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Pet Sematary

Pet Sematary di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer | Recensione

  • di Edoardo Muolo
  • 9 Maggio 2019
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Secondo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Stephen King, il primo risale al 1989 firmato Mary Lambert e co-sceneggiato dallo stesso King, Pet Sematary ripropone la storia della famiglia Creed, ormai diventata cult e sulla soglia dei famosi “-anta”, inserendola nel nuovo millennio.

Louis Creed (Jason Clarke), medico del pronto soccorso di Boston, decide insieme alla moglie Rachel (Amy Seimetz) di trasferirsi nel Maine con i suoi due figli, Ellie (Jeté Laurence) e Gage (Hugo Lavoie) e il loro gatto Winston Churchill, per smaltire un po’ di stress in eccesso e dedicarsi di più alla famiglia. L’espediente è il classico passaggio dal caos della città alla quiete della ruralità, la nuova casa dei Creed è infatti un lussuoso cottage situato al limitare di un grande bosco rientrante anch’esso nella proprietà. Passeggiando per il bosco la figlia di Louis, Ellie, scoprirà il “Pet Sematary”, un piccolo cimitero cinto da una barriera di alberi usato dai bambini per seppellire gli animali domestici scomparsi; nello stesso luogo farà la conoscenza di Jud, il loro anziano confinante, con il quale instaurerà subito un rapporto di simpatia in stile nonno-nipote.

Nel frattempo Louis, alle prese con il suo nuovo impiego all’ospedale locale, cerca di ambientarsi al cambio d’atmosfera, passando dalla pressione e dalle ricorrenti emergenze del pronto soccorso ad un più semplice lavoro di ambulatorio, consistente per lo più in casi di influenza e nasi sanguinanti. Improvvisamente, tuttavia, arriva in ospedale un’ambulanza che trasporta un ragazzo in condizioni gravissime, coinvolto in un incidente d’auto. Malgrado i tentativi di salvargli la vita, Louis fallisce e, mentre si trova solo nella stanza con lui, assiste sbigottito al ridestarsi del ragazzo che, con una singola frase, lo mette in guardia sul non superare la barriera del cimitero, per poi ritornare al suo stato di corpo senza vita. Sbigottito e incredulo Louis decide di ignorare l’accaduto relegandolo, nella sua mente razionale, ad un avvenimento immaginario, verificatosi a causa del forte stress. Tuttavia ben presto anche Rachel inizia ad avere visioni spaventose, immagini di sua sorella Zelda, terribilmente deforme e morta anni prima in un incidente domestico di cui la donna si è sempre sentita responsabile.

Il paradossale raggiunge il suo apice quando Louis, costretto a seppellire il gatto “Church”, investito per strada, viene accompagnato da Jud oltre la barriera del pet sematary, fino a giungere ad un misterioso luogo paludoso dove scava la piccola tomba; una volta portato a termine l’ingrato compito e tornato a casa, Louis scopre un “Church” redivivo ad aspettarlo, per la gioia della figlia Ellie che lo credeva fuggito e lo sgomento dei due genitori, ben consapevoli che l’animale era, a tutti gli effetti, morto fino a poche ore prima. Proseguire con l’illustrazione della trama avrebbe poco senso, i lettori di Stephen King sarebbero costretti ad un ripasso per mezzo di un narratore non all’altezza e i nuovi arrivati si sorbirebbero non pochi spoiler gratuiti, parliamo del film, dunque.

“Pet Sematary”, per la regia di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer, è una pellicola che, nel complesso, non delude; o meglio, non dovrebbe deludere. Le differenze di trama con il suo padre cartaceo ci sono, a volerle contare non sono nemmeno poche ma, a volerle valutare, non sono poi così penalizzanti nella riuscita della pellicola. A dire il vero, a parere di chi scrive non lo sono affatto. Ciò che rende i romanzi di Stephen King così trasponibili sul grande schermo è la particolare caratteristica di essere paradigmi più che singole storie dotate di una ferrea coerenza interna. Pet Sematary è l’esempio perfetto per questo discorso, dal momento che, per inciso, è alla sua seconda trasposizione cinematografica e nessuna delle 3 versioni del racconto è perfettamente coerente con  alcuna delle altre. Qualunque lettore di King potrà facilmente convenire che, nella quasi totalità delle sue opere, quello che davvero conta è il nucleo principale, molto più dei ruoli dei singoli personaggi e sicuramente molto più delle vicende secondarie che gravitano intorno a quel nucleo. In Pet Sematary il centro è il cimitero e i personaggi che vi interagiscono in modo fondamentale, tutto il resto, virtualmente, potrebbe essere modificato senza affliggere l’opera in alcun modo, a patto chiaramente che alla base ci sia una valida riscrittura delle vicende di cornice.

Per lo stesso motivo “IT” è stato riproposto recentemente in una versione rivista, svecchiata, ma comunque di grande successo e sopratutto rispettosa di quello che era il nucleo originario della storia. E’ ben noto che uno dei pochi film che King non abbia ritenuto all’altezza della sua opera originale è stato “The Shining”, di Stanley Kubrick, il che potrebbe sorprendere in prima battuta, o portare a credere che il grande scrittore sia tuttavia un pessimo critico cinematografico, ma la verità è che “The Shining”, pur rimanendo un capolavoro della cinematografia, tradiva i punti cardine dell’omonimo cartaceo, costruendo una storia quasi inedita. Tutto questo discorso serve per arrivare a dire che, se criterio fondamentale per giudicare questo “Pet Sematary” un buon film fosse l’attinenza alla trama originale, allora il giudizio rovinerebbe verso bassi voti, ma se invece si decidesse di mitigare la severità su questo particolare criterio, guardando piuttosto a quello che rimane dello spirito originale dell’opera, allora ecco che la pellicola acquisterebbe certamente un buon valore, tendente ogni tanto al “quasi ottimo”.

Nel complesso, la tensione è resa bene, sarebbe bello dire che non sono presenti biechi mezzucci come un jump-scare ogni tanto ma purtroppo non è così, tuttavia quello che conta è che la storia, pur vecchia di ormai quasi quarantanni, non abbia ancora perso di freschezza. Abituati come siamo a vedere film horror tutti uguali al precedente, possessioni, bambini indemoniati, spiriti vendicativi, Pet Sematary sceglie, anzi sceglieva, un impianto diverso che, in tutti questi anni, ben pochi hanno deciso di riproporre. Il vero villain della storia non è il soprannaturale, che qui è piuttosto solo un insensibile mezzo per un fine, ma l’uomo stesso con la sua incapacità di accettare la realtà e la sua natura di essere cagionevole e mortale. Questa caratteristica sarà sempre in grado di elevare un’opera al di sopra di qualunque storia che porti in scena come antagonista la malvagità stessa, sotto forma di diavolo, spirito vendicativo e impersonale, o qualunque altra entità maligna per antonomasia, poiché aggiunge la tragedia all’orrore, arricchendo l’esperienza e aumentando la partecipazione dello spettatore.

Volendo fare un discorso più tecnico il film non ha moltissimo da dire, si mantiene sulla linea della sufficienza per quanto riguarda regia e movimenti di macchina con un piccolo saltino in avanti della fotografia, che qua e là propone delle buone immagini, in particolare nella palude. Gli attori pervenuti sono solo Jason Clarke e Jeté Laurence, il primo detiene la maggior parte delle scene e le rende bene, certamente meglio di Amy Seimetz che più di una volta rasenta l’inespressività totale, la seconda è a mani basse l’attrice più meritevole di tutta la pellicola, espressiva sia nei toni che nella mimica facciale, decisamente la presenza più energica sullo schermo.

In definitiva Pet Sematary deve tutto alla sua sceneggiatura, che proprio a causa delle differenze con il racconto originale sarebbe ingiusto attribuire solo al genio di Stephen King. Gli sceneggiatori hanno certamente trovato il modo di rendere godibile sul grande schermo un racconto originariamente ben più prolisso e articolato, sfrondando nei punti giusti e senza snaturarne i punti cardine.

Pet Semetary

Pet Sematary di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer deve tutto alla sua sceneggiatura, che proprio a causa delle differenze con il racconto originale sarebbe ingiusto attribuire solo al genio di Stephen King. Gli sceneggiatori hanno certamente trovato il modo di rendere godibile sul grande schermo un racconto originariamente ben più prolisso e articolato, sfrondando nei punti giusti e senza snaturarne i punti cardine.
7
Convincente
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