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[Recensione] IT di Andy Muschietti – Dopo 27 anni Pennywise è tornato ed è più terrificante che mai!

  • da Marco Travicelli Sciarra
  • 18 ottobre 2017
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IT

Questo 2017 è un anno particolarmente caldo per tutti i fan del Re del Brivido come me, visto il rilascio di ben 7 prodotti tratti dalle opere di Stephen King partendo da The Mist fino ad arrivare ad IT, passando per La Torre Nera, Il Gioco di Gerald, Mr. Mercedes, Children of the Corn: Runaway e 1922. Quando viene annunciato un progetto tratto da un opera di King in me scaturiscono due sentimenti profondamente contrastanti: se da una parte mi fa piacere che un opera di King venga adattata per il grande o piccolo schermo, dall’altra invece ho sempre il terrore che il risultato possa essere davvero scadente. Le opere di King offrono una vastissima gamma di materiale da cui attingere, ma non sono affatto ben adattabili come potrebbe sembrare, tutt’altro, sono davvero pochissimi gli adattamenti degni di nota. Tra questi possiamo citare lo splendido Shining di Stanley Kubrick e Il Miglio Verde di Frank Darabont, ma la maggior parte degli adattamenti oscillano tra il mediocre ed il pessimo, lasciando troppo spesso i fan dello scrittore con l’amaro in bocca.

IT di Andy Muschietti però non fa parte di questo ultimo caso. Dopo ben 27 anni dalla non molto fedele miniserie televisiva dedicata al clown assassino, arriva nelle sale italiane la nuova trasposizione di una delle più maestose opere di King, e lo fa con un horror angosciante che va a scavare nel profondo delle paure dell’animo umano. Prima di addentrarci nella recensione vera e propria di questo film tengo a precisare che non farò alcun confronto con la precedente trasposizione, che sinceramente ho sempre trovato alquanto scialba e mal riuscita, un film invecchiato davvero male che non brillava nemmeno a suo tempo, che deve tutta la sua fama solamente all’opera da cui è tratto e all’ottima performance di Tim Curry che ha reso iconico il personaggio di Pennywise. Dunque gli unici rimandi che troverete saranno all’opera originale di King.

Adattamento dell’omonimo capolavoro letterario di Stephen King, IT si incentra sulla prima parte del romanzo. Nell’immaginaria cittadina di Derry, nel Maine, la gente scompare senza motivo. In un piovoso giorno dell’ottobre 1988, il piccolo Georgie di sette anni esce a far navigare una barchetta per strada, che accidentalmente finisce in un tombino. Georgie così farà la conoscenza di Pennywise, il clown ballerino, che cercherà di convincere il ragazzino a seguirlo nelle fogne. Georgie tenterà invano di recuperare la sua barchetta e da quel momento non si ebbero più sue tracce. Otto mesi dopo, nel giugno del 1989, il fratello maggiore di Georgie Bill e i suoi amici, il grassoccio Ben, l’impulsivo Richie, il pragmatico Stan, l’appassionato di storia Mike, l’ipocondriaco Eddie e l’unica ragazza della gruppo Beverly inizieranno ad indagare sul mistero della morte di Georgie e degli altri ragazzi scomparsi. La ricerca porterà il Club dei Perdenti a fare la conoscenza del sadico e maligno clown, che inizierà a tormentarli sfruttando a suo vantaggio le loro più grandi paure.

La sceneggiatura è assolutamente uno dei punti di forza di questa pellicola. La storia di King viene presa e traslata 20 anni più avanti, cambiano gli usi e i costumi ma la struttura ed i momenti salienti restano gli stessi. C’è molta fedeltà all’opera originale, ma anche diversi cambiamenti davvero ben riusciti nel pieno rispetto del romanzo. Ogni personaggio viene ben caratterizzato, la costruzione in alcuni casi risulta davvero brillante, una su tutti quella di Beverly. Forse il personaggio meno approfondito è proprio il “protagonista” Bill, il quale principalmente è mosso dallo scopo di ritrovare il fratello, e dunque non abbiamo altro modo di vederlo esplorato analizzando le sue paure. Molte sono le citazioni dirette al libro di King, alcune più approfondite altre invece molto meno, come il mito della tartaruga. La regia di Muschietti, qui alla sua seconda opera dopo La Madre, è di ottima fattura, molto peculiare ed attenta ad ogni minimo dettaglio. I movimenti di macchina nella maggior parte dei casi sono sempre ben pensati e sfruttano al meglio i soggetti e gli ambienti con cui si trovano ad interagire. La scelta delle luci e dei colori è davvero azzeccata, ogni scena ha un forte impatto visivo, anche grazie alla peculiare gamma cromatica. Il regista è davvero abile a sfruttare a suo vantaggio ogni particolarità che l’ambiente e sopratutto gli attori gli mettono a disposizione. Ho trovato davvero intelligente la scelta di sfruttare a proprio vantaggio lo strabismo divergente da cui è affetto Bill Skarsgård, l’attore che interpreta lo spaventoso Pennywise. Questo si può notare anche facendo attenzione nei trailer nella scena del tombino, in cui vediamo Pennywise con un occhio guardare Georgie, mente con l’altro fissa direttamente lo spettatore, legando così empaticamente la vittima del clown con lo spettatore stesso. Nonostante tutti questi lati positivi, Andy Muschietti e Chung-hoon Chung non si sono presi molti rischi registici e fotografici che potevano elevare ancor di più il livello della pellicola.

Il montaggio serrato e tagliente fornisce alla pellicola un ritmo ben scandito che non risulta per niente pesante. La tensione è sempre calcolata e preparata, non vi sono particolari jumpscare poiché l’orrore di questa pellicola è basato sulla potenza delle immagine e sul porre al centro di tutto le paure più grandi che possono affliggere grandi e piccini. Ma non c’e solo questo. IT infatti, come anche il romanzo da cui è tratto, non è solo un racconto dell’orrore, ma anche una storia di formazione. Non c’è solo spazio per la paura, ma anche per i legami affettivi, la crescita, i valori e perché no, anche qualche battuta messa ad hoc per stemperare un po’ la tensione. La colonna sonora, composta principalmente da rumori e brani strumentali, è perfettamente funzionale alla narrazione ed al dare il giusto pathos alle immagini, anche se priva di motivi memorabili. Come già detto in precedenza, il film si ambienta a fine anni ‘80, anche se la ricostruzione storica del film non è poi così dettagliata,  abbiamo un quadro abbastanza stereotipato e standardizzato del periodo, sicuramente una cura maggiore su questo dettagli avrebbe reso ancora migliore la pellicola. È anche vero che questo è un dettaglio molto marginale e per nulla rilevante, ma quando si analizza, come in questo caso, un prodotto di ottima fattura, si deve andare a cercare anche il proverbiale pelo nell’uovo.

Passiamo ora all’altro punto di forza della pellicola, ovvero la recitazione. Un plauso va fatto a tutto il cast, a partire dal ventisettenne Bill Skarsgård che ci ha donato un interpretazione magistrale di Pennywise. L’attore è davvero entrato in sintonia con la parte, le movenze sono studiate a puntino, la mimica facciale è sublime, inquietante ed emozionate allo stesso tempo, ogni volta che entra in scena porta con se una potenza indescrivibile, sembra davvero di stare dinanzi ad un essere ancestrale che, come una divinità scesa in terra, può fare il bello ed il cattivo tempo a piacimento. Dall’altro lato abbiamo invece i giovanissimi ragazzini, molti dei quali esordienti o quasi, che interpretano i nostri protagonisti, facenti parte di una nuova generazione di attori molto promettenti che sin da bambini dimostrano di avere un grandissimo potenziale. Tra loro spiccano Finn Wolfhard, che abbiamo già avuto modo di conoscere in Stranger Things, nei panni del chiacchierone Richie, e la sorprendente Sophia Lillis, che è riuscita magistralmente a rappresentare la complessità di un personaggio come quello di Beverly. Tra i personaggi secondari spicca tra tutti Nicholas Hamilton, un Henry Bowers sopra alle righe sempre pronto a tirare fuori una qualche faccia malefica per terrorizzare e bullizzare i protagonisti. Menzione speciale va fatta a Jackson Robert Scott, il bambino di soli 9 anni che interpreta Georgie, qui molto importante per diverse scene chiave del film.

Un lato in parte negativo però dobbiamo attribuirlo al doppiaggio. IT è un film che andrebbe visto in lingua originale, ma non per questione di purismo. Io personalmente sono un grande estimatore del doppiaggio italiano che reputo tra i migliori al mondo, ma in questa pellicola, come del resto nel libro, sono presenti troppi giochi di parole che una volta tradotti in italiano perdono tutto il loro significato. Anche lo stesso titolo dell’opera è un inside joke, che all’infuori dalla lingua inglese perde tutta la sua potenza. Inoltre con il doppiaggio si perde tutta la spontaneità e “l’ambientalità” delle battute, che risultano molto meno naturale ed istintive. Se questo non bastasse come succede spesso quando si doppiano ragazzini così giovani c’è sempre quello strano effetto over-age che fa sembrare i personaggi più grandi di quanto siano in realtà. Con questo non dico che sia un cattivo doppiaggio, ma semplicemente che questo IT è un film che visto in lingua originale regala senza alcun dubbio un esperienza superiore.

In conclusione Andy Muschietti alla sua seconda fatica riesce nella non facile impresa di realizzare un vero film dedicato ad uno dei massimi capolavori di Stephen King. IT è un horror ricco di tensione ma anche un racconto di formazione con alla base dei forti sentimenti, un horror differente da quelli a cui siamo comunemente abituati, come del resto sono anche buona parte dei racconti del Re del Brivido. Una sceneggiatura solda e brillante, un’ottima regia ed un cast strepitoso fanno di IT un film da vedere assolutamente. Ora non ci resta che attendere 2 anni per vedere il secondo capitolo che trasporterà la seconda parte del libro di King, sperando che Muschietti ci sorprenda con qualche colpo di testa in più.

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