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[Recensione] Altered Carbon Stagione 1 – L’anima non ha la data di scadenza

  • di Luca Brindani
  • 11 Febbraio 2018
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Questo venerdì è approdata su Netflix la prima stagione di Altered Carbon, serie ispirata alla saga letteraria di Bay City creata da Richard K. Morgan e con protagonista il guerriero Takeshi Kovacs.

La serie si ambienta nell’anno 2384, a Bay City (Ex San Francisco), in questo futuro gli esseri umani sono riusciti a sconfiggere la morte, trasferendo tutti i loro ricordi nella “pila”, un apparecchio inserito nel collo che può essere impiantato in vari corpi, chiamati “custodie”. Takeshi Kovacs è uno “Spedi” (Anvoy in originale), un guerriero intergalattico che, dopo aver affrontato una vita di militanza nel Protettorato Intergalattico si unisce ad un gruppo di ribelli per la re-istituzionalizzazione della vera morte. 250 Anni dopo la cattura, Takeshi viene risvegliato e inserito in un nuovo corpo (il corpo è di Joel Kinnaman) da Laurens Bancroft (James Purefoy), un importante magnate che gli affida un caso importante, ossia quello del suo omicidio. Kovacs accetta per poter riguadagnare così la sua libertà e una vita in un futuro che non gli appartiene.

La serie, adattata per Netflix da Laeta Kalogridis, oltre ad essere una delle produzioni più costose di Netflix, è uno dei prodotti che più sono rimasti senza un posto a causa della sua cosiddetta “complessità.”

I 10 episodi di questa prima stagione sono caratterizzati da toni prettamente noir-thriller con ambientazioni e un vestiario tipicamente cyberpunk. Gli sceneggiatori non si sono fatti scappare nemmeno la possibilità di citare in modo molto plateale Ghost in The Shell, dato che vi sono vari dialoghi che riconducono all’importanza dell’anima come definizione della persona. Infatti se le ambientazioni sono tipicamente ispirate al capolavoro di Ridley Scott, Blade Runner, il fulcro di molte sotto-trame e anche molti dialoghi hanno l’anima come definizione di essere umano al loro centro, proprio in un mondo dove il corpo non è più parte di te, ma è solo un involucro che contiene tè stesso. Tra i Neo-Cattolici, l’ordine 653, i Mat, gli Spedi, gli sceneggiatori hanno avuto di che giocare nelle prime cinque puntate della serie, che servono per costruire a fondo il mondo in cui Kovacs e compagni si muovono; nelle successive cinque invece la trama và al sodo, mostrando sempre più dove i fili districati da Kovacs convergono, svelando molte cose che stanno al di sotto della semplice superficie dell’indagine.

Proprio il world building si dimostra un punto forte di questa serie, che riesce ad offrire così tante informazioni, ma mai pienamente complete, se non per quello che riguarda gli Spedi, dando così allo spettatore di che pensare durante la visione, per esempio nulla ci è dato sapere sulla struttura governativa del Protettorato oppure di come effettivamente esso agisca sugli altri mondi. Ancora un’altro esempio è come la chiesa reagisca a questo “scambio di corpi”, ci viene fatto intendere che viene aberrato, ma forse sotto sotto viene utilizzato dalle alte cariche ecclesiastiche, anche loro umane d’altronde.

La distinzione tra i più ricchi e i poveri è incredibilmente evidente, in una società dove ormai gli istinti più bassi, quasi animaleschi dell’essere umano possono aver sfogo grazie ad una assenza di una conseguenza mortale. Proprio questo ha portato ad una sempre più inutilità della polizia, ridotta, quasi, si può dire ad essere un burattino nelle mani dei potenti Mat, di cui ne pulisce i casini.

La regia è affascinante, perché subisce ovviamente influenze esterne, ma ci regala una San Francisco molto futuristica molto diversa da quella che si potrebbe immaginare. Le ambientazioni riprese sono per lo più spazi angusti e anche quando si tratta di luoghi aperti come un mercato, inducono claustrofobia. Proprio il senso di prigionia provato dal protagonista oltre che dallo spettatore è efficacemente restituito con inquadrature pensate ad oc per mostrare il degrado e la ineluttabilità del vivere per sempre nel crimine e nello sporco. Le scene d’azione sono dirompenti e chiare in ogni singola movimento di macchina, anche in questo Altered Carbon dimostra di avere una mano ferma anche nelle scene più violente (e sono molte).

I personaggi sono dei tipici stereotipi della fantascienza distopica, abbiamo quindi Takeshi, l’eroe e il detective che si trova in una situazione che lo fa riemmergere nel mondo e far riaffiorare ricordi che credeva di aver sepolto, poi abbiamo Kristin Ortega (Martha Higareda), poliziotta che ha tutto da perdere in un mondo dove ormai il suo lavoro sta perdendo sempre più importanza e ovviamente interesse amoroso di Kovacs; Poe (Chris Conner), intelligenza artificiale che controlla l’hotel “Il Corvo” dove Takeshi alloggia e che lo aiuta nelle indagini, proprio questi sarà uno dei personaggi che più facilmente lo spettatore troverà interessante vedere in scena, poiché pone importanti dubbi sulla definizione stessa di IA e sulla razza delle IA stesse, che in Altered Carbon hanno un ruolo, seppur marginale nelle vicende; poi c’è Vernon Elliott (Ato Essandoh), una sorta di esempio del soldato tipico che puoi trovare in questo futuro, personaggio non particolarmente utile o comunque memorabile ma che sarà parte del processo di restituzione dell’umanità al protagonista. Oltre a Kinnaman che è comunque un nome ad hollywood nella serie abbiamo James Purefoy interprete di Laurens Bancroft e personaggio ambiguo, ma con onore, un Mat diverso dagli altri ma allo stesso tempo che dà l’idea di essere viscido persino più degli altri quando è in scena, anche se non ci è dato modo di saperlo. I villain, non sono particolarmente strutturati per lo più sono minion, mandati dal vero big bad, che ahimè è un personaggio abbastanza ovvio e in definitiva poco soddisfacente anche a livello di performance attoriale, è però apprezzabile come Kinnaman cerchi di rendere i confronti tra il suo personaggio e il cattivo almeno sofferti.

Altered Carbon è una serie che per nulla vuole essere, o risulta per palati fini, anzi molte risoluzione nettamente dirompenti a livello visivo servono proprio allo scopo di piacere al grande pubblico, che in questa serie potrebbe trovare uno dei suoi show magari preferiti, proprio per il suo essere atipico e per il suo scorrere decisamente bene fino alla fine. Molti show di Netflix infatti subiscono il problema delle troppe puntate, questa serie no, 10 episodi, tutti che si concatenano tra di loro, alcuni riesco bene altri non benissimo, ma la qualità media è nettamente alta e si vede. Forse uno dei difetti più evidenti dello show è il budget, non fraintendetemi, quello che vediamo è fatto da molto bene, ma alla fine quello che vediamo sono interni e vicoli e protesi e simulazioni virtuali, che appunto riprendono comunque spazi chiusi, la serie al di fuori della opprimente città non ha molto da far vedere, ossia ce ne sarebbe ma è ridotto a sprazzi, seppur molto belli.

La mia opinione sulla serie è nettamente positiva, sono curioso di vedere cosa Netflix potrebbe fare con il materiale rimasto e la storia di Takeshi Kovacs che è solo ad un terzo del suo percorso.

Se volete anche gli amici di Why so serial ne hanno parlato qui.

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