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[Recensione] Hereditary di Ari Aster – Quando l'entusiasmo brucia l'anima

  • di Mattia Ferrari
  • 24 Luglio 2018
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Hereditary

L’horror è senza dubbio uno dei generi cinematografici più saturi e trovare pellicole contemporanee che rappresentino qualcosa di nuovo nell’ambito non è semplice. Negli ultimi anni, tuttavia, film come Babadook, It Follows e The VVitch hanno riacceso le speranze. Recentemente è toccato al regista Ari Aster di venire osannato per un film horror considerato ottimo: Hereditary. Uscito poche settimane fa nelle sale statunitensi, il film è stato accolto con entusiasmo da critica e pubblico e considerato tra i migliori film di genere usciti negli ultimi anni. Aster si è ritrovato così a firmare un vero e proprio successo come sua opera prima, dopo la direzione di alcuni cortometraggi a tema famigliare dall’atmosfera inquietante e incentrati sull’ossessione, come The Strange Thing About teh Johnsons o Basically. Per scrivere la sceneggiatura di Hereditary, Aster si è ispirato ad un periodo buio attraversato tre anni prima, dove la sua famiglia è stata sconvolta da una serie di gravi crisi che si sono susseguite senza sosta e si è immaginato come una situazione terribile, ma comune a tante persone normali, potesse risultare angosciante se tinta di atmosfere horror e surreali.

Dopo questa premessa e dopo le lodi sperticate che il film ha ricevuto nel corso delle ultime settimane, speravo di trovarmi di fronte almeno un buon film, senza avere la pretesa che fosse un capolavoro: non do mai troppa retta alle critiche, positive o negative che siano, ma se in così tanti parlano bene di un prodotto di questo tipo tendo a incuriosirmi. Hereditary è senza dubbio un film con una regia ispirata, ricca di espedienti efficacissimi che richiamano a quel tipo di horror lontano dal semplice inserimento di jumpscare, ma piuttosto basato sulla creazione di tensione e di situazioni che inculchino inquietudine nello spettatore. Aster ha cercato in ogni modo di utilizzare la tecnica del non mostrare esplicitamente qualcosa se non quando strettamente necessario, spesso utilizzando inquadrature fisse su un personaggio sconvolto da qualcosa che lo spettatore conosce, ma che gli altri personaggi ignorano, fornendo come unico contatto con la loro consapevolezza ciò che accade fuori campo, attraverso il sonoro. I primissimi piani abbondano e l’espressività degli attori è al centro dell’attenzione, il tutto coadiuvato da un sapiente montaggio che utilizza jumpcut suggestivi. Emblematico l’uso dei modellini della casa creati dal personaggio della protagonista, che spesso vengono inquadrati e si trasformano, grazie a transizioni impercettibili, nei reali ambienti dove irrompono improvvisamente i personaggi.

La scrittura privilegia una tensione e un’angoscia perennemente presenti, raccontando una storia in bilico tra il thriller psicologico e il classico horror che si basa sulle presenze demoniache. In tal senso Hereditary si pone come un prodotto elegante, che rispetta i canoni dell’horror più classico, non fosse che la volontà di tenere lo spettatore sulla corda diventa mal gestita già nella seconda parte, dove il tono del film, da serio e spaventoso, si tinge di grottesco, portando a scene che scadono nel trash involontario. Soprattutto il finale mostra l’incapacità di portare lo spettatore laddove la storia voleva che arrivasse fin dall’inizio, tra incongruenze varie nella trama e cambi di tono improvvisi e inaspettati. Aster voleva chiaramente sorprendere lo spettatore, ma lo ha fatto oltrepassando la sottile linea tra l’inserimento di situazioni effettivamente sconvolgenti e quello di scene che effettivamente spiazzano, ma perché riferite ad elementi che sembrano inseriti senza un reale costrutto.

Il cast è stato scelto accuratamente e spicca su tutti una strepitosa Toni Collette, già nota per i ruoli della madre tormentata sia ne Il Sesto Senso che in About a Boy, forse leggermente sopra le righe in dati momenti, ma perfettamente in grado di restituire allo spettatore il disagio di una donna con un rapporto difficile con i figli e un evidente problema psicologico. Il legame tra questo personaggio e quello del figlio adolescente in cerca della propria identità, interpretato da Alex Wolff -fratello di quel Nate Wolff che ci ha inorridito in Death Note ma per i motivi sbagliati, che già abbiamo visto in Jumanji qualche mese fa, è uno dei punti focali dell’intero film, ma tra tante chiacchiere la sostanza manca in toto: in nessun modo tale rapporto si rivela avere una reale importanza ai fini della trama ed è un mero veicolo per creare scene basate sull’ossessione e sull’instillare il dubbio che quanto accada sia una paranoia allucinata dei protagonisti. A completare il quadretto familiare ci pensa il personaggio di Charlie, una delle bambine da film horror più irritanti di sempre, personaggio fastidioso oltremodo e che assolve ad un compito indefinito nel film, a metà tra l’inquietare lo spettatore e l’avere un ruolo centrale in una trama fin troppo confusionaria, che non sa quale direzione prendere.

A mancare ad Hereditary è una visione d’insieme compatta: prese singolarmente le varie scene sono di sicuro impatto, ma nel complesso si avverte che qualcosa non funziona, con un finale che vorrebbe omaggiare alcuni grandi film di genere del passato, ma senza che questo possa portare ad una conclusione realmente sensata. Non si sta parlando di un brutto film in toto, anche perché a livello tecnico è superiore alla media dei film horror per adolescenti che invadono le sale ogni estate, ma mi lascia perplesso vederlo incensare com’è stato nell’ultimo periodo. Per quanto mi riguarda un buon film non dovrebbe avere solo una buona regia e una fotografia più che decente per poter essere definito anche solo “buono”. La scrittura di Hereditary sarebbe anche buona, ma cerca d’osare troppo senza riuscirci, andando a pasticciare con i tipici stilemi del genere. Insomma, siamo di fronte al classico film che eccita i critici, ma che potrebbe tranquillamente essere bollato come un’idiozia dal pubblico italiano. Ma è solo un’ipotesi, vediamo a chi il tempo darà ragione.


Di seguito potete vedere anche la recensione video di Mattia Ferrari (Victorlazlo88):

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