August 17, 2018
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[Recensione] Dunkirk – il nuovo film di Christopher Nolan

  • da Edoardo Fiorani
  • 21 agosto 2017
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Quando ricevetti l’invito a partecipare all’anteprima stampa di Dunkirk provai due chiare e ben distinte sensazioni, la prima fu, banalmente, la gratitudine per l’offerta e per la fiducia riposta nella mia capacità critica, la seconda, ben più meschina, fu la cupidigia suscitata dalla possibilità non solo di poter parlar male dell’ultimo film di Christopher Nolan, ma di poterlo fare anche in anteprima. Meglio esser chiari fin da principio per evitare malintesi, io non negherei mai il fatto che Nolan sia un grande regista, ispirato e con una padronanza dei mezzi e delle tecniche cinematografiche tale da porlo su un ideale podio tra i registi contemporanei, e non mi sognerei mai di definirlo sopravvalutato ne di insinuare che non meriti il successo che ha.

Il mio personalissimo problema con il suddetto è di natura diversa: non sopporto il suo straripante ego. Ora, nella prima stesura di questa recensione a questo punto sono partito con una tirata sull’ego di Nolan che mi ha occupato ben più di mezza pagina, rileggendola però non mi è parso il caso di mantenerla; mi limiterò a dire, per amor di sintesi, che a mio parere molti dei suoi film migliori sono “macchiati” dal suo bisogno di strafare, dall’ansia di generare stupore che lo porta a tentare concetti e risvolti di trama complessi quanto confusi, spesso inseriti in vicende che, a mio personalissimo parere, potrebbero non solo farne a meno ma anzi dovrebbero. Chiudiamo qui questa parentesi rimandando ad altri momenti una discussione più approfondita. Qui si parla di Dunkirk e delle ragioni che lo rendono diverso da ogni altro film di Nolan.

Nei primi minuti del film viene subito messo in chiaro che l’intera vicenda del salvataggio delle truppe inglesi a Dunkirk ci verrà raccontata da tre punti di vista diversi inseriti nella stessa giornata ma con una differente durata temporale, rispettivamente: tutto il giorno presso il molo di Dunkirk, tutto il giorno in mare e un’ora della giornata nel cielo. L’intreccio perfetto che avviene tra questi tre archi temporali durante il film è già di per se una piccola chicca, ma l’aspetto più notevole è senza dubbio quello della narrazione. Chiunque potrebbe aspettarsi di vedere, per tre vicende principali, tre protagonisti; di fatto è così, se vogliamo individuare i tre personaggi principali del film questi sono senza dubbio Fionn Whitehead (molo), Tom Hardy (aria) e Mark Rylance (mare), tuttavia durante lo svolgimento ci accorgiamo di non avere alcuna informazione su di loro, sono dei protagonisti sostanzialmente senza una storia, svolgono, per così dire, una funzione di rappresentanza dell’intero gruppo a cui appartengono, tanto che due di loro li conosciamo solo per nome o cognome mentre di uno non sappiamo nulla. Tom Hardy (alias “Farrier”) è un pilota qualunque della RAF, Mark Rylance è uno dei tanti civili inglesi che si misero al timone delle loro barche facendo rotta per Dunkirk, nella speranza di salvare quanti più soldati possibili dalla spiaggia e Fionn Whitehead (Tommy) è un soldato, giovane e alle prime armi, intrappolato a Dunkirk in cerca di salvezza.

Questa spersonalizzazione rappresenta il vero punto di forza della sceneggiatura, trasmette meglio di qualunque parola o discorso il dramma della guerra, che non è mai tragedia del singolo ma sempre tragedia dell’umanità nel suo complesso. I personaggi non hanno nome perché lo spettatore deve rendersi conto che la necessità tecnica di mettere in primo piano un singolo è, in questo caso, solo ed esclusivamente un obbligo dettato dalla telecamera. Sarebbe stato impossibile creare la stessa immersività senza servirsi di un volto di riferimento, riprendendo semplicemente tutto dall’alto, ma è evidente che Nolan ci abbia provato con tutte le sue forze. Questo film non vuole avere un protagonista perché protagonista è solo la vicenda e la vicenda è l’unica “personalità” approfondita e scandagliata da tutti i suoi punti di vista.

L’assenza delle storie personali non significa peraltro che i personaggi siano privi di spessore, al contrario invece si crea questa sensazione nello spettatore (o almeno in me) per la quale si ha l’impressione che ogni personaggio parli con la voce di molti uomini; questo è dovuto ancora una volta al fatto che gli interpreti mettono in scena i sentimenti di una collettività e non di un individuo, e questo discorso vale anche per i personaggi secondari. Penso ad esempio al soldato di marina interpretato da Cillian Murphy, traumatizzato e apparentemente di indole pavida, che ad un primo esame potrebbe apparire come una singolarità, ma che in realtà ben presto diventa espressione di centinaia di altri soldati come lui, sopravvissuti per miracolo ad un attacco nemico e ora capaci di pensare unicamente a non sfidare nuovamente la sorte e a tornare alla sicurezza delle loro case.

Trattandosi di un film di guerra, Dunkirk non può esimersi dal paragone con il cinema d’oltre oceano, che più di ogni altro ha prodotto pellicole a tema bellico, dove spesso, bisogna ammetterlo, la verità storica viene sacrificata in nome di vicende umane sensazionali e poco probabili che, spesse volte, mirano a glorificare in modo più o meno velato le gesta e le motivazioni dei vincitori. Ora, non essendo personalmente un esperto, non mi pronuncerò su quanto la verità storica sia stata rispettata o meno in Dunkirk; quello che però non passa certamente inosservato ed è alla portata di tutti è l’assenza di qualunque tipo di esaltazione o glorificazione dell’Inghilterra e delle sue gesta. Non sarebbe giusto farsi trarre in inganno e pensare che, solo perché Dunkirk è la storia di una sconfitta inglese, questo non sarebbe stato possibile.

A mio parere, anzi, la demonizzazione della crudeltà del nemico e l’esaltazione del coraggio e della solidarietà umana dell’esercito inglese poteva essere una strada perfettamente percorribile, volendo fare un film ruffiano che suscitasse facili sentimentalismi. In questo film invece non solo non esiste esaltazione dei “buoni”, ma di fatto non esiste nemmeno il nemico. Durante tutta la durata della pellicola noi non vediamo nemmeno un soldato tedesco, la stessa parola “tedesco” viene pronunciata si e no due o tre volte; quello che davvero appare, il nemico visibile, è la macchina, sotto forma di aereo, nave o u-boot. La malvagità in Dunkirk non ha mai il volto di un uomo ma sempre il freddo e inespressivo volto della macchina da guerra. Le bombe sono sganciate da aerei comandati da nessuno, i fucili sparano ma non si vedono mai i fucilieri e i sottomarini lanciano i propri siluri come per volontà propria. Così facendo Nolan vuole mostrarci come il male in guerra non è compiuto da un solo uomo o da un gruppo di uomini ma da tutti gli uomini insieme, in modo tale che un singolo volto, o una particolare divisa, vengano svuotati di significato. Penso che questo particolare aspetto del film sia quello che ho maggiormente apprezzato e quello che lo distanzia più di ogni altro dal cinema di guerra a cui siamo abituati.

Riesco facilmente ad immaginare che chi ama lo stile e quella che viene dai più definita la “poetica” di Nolan non uscirà entusiasta dalla sala. Per quanto mi riguarda invece trovo che questo passo indietro da parte sua, che definirei piuttosto un mettersi al servizio del film eliminando quelle che sono le sue usuali “interferenze” personali per concentrarsi solo sul comparto tecnico e su una sceneggiatura asciutta e perfettamente riuscita, sia il vero asso nella manica di Dunkirk.

Un film tecnicamente stratosferico, da vedere assolutamente nella versione 70mm e con il miglior impianto audio possibile, non per un vezzo da cinefilo ma perché è quel genere di film che vive una seconda vita quando è proiettato nelle migliori condizioni possibili. Un cenno in particolare meritano le musiche, firmate Hans Zimmer, che calzano alla perfezione in ogni momento del film, forse la sorpresa minore tra le tante che questo film ha in serbo, ma di sicuro non da passare sotto silenzio.

In conclusione questo Dunkirk rappresenta probabilmente la vetta più alta non tanto per le capacità registiche di Nolan, che non sono mai state in discussione, quanto, piuttosto, per la sua maturità artistica e complessità di pensiero. Un Nolan meno rumoroso e più saggio e contemplativo.

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