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[Recensione] Per Primo Hanno Ucciso mio Padre di Angelina Jolie

  • da Luca Brindani
  • 18 settembre 2017
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Venerdì scorso su Netflix è stato reso disponibile l’ultimo film di Angelina Jolie, Per Primo Hanno Ucciso mio Padre(First They Killed My Father), adattamento cinematografico del libro autobiografico, Il lungo nastro rosso (First They Killed My Father: A Daughter of Cambodia Remembers) scritto da Loung Ung, co-sceneggiatrice e produttrice esecutiva del film, pubblicato originariamente nel 2000, che racconta il genocidio cambogiano da parte dei Khmer Rossi.

Per Primo Hanno Ucciso mio Padre inizia nella Cambogia degli Anni 70 durante il regime dei sanguinari Khmer Rossi, che proprio durante l’assedio della città di Phnom Penh,iniziano a sterminare sistematicamente i Cambogiani, partendo dagli ufficiali governativi e dall’esercito; Il padre di Ung, lavora come ufficiale del governo e quindi con tutta la sua famiglia fugge dalla città e si rifugia nella foresta Cambogiana.

La pellicola si presenta con una sceneggiatura semplice, la Jolie e Loung Ung, adattano il romanzo senza prendere una posizione sulle atrocità avvenute durante la guerra, ma concentrandosi più che sulle parole sul delineare la protagonista, attraverso i cui occhi vediamo la storia.
La narrazione tramite gli occhi di Ung ha sia lati positivi che lati negativi, tra i positivi figurano sicuramente una schiettezza e una rappresentazione positiva, fin troppo, anche delle piccole gioie della vita in fuga della sua famiglia.
La regia messa in gioco dalla Jolie è chiara e senza fronzoli, guida lo spettatore attraverso le vicende concentrandosi sui personaggi e sui paesaggi, imbevuti di verde ma caratterizzati da cadaveri e terra smossa dai combattimenti tra i khmer e i Vietnamiti. La regista dal suo precedente lavoro, Unbroken, mutua alcune scelte registiche come l’utilizzo di campi lunghi e i close ups sui personaggi quando sono sotto sforzo o stanno facendo azioni che in situazioni di vita di tutti i giorni sarebbero normali ma che qui risultano estranei ai personaggi quanto alla situazione.

La fotografia messa in gioco da Anthony Dod Mantle(Rush,The Millionaire, Snowden, e tanti altri) è patinata, tipica di quelle pellicole che puntano a metterti empatia con i personaggi e suscitare facili emozioni, ma non esagera anzi è molto bella da guardare e ben si amalgama con i paesaggi verdi e le inquadrature ampie. D’altro canto Mantle non è uno sprovveduto e nonostante la patinatura non esagera e non dà fastidio a chi è abituato a queste pellicole.

Stavolta Netflix affida le musiche all’Italiano, Marco Beltrami(Scream, Hellboy,Quel Treno per Yuma,Logan e tanti altri) e infatti il comparto sonoro risulta di prima categoria rispetto ad altre produzioni cinematografiche della casa di Ted Sarandos. Musiche non ingombranti, compassate e basse, senza mai eccessi o bassi troppo alti. Si accompagnano benissimo alle canzoni Cambogiane intonate sul luogo dai personaggi.

Gli attori se la cavano tutti abbastanza bene, ma a spiccare è l’interprete bambina di Ung, che riesce a trasmettere con lo sguardo e la postura tutte le difficoltà e le paure di una ragazza soldato, che deve crescere prima del tempo.

In definitiva la seconda prova alla macchina da presa di Angelina Jolie è solida e intrattiene, riesce anche a strappare qualche lacrima e descrive con perizia una situazione che viene spesso ignorata dalle grande produzioni hollywoodiane; Se avete apprezzato Unbroken sicuramente vi piacerà anche questa pellicola. Noi intanto aspettiamo che Angelina Jolie maturi ulteriormente come regista perché se questo film ci ha dimostrato una cosa è che l’ex attrice ha sicuramente qualcosa da dire quando è dietro la macchina da presa. 

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