June 25, 2018
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[Speciale Mantova]: L’Incontro con Giulio Rincione

  • da Simone Prina
  • 2 marzo 2017
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Durante il Mantova Comics & Games siamo stati al Workshop di Giulio Rincione dove abbiamo avuto l’opportunità di rivolgergli alcune domande circa il suo lavoro ed i suoi prospetti futuri. Di seguito la trascrizione della conferenza che ha visto il Pubblico e Redcapes interagire con l’autore.

Pubblico: perché i paperi?

Rincione: i paperi nascono innanzitutto come una sorta di esperimento, non c’era un progetto o una volontà di fare un fumetto sui paperi, ciò che è nato inizialmente è stato uno sfogo, appunto, su internet che mi ha portato a disegnare un papero depresso con la faccia che ricordava Paperoga e questo era dovuto a due motivi:

1: era un periodo negativo che stavo attraversando in quel momento e che sentivo di voler esprimere con un disegno e se qualcuno non sentisse il bisogno di esprimersi costantemente col disegno, sarebbe anche inutile ad un certo punto…

2: perché a me piaceva il fatto di vedere un personaggio come un papero che, storicamente, vengono sempre e comunque analizzati come personaggi Disney e vengono visti con quella forma particolare, visto con una mia forma di interpretazione dando il mio stile, dando una forma più particolare di un personaggio che uno vede come un icona tipica disneyana.

Da li in poi è stato quasi tutto per caso, nel senso che mi sono piaciuti i paperi, sono piaciute le illustrazione che io mostravo su facebook e quindi mi sono detto: perché non fare un fumetto sui paperi?

Inizialmente l’idea era fare un volume unico, grande, che contenesse una storia completa, ma mio io e mio fratello Marco abbiamo fatto i conti perché quando una cosa nasce sul web ha delle tempistiche diverse, il web è quello strumento all’interno del quale la notizia diventa vecchia dopo 24 ore e smette già di sorprendere, per cui lavorare un interno anno su un progetto che era esploso sul web sarebbe stato un azzardo e non avrebbe sicuramente fatto abbastanza presa sul pubblico, per cui abbiamo deciso di dividere l’opera in tre parti raccontando sia di alcuni disagi che possono in realtà far parte di una storia dell’uomo e non dei paperi, abbiamo voluto parlare di alcuni disturbi che possono far parte della vita dell’uomo, come la depressione con PaperUgo oppure la pedofilia, la violenza e l’ira con PaperPaolo e quello che può essere il fallimento di una vita e il pentimento in One, sono storie che hanno in realtà protagonisti umani, il papero diventa una sorta di catalizzatore delle emozioni che porta il lettore a provare più empatia verso un personaggio zoomorfo rispetto che verso un personaggio umano, quindi questo è il perché dei paperi e sono degli elementi da non trascurare mai.

Pubblico: siccome non è scontato, leggi fumetti? E se si, chi ti ha ispirato?

Rincione: leggo fumetti… non molti quanti vorrei, alle volte manca proprio il tempo ed è brutto da dire ma a volte uno si ritrova a fare più fumetti di quelli che legge, ma questa è tutta colpa della vita… inizialmente pensavo che avrei dovuto leggere tante cose per documentarmi, per capire quel che stavo facendo, ma poi crescendo ho capito che non è così, ho capito che forse non serve leggere e conoscere tutti i fumetti possibili ed immaginabili per fare fumetti. Ciò che serve è sapere quel che ti piace e, ovviamente, cercare comunque di affinare ciò che conosci, attraverso libri, film, fumetti, ecco però non sempre dare per scontato il fumetto: “siccome faccio fumetti, leggo fumetti” secondo me questa cosa è sbagliata. Fare fumetti vuol dire raccontare delle storie, cerco di raccontare una storia anziché solo con le parole, anche con delle immagini, ma è soltanto un mezzo come un’altro e, a mio avviso,  c’e’ un po di polemica su questa questione, che tende a chiudere il fumetto come una cosa a se, ma io tento di vederlo solo come un mezzo per raccontare. Quindi leggo solo i fumetti che mi piacciono, ad esempio quelli di Gaiman, se poi devo trovare ispirazione per una storia, non la trovo dentro i fumetti, perché quando leggo io sono un lettore di fumetti, un lettore punto.

[ESCLUSIVA] Intervista a Giulio Rincione

Redcapes: qualche giorno fa su facebook hai scritto che tu e tuo fratello avete sempre voluto fare un libro per bambini, si parla di un libro illustrato o semplicemente un racconto? E se fosse un libro illustrato, come può il tuo stile, diciamo…emh, hai portato i paperi da un disegno comunque dedicato agli infanti ad un disegno più graffiante, più dark più, diciamo, di impatto, come può il tuo stile adattarsi al target di rifermento di un pubblico infante?

Rincione: io penso che un bambino abbia bisogno di essere innanzitutto stimolato, penso che più si va avanti, meno siano quei prodotti che effettivamente vanno a stimolare l’interessa e la curiosità di un bambino, perché a primo acchito si ha l’impressione che bisogna adattarsi a livello grafico e visivo per diventare comprensibili da un bambino. Io ricordo che quando ero piccolo ero attratto da cose anche strane, non andavo a cercare le cose “per bambini” ero colpito da illustrazioni e disegni particolarmente distorti e brutti che mi davano una sensazione di forza e non penso che io, partendo così, fossi un eccezione, penso che il bambino debba essere stimolato, quindi, si tratterebbe di un libro illustrato anche se ancora non ne abbiamo ne parlato con un possibile editore, ne abbiamo cominciato a lavorarci… e io vorrei cercare mantenere lo stile, ovviamente facendo un libro che non parla di temi crudi o cruenti, insomma sarebbero temi adatti ai bambini ma col mio stile di disegno e naturalmente vado sintetizzare e semplificare un po di cose però di base io non voglio cambiare per un bambino, io voglio che il bambino impari a conoscere i propri gusti senza però dover scegliere per forza la solita cosa che magari vede in tv, poi io ho un feticismo per il design retrò come quello dei Flintstones e dei Jetsons e anche dei looney toons, mi piacerebbe appunto studiare e dargli la possibilità di studiare qualcosa di nuovo per poter fare anche per me questi studi, per poter fare un altro passo verso la mia maturità artistica, però, ripeto era più uno sfogo che al momento si è risolto, poi si vedrà, comunque mi piacerebbe farlo, questa è senza dubbio la verità.

Redcapes: sarà una storia originale o o sarà una qualche rielaborazione di ispirazione ad un prodotto già esistente come i paperi?

Rincione: no, no sarebbe originale. Ma in quel senso paperi è stata un eccezione, perché sia io che Marco, di base, non sempre facciamo storie nostre, paperi è nato subito e sfuggendo alle nostre mani, quindi o lo facevi o no. Però noi di base abbiamo sempre preferito lavorare su personaggi autoriali, personaggi che creiamo sul momento, prima di paperi io avevo lavorato sul mio primo libro pubblicato con shockdom dove ho scelto di creare una serie di personaggi che volevo io in quel momento, sapendo che la storia era un po più complessa, anche per quella che è l’accettazione degli altri, oggi si tende a dare sempre voce ed apprezzare ciò che si conosce, quindi io vedo Batman, helloby, l’uomo ragno o qualunque altra cosa e mi sento a casa. Se vedo, non so, e dico “che c***o è sta cosa?!” sostanzialmente, faccio un passo indietro, perché vedo un personaggio che magari mi può anche piacere, però non so chi è. Questo è un problema, perché tende a dare ai disegnatori l’idea di non poter creare qualcosa di nuovo, perché comunque c’e’ da trovare un compromesso anche con la persona che guarda e secondo me è triste, abbastanza squallida anche, cioè, noi ci ricordiamo quando eravamo piccoli, quando inventavamo dei personaggi, diegnavamo cose nuove,…il fatto di essere legati al fare qualcosa che è già stato visto perché ci preoccupiamo, giustamente, del parere altrui, che non sbagliato, perché chi dice che il parere altrui non conta deve cambiare lavoro perché nel fumetto, nell’editoria, nella narrazione, il parere altrui è fondamentale, ma non deve frenare un’artista che deve ancora capire cosa vuole realmente creare, io qui consiglio a tutti di fare un passo indietro e cercare di capire, perché se uno vuole disegnare tutta la vita Batman, è una cosa bellissima, però devi esserne sicuro, e non devi farlo invece perché è una cosa cosa che tira, cioè devi essere sempre consapevole della scelta che stai facendo. I paperi, inizialmente li sentivo miei, perché, PaperUgo stesso, per me non è Paperoga, per me è un’altro personaggio, poi è chiaro che essere costantemente e giustamente paragonato ad un papero disney mi ha stancato e c’e’ stato anche un brusco stacco, dopo Lucca, dopo la presentazione del  libro, non ho più disegnato un papero, non si è più visto un papero disegnato da me se non in qualche foto random fatta durante le presentazioni, ed è per questo motivo, non voglio rimanere legato a un mio personaggio, non voglio diventare “quello dei paperi” oggi voglio disegnare i paperi, domani non so cosa vorrò disegnare e spero di non saperlo fino a domani mattina…

Redcapes: quindi rinneghi un po questo soprannome “l’uomo dei paperi” che ti hanno dato?

Rincione: me l’aspettavo e non lo rinnego, certo, però non ci voglio sguazzare sopra, me lo voglio togliere e un soprannome si toglie facendo altro, ora sto lavorando su altri progetti, altri personaggi e in qualche modo ragiona in altri modi su altre cose…

Redcapes: e invece il tema della depressione è un tema che vogliamo ricalcare o magari, successivamente, ci potrebbe essere un livello magari totalmente diverso da quello che hai perseguito all’inizio?

Rincione: il problema della depressione è che per chi non la vive, è incomprensibile e questo è l’unico limite del depressa e della persona non depressa, tant’è che in PaperUgo ci sono dei passaggi che risultano poco forti, poco chiari, poco comprensibili, cioè non si capisce cosa stia dicendo il personaggio, perché si trova dentro questa sfera di incomunicabilità da cui non può più avere a che fare col lettore, o il lettore ha sofferto di depressione e quindi sa di cosa stiamo parlando quindi può capire il personaggio, o rimane fuori, tant’è PaperUgo è una di quelle cose che o piace tanto o non piace per nulla, noi lo sapevamo già dall’inizio.

Io non vorrei rimanere legato alle tematiche “tristi” io ho sempre scelto di raccontare delle cose un po più “scure”, un po più “gravi” perché mi viene un po più semplice e di sicuro una delle prime cose a cui penso quando disegno non è l’ironia, non mi viene in mente una barzelletta o di far ridere in qualche modo il lettore. quindi mi sono detto, “ok, proviamo a raccontare delle parti della mia vita o delle parti di cose che possono interessare, che hanno a che fare con cose meno positive” anche perché, empaticamente parlando, l’uomo è, per natura, più attratto verso il male, verso le cose negative, piuttosto che verso quelle positive… possiamo provare, molta pena, molto dispiacere, per empatia, ma quando qualcun’altro invece sta bene all’improvviso quest’empatia viene meno. Quindi ho capito che, non essendo un autore che fa ridere, non avendo la battuta sempre pronta, ho scelto di affrontare delle tematiche un po più pesanti, ma anche li, nessuno me l’ha imposto e non so se magari la prossima volta potrò cambiare modo di pensare e dico “ok, domani siamo tutti arcobaleni e fiorellini!” Così magari vi sorprenderei e ne sarei contento.

Redcapes: e se dovessi scegliere una tematica positiva da trattare, qualche potrebbe mai essere? Anche affiancata ad un tipo di personaggio o ad uno stereotipo…

Rincione: le tematiche positive non esistono mai senza una tematica negativa che si portano dietro… in qualche modo mi piace il riscatto con se stessi, quando uno riesce in ciò che crede, quando uno arriva dove vuole arrivare, solo che poi, anche li, già per natura cerco di considerare tutti gli elementi e aspetti negativi della situazione tipo “ah ma forse non è quello che volevo,  ah ma forse ho faticato troppo per ottenere questa cosa e adesso non ho più quel piacere di averla,…” Quindi già di natura io tendo a rovinare le cose e mi piace che sia così, però si, il senso di riuscita, la soddisfazione, la vittoria mi piace e sopratutto il non tradire la propria personalità, sarà che sono le tematiche a cui sono più legato, anche per ciò che riguarda il mio lavoro, ho avuto la possibilità di scegliere e di cambiare, lo stile dei disegni, perché effettivamente non trovavo un lavoro, uno sbocco lavorativo o uno spazio per me, ed era un problema…perché comunque io volevo lavorare e l’unica alternativa era piagarsi alle esigenze del mercato, che detta così è una grande s*******a, cioè, disegnare come dicono gli altri è una s*******a perché tu disegni in un modo che hai imparato personalmente e non puoi cambiare il tuo modo di disegnare, mi hanno inculcato questa cosa anche alla scuola del fumetto, si, ci sono dei casi particolari in cui si riesce a modificare il tuo modo di disegnare pur rimando perfetti, però non ne siamo tutti in grado, io non ne sono in grado e non voglio neanche farlo, io voglio riuscire a parlare la mia lingua, anche se la capiranno in poche persone, saranno li e alla fine della mia carriera, quando e se ci sarà, io non dovrò dirmi allo specchio “ho parlato una lingua non mia” io ho parlato con poche persone col mio fumetto, però ci siamo capiti.  Tanto il fumetto ha sempre avuto numeri contenuti, è una cosa che oggi si tende a non accettare, oggi si tende a dire che il fumetto deve essere mainstream come il cinema, ma è chiaro che non arriverà mai al livello del cinema, ma non deve neanche arrivarci e quindi non c’e’ motivo di inseguire questa sorta di pompa magna, sempre, ciò che è importante è che ognuno sia centrato in quel che sta facendo, se tu disegni devi sentire che non ti stai perdendo, perché altrimenti avresti dovuto fare qualunque altra cosa nella vita tranne che disegnare, ci sono tanti lavori belli, perché scegliere l’unico o uno dei pochi in cui realmente puoi dire “io voglio essere me stesso” per poi cercare di essere qualcun’altro? Poi è chiaro che li, le ispirazioni, le persone che possiamo incontrare, possono farci cambiare idea e vari episodi che possono capitare, ci fanno capire che stavamo commettendo degli errori, cioè, fa parte della vita e meno male che è così, io al mattino mi sveglio e l’unico pensiero felice è che posso imparare qualcosa, ovviamente in relazione al mio lavoro, ma se pensassi che è tutto già fatto e che non ho modo di imparare, che sono arrivato, che sono il più bravo, il più bello, evviva! Allora tanto varrebbe starsene a letto a dormire. E’ il piacere di imparare, non di essere, non di apparire, ma di poter diventare, è quello il disegno, sono varie parti che si vanno alternando per diventare qualcosa, a volte diventa e a volte no… a volte i disegnatori hanno questo senso di colpa pesantissimo sulla matita, questa matita che pesa una tonnellata e non la puoi sollevare neanche dopo anni di palestra, come fai a fare uno sketch veloce in quel caso se devi muovere uno strumento che pesa delle tonnellate? Quel peso è il senso di colpa, troppo grande, nei confronti del disegno, il disegno è temporaneo, se no ti piace lo butti, ed è giusto che sia così perché il lavoro è una sorta di proiezione del disegnatore all’interno del disegno e se il disegno fallisce io fallisco come persona e a quel punto sale l’ansia perché ogni pennellata che faccio è un casino, lo capisco, è normale, succede a tutti e succede a tanti altri come me ma l’importante è non perdere mai il senso iniziale da cui si è iniziato a fare questa cosa, io parlo così perché mi pare di aver capito che molti di voi sono effettivamente disegnatori o comunque che vogliono avere a che fare con la narrazione, non bisogna dimenticare perché si è iniziato a fare questa cosa, che è la risposta più semplice di tutte: “mi piaceva farla.” E se poi rischia di diventare una cosa che ti piace meno e che ti fa soffrire di più, io forse cambierei…

Pubblico: Giulio scusa se intervengo, dipende molto anche dalla persona, dal disegnatore, in che casa editrice capita, cioè, nel caso di shockdom, forse l’unica realtà italiana che riesce a pescare, diciamo, giovani disegnatori che hanno qualcosa da dire e li lasciano anche piena libertà.

Rincione: ho visto anche tante cose sbagliate, fatte da shockdom, non capisco, cosa intendi per “in che casa editrice capiti”? cioè, non scegli tu?

Pubblico:  no, dico, oggettivamente, adesso, vedo come gli editor, che si guardano in giro, e riescono a prendere gente, comunque, giovane a parte Lucio, non ne vedo tanti… e ti da anche libertà, tutta la serie di “fumetti crudi”, cioè, è stata una genialata! E comunque, per me, magari un disegnatore che vuol disegnare il suo personaggio capita, magari, in altre case editrici che, come dici tu, lo chiudono a fare Batman e solo quello.

Rincione: si, questo è evidente ma queste sono cose che vanno chiarite prima di iniziare, il disegnatore non può permettersi di capitare in una casa editrice che non gli appartiene, chi fa Batman e solo Batman deve essere contento di fare quello e allora il problema non è fare qualcosa di diverso, è fare ciò che vuoi, tu devi capitare nella casa editrice che ti permette effettivamente di essere centrato sul tuo lavoro, io poi faccio del lavoro in più, mi occupo anche dell’editig, perché voglio che il fumetto sembri quasi autoprodotto, ma magari sono tutti possono essere di questa idea. Quindi, il discorso è che oggi, ed è una cosa che continuo a dire fino alla nausea, la qualità conta meno della personalità, che è una frase che fa paura soprattutto ai disegnatori che magari hanno studiato anni e che continuano a impegnarsi e non riescono a capire il perché il colore va messo in quel modo anziché in quell’altro modo…oggi è il periodo del web, questo non lo si può negare, sul web bisogna essere conosciuti, perché se fino a 10/15 anni fa effettivamente  si poteva scegliere di farsi fare promozione da parte della casa editrice, oggi è vero che la casa editrice fa ancora promozione, ma mai quanto l’autore stesso in prima linea, perché è l’autore che deve essere, anzi tutto conosciuto, è molto frequente che un personaggio prima nasca sul web e poi venga scoperto da un editore, pensate a Sio, a LaBadessa,…Sio già prima di cominciare con Shockdom, anche se era meno conosciuto, aveva un suo seguito…per poi scadere nei romanzi più modaioli ecc… ovviamente anche quella roba ha il diritto di esistere, perché c’e’ chi la legge, il fatto è che noi non dobbiamo pensare agli altri in termini come “ah stanno togliendo spazio a me che sono un disegnatore” no, devi cercare di mediare le due cose, devi capire che senza il web non sei l’alternativo,  sei una sorta di “mito” e se non accetti questa dichiarazione non vivi nel 2017, devi dimostrare agli altri che fare le cose come le fai tu, non le fa nessun’altro e che lo fai in modo figo e particolare e non è detto che siano giuste, perché di giusto e sbagliato qui non si parla più, perché non stiamo parlando di operazioni chirurgiche, stiamo parlando di disegno, che ha delle basi che ovviamente si fondano sulla correttezza dell’anatomia, delle prospettive e delle varie informazioni, ma è proprio il momento in cui cominci a mettere la tua personalità che cominci a fare la differenza. Non possiamo piacere a tutti, questa è una frase trita e ritrita che viene usata per molte altre occasioni, ma a noi non deve importare, a noi deve importare di piacere anzitutto a noi stessi e di conseguenza a quelli a cui noi piacciamo.

Redcapes: mettersi in vetrina sul web, sicuramente per un disegnatore è più facile che per uno sceneggiatore, uno sceneggiatore come dovrebbe fare?

Rincione: tu conosci Matteo Bussola? Matteo scrive dei post su facebook chilometrici, io ho un sorta di mia regola aurea di facebook, che se qualcosa ha “il continua” non la leggerò mai. Matteo Bussola però scrive un post, lungo un Km, io inizio a leggere ed effettivamente non riesco a staccarmi, ad un certo punto arrivo alla fine, perché mi aspetto un contenuto interessante, questo cosa significa? Che io ho letto un modo di scrivere di Bussola, ogni tanto mi sforzo di farlo con altri scrittori o sceneggiatori che scrivono dei post più o meno lunghi e li, magari alle volte mi perdo, ma a volte scopro che mi interessano. Se tu scrivi, cerca di dimostrare agli altri, in ogni modo il modo in cui scrivi, scrivi fumetti? Allora pubblica sceneggiature, pubblica anche una vignetta, crea un contest tra chi vuol disegnare quella vignetta, pubblica una tavola, qualcuno ad un certo punto lo trovi, un pazzo che ti fa lo storyboard lo trovi, non si sa perché, a qualche masochista lo trovi sempre…e già, io mi rendo conto del problema, perché è un lavoro dove si comincia subito a mangiarsi a vicenda, l’ideale sarebbe iniziare un progetto in cui si ha sia un disegnatore che uno sceneggiatore credono, e quindi, nel momento in cui si vogliono sacrificare a spendere tante energie e tempo in visione di una possibile riuscita ma anche di un possibile fallimento e quindi se vuoi scrivere, anche per lavoro, devi scrivere. Puoi aprirti un blog, anche se io te lo sconsiglio, perché è una cosa passata di moda, vuoi scrivere racconti? facci un post su facebook e allegaci una foto, è chiaro che spesso manca la pazienza, perché noi veniamo spesso circondati e bombardati da  i cosiddetti “fenomeni del web”, che sono quelli che esplodono, in pochissimo tempo, che poi tanto poco non è, perché se pensiamo allo stesso Sio che già nel 2000 lavorava e son passati 17 anni, non è che sia un fenomeno scoppiato all’improvviso, però è chiaro che la nostra percezione è diversa, è la percezione di qualcuno che all’improvviso passa dal non esistere all’esistere per tutti per cui questa cosa ci crea anche un pochino di frustrazione, dire “io non voglio dare al mio lavoro il tempo di maturare” io voglio tutto e subito, voglio che tutti  mi riconoscano perché io sono stanco, io voglio che gli altri mi vedano, il problema è che se questo è il vero obbiettivo, il vero motore che fa muovere un autore, io starei attento, nel senso che è un motore pericoloso, non è un motore del “fare” è quello del “farsi vedere” e poi a un certo punto uno rischia di farsi vedere in un modo in cui non è per niente…sono scelte, questa è una scelta che io non farei mai, qualcuno l’ha fatta, qualcuno ci lavora anche, nel mondo del fumetto è normale, il mondo è vario e ognuno fa le proprie scelte, io non lo farei, quindi se uno vuole scrivere deve scrivere però deve scrivere tanto, io dico sempre: 100 post regolari, ci saranno quelli che prenderanno 5, poi 10, poi 80, poi ci sarà quello che avrà il picco, dici perché importante il numero di “mi piace”? eh, se non è importante, perché lo facciamo tutto il giorno?

 

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