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[Recensione] Death Note – Il film di Adam Wingard prodotto da Netflix

  • di Luca Brindani
  • 25 Agosto 2017
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death note

Era da tanto che si discuteva di questo film e finalmente Death Note di Adam Wingard è stato reso disponibile su Netflix, andiamo a scoprire dunque se questo film è veramente inguardabile come dicono tutti.

Innanzitutto c’è da fare una premessa, questo film è ispirato sul celebre manga di Tsugumi Oba e Takeshi Obata Death Note e non ne è una trasposizione, quindi in questa recensione lo tratterò come pellicola a sè stante che parte da una base fumettistica e mi baserò anche sui precedenti lavori del regista, come The Guest,You’re Next e i VHS, bando alla ciance iniziamo.

Light Turner (Nat Wolff) è un emarginato genio della periferia di Seattle, la cui vita è stata segnata da una tragedia che lo ha portato a dissociarsi dal mondo fino a quando un quaderno non cade dal cielo e gli permette di diventare una sorta di dio della morte; Il quaderno lasciato sulla Terra da Ryuk (Willem Dafoe), il dio della morte a cui appartiene il Death Note ed in breve tempo porterà il ragazzo a perdere il controllo di sé stesso e di quello che lo circonda. James Turner (Shea Wigham) è il detective incaricato dalla polizia di indagare sul caso Kira e sarà il tramite tra l’SPD e Elle (Lakeith Stanfield), il più grande detective del mondo.

Questa è in breve la trama della pellicola che già dai primi minuti ci cala in una uggiosa e sporca Metropoli dove si muovono tutti i nostri protagonisti, da Light a Mia Sutton (Margaret Qualley).

Uno degli elementi che subito viene a caratterizzare la pellicola è la difficile situazione familiare di Light, che serve a far capire allo spettatore come un ragazzo come lui possa venire trascinato in una follia omicida da un quaderno, infatti Ryuk, in questa trasposizione è assolutamente uno spettatore come noi e non interviene direttamente se non quando ci sono da spiegare le regole del quaderno, dettaglio molto importante perché fa cadere le critiche secondo cui in questa versione Ryuk sia l’artefice della pazzia del ragazzo; Il rapporto che si instaura dunque tra Light e il resto dei protagonisti a partire da Mia, è molto vuoto nonostante l’interpretazione di Wolff ci consegni un protagonista umano e poco calcolatore, ma che non riserverà poche sorprese.

Elle di Keith Stanfield invece si rivela una sorpresa perché l’attore riesce a creare un personaggio molto attivo ma anche calcolatore che si contrappone al personaggio di Wolff e che si avvicina di più quindi alla controparte cartacea di più rispetto agli altri personaggi. Fisicamente non ricorderà il personaggio che i fan hanno adorato nel manga di Tsugumi Oba e Takeshi Obata ma, tranne che in un occasione, è decisamente uno dei personaggi più fedeli alla controparte cartacea.

La Regia di Adam Wingard si mostra subito solida e molto simile a quella operata in The Guest (2014) con protagonista Dan Stevens, sopratutto per l’utilizzo di giovani attori e tanta azione mai poco chiara ma sempre fluida. Wingard riesce anche a mascherare benissimo la presenza massiccia di CGI nelle scene d’azione e anche a non far sfigurare il dio della morte doppiato da Willem Dafoe quando è in scena vicino agli attori umani, è inoltre presente una scena d’azione molto lunga e fatta quasi completamente in green screen che non dà per nulla fastidio agli occhi.

La fotografia è caratterizzata da colori freddi in cui irrompono colori caldi e ampi rossi molti forti che non disturbano la scena e che servono a provocare inquietudine nello spettatore. Il neon inoltre dà alla pellicola quel tono fresco e tipicamente da thriller anni ’10 che già abbiamo visto sposarsi bene con certe tematiche e che certi registi sanno ben utilizzare, come appunto Wingard.

La sceneggiatura purtroppo non è altrettanto scrupolosa, infatti il team di sceneggiatori composti da Charley Parlapanides, Vlas Parlapanides e Jeremy Slater riempie il film di elementi, dalla critica al bullismo, alla pazzia, alla giustizia criminale oltre ovviamente alla trama della sola pellicola, che in un’ora e quaranta minuti sono difficilmente fruibili senza una massiccia dose di skip temporali e simili, sicuramente una durata maggiore avrebbe facilitato a veicolare i diversi messaggi e i passaggi sarebbero stati molto più chiari, ad un certo punto viene quasi l’idea che questa sceneggiatura fosse fatta per una miniserie tv più che per una pellicola che già da sé necessita di un aggiornamento di ambientazioni e tempi. Si notano pesantemente poi gli inserimenti in fase di sceneggiatura delle modifiche apportate dal regista che avendo un suo stile ben definito contamina la pellicola anche in quel senso, per questo probabilmente sarebbe stato meglio affidare completamente a Wingard il progetto magari insieme al compare di tante fatiche, Simon Barrett.

Le musiche sono però la pecca maggiore, infatti come in molti prodotti di Netflix, siamo di fronte ad una non colonna sonora e Death Note sicuramente avrebbe funzionato meglio con delle soundtrack solide ed elettriche in modo da potersi ben amalgamare con lo stile operato da Wingard.

Death Note non è un brutto film, non annoia, presenta delle esagerazione tipiche della cinematografia del regista e chi ha visto altri suoi film sa di cosa parlo. Poteva essere realizzato meglio ma se ci si approccia al film come ad una pellicola ispirata al manga ci si renderà conto di essere di fronte ad un prodotto sufficiente, forse con tempi troppo affrettati, ma comunque che merita una visione.

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