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[Recensione] I don’t feel at home in this world anymore

  • di Leonardo Cardini
  • 26 Set 2017
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Nel marasma cinematografico e seriale proposto al giorno d’oggi da Netflix è possibile incappare in numerosi scivoloni qualitativi scegliendo il film a scatola chiusa, ma altresì vero che è possibile imbattersi in vere e proprie perle, come quella che mi è capitata tra le mani ieri sera: I don’t feel at home in this world anymore, scritto e diretto dal debuttante Macon Blair e vincitore del Gran premio della giuria: U.S. Dramatic al Sundance Film Festival, dov’è stato presentato in concorso.

I don’t feel at home in this world anymore è la tipica opera dal gusto indipendente perfetta per il Sundance, dove Macon Blair confeziona un film dal gusto tarantiniano con numerose influenze dal cinema indipendente, sia per lo stile che per le tematiche trattate, in cui ho notato una leggera spolverata di Breaking Bad, data la piega che prenderanno i protagonisti.

Melanie Lynskey (Due uomini e mezzo) interpreta Ruth, prototipo della donna inetta, che, piano piano, si sta spegnendo internamente, quando, all’improvviso, la visita di alcuni ladri in casa sua le provoca un forte scossone emotivo. Decide, così, di indagare personalmente sul furto con l’aiuto dello strambo vicino di casa Tony (Elijah Wood, Il Signore degli Anelli). La catena di eventi li porterà ad immischiarsi in vicende più grandi di loro, con tutti i rischi che ne conseguiranno.

Il film rientra nel genere della commedia nera, grazie ai dialoghi frizzanti e alle scene tragicomiche di cui sono protagonisti Ruth e Tony, archetipi dei disagiati sociali del 2017, che, paradossalmente, vedono la loro vita sconvolta dal furto di alcuni medicinali, un computer e dell’argenteria, oggetti inutili ai fini della trama di un qualsiasi thriller/action, ma che, in questo caso, denotano una cura ed un’attenzione per il dettaglio quasi maniacale, degna di uno dei quadri cinematografici di Wes Anderson.

La regia di Blair è una regia estremamente emotiva, che riflette con i movimenti di macchina quelli che sono gli smottamenti interiori dei protagonisti: nei momenti di noia o di calma piatta di Ruth si ritrovano grandi momenti di silenzio coadiuvati da una camera fissa, estremamente statica quanto adrenalinica negli inseguimenti e nelle scene psicologicamente provanti. Il ritmo della pellicola calca sull’acceleratore per quasi tutta la durata, grazie a dialoghi costruiti in modo intelligente, situazioni rocambolesche e continui ribaltamenti di fronte: i Twenty One Pilots cantavano “you’ll never know the murderer sitting next to you”, una delle frasi simbolo di questo film, dove, in questo caso, la caccia non è all’omicida, ma al ladro, e si snoda attraverso luoghi impensabili, ville lussuose e commissariati di polizia, il tutto con un tocco di ironia nera, la causa del sorriso amaro dello spettatore.

Ottimi gli attori nei loro ruoli: Melanie Lynskey si ritaglia un ottima parte anche come attrice drammatica, dopo le decine di ruoli comici, gettando l’empatia della sua sofferenza sullo spettatore, il timido ed impotente osservatore delle sue gesta, mentre Elijah Wood si riconferma un professionista camaleontico ed adatto alla parte in ogni tipo di ruolo, dalla commedia demenziale (Wilfred) al freddo e spietato killer (Sin City), fino a ruoli al limite dell’assurdo, come quello interpretato in questo caso, lo strano e impacciato Toby, e quello in Dirk Gently, la splendida serie prodotta da Netflix e tratta dai romanzi di Douglas Adams.

I don’t feel at home in this world anymore non stupisce dal lato tecnico di fotografia e colonna sonora, con quest’ultima quasi impercettibile e priva di motivi memorabili, se non con la canzone che presta il titolo al film, nel finale ma, d’altro canto, va sottolineato il merito di Macon Blair nella sua sorprendente abilità in fase di regia e sceneggiatura, poiché riesce a confezionare un film dal ritmo serrato dal gusto indipendente e assurdamente delizioso, che, partendo da una promessa banale, dipana il filo della narrazione all’inverosimile, portando i nostri protagonisti in situazioni inimmaginabili, lontane dalla quotidianità, in una sorta di ricerca della felicità dai toni pulp.

Sarebbe curioso ripercorrere a ritroso quelle che sono state le ispirazioni di Blair nella stesura della sceneggiatura, analizzando le influenze: sicuramente, come detto, è chiara l’ispirazione ai romanzi pulp di inizio ‘900, data la struttura della narrazione e le situazioni proposte; il gusto dell’assurdo si ritrova poi nei racconti e nei romanzi di J.G. Ballard, non per forza orientati sulla fantascienza; la più grande ispirazione registica è, invece, quella di Quentin Tarantino, come se il regista di Kill Bill e Le Iene avesse continuato a girare film dal gusto indipendente, appunto, tipici del Sundance Film Festival.

I don’t feel at home in this world anymore è disponibile su Netflix per le vostre serate tra amici o per un pomeriggio ricco di azione e cardiopalma.

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