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[Recensione] Il Palazzo del Viceré – La storia di un’amara divisione

  • da Elisa Bargiacchi
  • 17 ottobre 2017
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Siamo sinceri, tutti quanti: quanto sappiamo degli eventi relativi alla decolonizzazione? Rispondo io per la maggior parte di noi –me compresa, ovviamente: molto meno di quanto dovremmo. Non è nostra la colpa, potremmo certamente dire, mettendo le mani avanti nel tentativo di difenderci… d’altronde, al liceo, la maggior parte delle volte, neppure si riesce a trattare in modo esauriente la Seconda Guerra Mondiale, figurarsi se c’è tempo il per soffermarsi sulla storia della decolonizzazione.

Vero… e, al contempo, tremendamente sbagliato.

Ma non cominciamo a criticare il sistema educativo italiano, altrimenti non ne usciamo più; piuttosto, concediamogli un piccolo, involontario merito: è proprio a causa della mia enorme ignoranza nei confronti della storia della partizione indiana che Il Palazzo del Viceré, film diretto da Gurinder Chadha (Sognando Beckham), ha attirato la mia curiosità… sebbene non in maniera del tutto positiva.

Entrando nella sala del cinema, infatti, due sentimenti contrastanti convivevano in me: da un lato, faceva capolino la curiosità di scoprire qualcosa di nuovo, dall’altro, il timore di essere in procinto di sorbirmi un film dal glassato, insopportabile buonismo, come ce ne sono già fin troppi, soprattutto nel genere storico. Quale di queste mie due tendenze sarebbe riuscita a prevalere sull’altra, ovviamente, non potevo saperlo. Sarebbe stata la visione a sancire il verdetto.

Ma andiamo per gradi: di cosa parla, di preciso, Il Palazzo del Viceré? Della partizione dell’India ad opera degli inglesi dopo tre secoli di occupazione, va bene, ma con quale punto di vista? Quello dei potenti o quello del popolo? Senza dubbio, la sceneggiatura di Paul Mayeda Berges, Moira Buffini e Chadha stessa si sviluppa in maniera intelligente ed elimina il problema di un punto di vista parziale alla radice: la storyline principale segue infatti attentamente le azioni politiche di Lord “Dickie” Mountbatten (Hugh Bonneville), ultimo viceré d’India, e di sua moglie Edwina (Gillian Anderson), che per l’intera durata del film tentano di lasciare un retaggio britannico che permetta all’India di aver un’indipendenza priva di violenze; contemporaneamente, però, lo script ci presenta Jeet, nuovo valletto indù di Mountbatten, ed il suo amore impossibile per la giovane Aalia, musulmana e promessa ad un altro uomo.

La coesistenza di queste due trame permette a Chadha tanto di dispiegare gli eventi storici con estrema chiarezza e linearità, quanto di indagare le differenze culturali che hanno dilaniato l’India per secoli. Certo, talvolta la sceneggiatura cade in cliché e in un po’ di retorica inutile, ma è soltanto un’ombra insignificante in un film che, per il resto, è amaro. Talmente amaro che la visione ti lascia attonito, con il cuore pesante per i personaggi –storici e non- a cui hai finito per affezionarti.

Palazzo del Viceré

Personaggi che hanno preso vita, senza dubbio, anche grazie ad i loro interpreti, complessivamente impeccabili. Ne Il Palazzo del Viceré, Bonneville porta sullo schermo un Mountbatten sfaccettato, in cui convivono carisma, rabbia, a tratti durezza, ma anche tanta determinazione, senso di colpa, lealtà e desiderio di fare ciò che è giusto; Gillian Anderson non si smentisce mai e si cala nei panni di Edwina Mountbatten con una naturalezza incredibile: le espressioni e le movenze sono le stesse (guardate i filmati di archivio, se non ci credete!), ma anche la grandissima umanità è la medesima, quella profonda umanità nascosta da un volto perennemente serio, tirato, impassibile. Ottime anche le interpretazioni di Manish Dayal Huma Qureshi, rispettivamente Jeet ed Aalia, che come Romeo e Giulietta della situazione se la cavano egregiamente ed hanno una chimica perfetta. Va poi fatta presente la cura nelle scelte di casting dei vari personaggi storici indiani: Neeraj Kabi è un perfetto Gandhi, Tanveer Ghani è indistinguibile dal vero Nehru e Denzil Smith è quasi il ritratto di Jinnah. Infine, una menzione d’onore va a Michael Gambon (non che di lui si possa mai dubitare) nel ruolo di Lord Ismay e a Lily Travers, nei panni di una dolcissima Pamela Mountbatten.

A coronare queste interpretazioni ci hanno pensato la regia semplice, efficace e piena di dettagli di Chadha e la fotografia, colorata ed immersiva, al punto che si ha quasi l’impressione di essere teletrasportati a forza tra le strade frenetiche di Delhi. Un’impressione rafforzata dalla colonna sonora di A.R. Rahman, che spazia elegantemente da sonorità profondamente indiane a temi più “classici”, ma senza dubbio di un certo effetto.

Insomma, tirando le somme, alla fine, è stata la positiva curiosità a trionfare sul mio lieve scetticismo, e sono uscita dalla sala soddisfatta… e pensierosa. Che poi, è quello che il cinema dovrebbe fare, no? Entrarti in testa e lasciarti pensieroso. Ed è così che mi è accaduto con Il Palazzo del Viceré, perché al di là del tono forse un po’ romanzato e di qualche scena telefonata, non c’è buonismo, in questo film, ma soltanto un perenne senso di impotenza ed amarezza; dietro questa cupa superficie, compare anche la speranza, ma è difficile dire se sia vana o meno.

Noi… o meglio, io, confido che non lo sia.

Ed anche questo deve fare il cinema, no? Lasciare uno spiraglio alla speranza.

 

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