertita che ne consegue. Von Trier non fa solo un film sulla depravazione della mente di un uomo ma mette in campo anche quella che è una vera e propria teoria estetica dell’omicidio, parlando dell’argomento come una vera e propria espressione artistica e facendone paragone con quell’arte a cui tutti siamo abituati. 

La Casa di Jack è una lenta e inesorabile catabasi e un percorso di confessione e di messa a nudo dell’animo umano, ogni scena e ogni parola sono fondamentali per arrivare ad una comprensione di quella che è una complessa opera architettonica di rara bellezza. 

La Casa di Jack

La Casa di Jack (The House That Jack Built in lingua originale) è l’ultima pellicola del cineasta danese Lars von Trier. Criptico e complesso è una attenta analisi di una mente deviata, vissuta tutta dal punto di vista del serial killer, interpretato da un formidabile Matt Dillon. Una visione dell’oscurtà dell’animo umano colta con incredibile precisione.
8
Affascinante
Previous «
Next »