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[der Zweifel]Sicilian Ghost Story – Una fiaba di mafia

  • di der Zweifel
  • 26 Luglio 2017
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“Sicilian Ghost Story” è stato proiettato domenica 23 luglio 2017 durante la manifestazione cinematografica “FuoriPost” erano presenti anche i registi: Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. L’iniziativa creata dallo staff del cinema PostModernissimo, punta a permettere agli spettatori di potersi godere un buon film all’aperto, tra le viuzze della città di Perugia, nella suggestiva zona medievale. Iniziata il 20 luglio, il “FuoriPost” si celebra nella piazzetta all’aperto non distante dal cinema e proseguirà fino a sabato 29 con il film “Fantozzi” in onore di Paolo Villaggio. Una bella iniziativa anche per chi non intende pagare il biglietto e può senza problemi godersi il film seduto sulle scalette parallele alla piazza.

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza ottengono il secondo successo alla settimana della critica di Cannes dopo il film “Salvo”. “Sicilian Ghost Story” ha subito trionfato nella capitale francese del cinema concedendo alla coppia di registi siciliani un’accogliente ovazione per un film che tende a svelare la realtà dei fatti, quelli più mesti e oscuri che circondano la Trinacria, ma con l’ingenua e addolcita visione di un adolescente.

È in effetti un ulteriore storia di mafia e delle sue nefandezze che in Sicilia più di tutti colpisce e stupra un’esistenza cittadina sempre lacerata e impossibilitata a fare altro, se non chinare il capo e accettare tacendo. La genialità, è che i due registi, Piazza e Grassadonia, usino una narrazione quasi favolistica, alla Fratelli Grimm e in alcuni punti si veda l’influsso di un Edgar Allan Poe, nel raccontare una vicenda cruda che ha riscontri specifici anche nella passata cronaca nera. Luna (Julia Jedlikowska) e Giuseppe (Gaetano Fernandez) sono due ragazzi che vanno alle medie insieme. La ragazza s’innamora di lui dopo averci passato una giornata insieme per i boschi che circondano il paesino dell’entroterra siciliano e il maneggio, dove Giuseppe le mostra le sue dote da cavallerizzo. Da quell’incontro nasce qualcosa che li può unire, sebbene la madre e il padre di lei non accettino il volere della figlia. Come in ogni buona storiella che si rispetti, è sempre la madre ad avere il sopravvento e ad essere descritta più come una strega o una maga oscura che come un genitore amorevole e gentile. Il padre, da “Hansel und Gretel” a “Pollicino”, è il personaggio forse più innocuo e tranquillo: soggiogato alla femminilità. Il momento della confessione amorosa, tuttavia, non può che avvenire nella testa di Luna e nel suo diario, data l’improvvisa sparizione di Giuseppe. Lo spettatore intuisce che realtà e fantasia si scontrano in quel momento ma preferisce vivere gli eventi nella mente della protagonista che cerca sempre nuove risposte e non si da pace pur di ritrovare il suo amato pur di accettare cosa sta avvenendo. Nei suoi lunghi sogni, come scrive anche nelle lettere a Giuseppe, immagina di vagare nei boschi, di ritrovarlo o di essere sempre sul punto di farlo. Ma se da una parte c’è l’immaginazione di una tredicenne, dall’altra c’è la verità di paese: tutti sanno che fine abbia fatto il ragazzo, perché tutti conoscono il padre e il suo passato oscuro, e tutti intuiscono quale possa essere la sua fine. Luna si rende conto di questo ma preferisce compatirli e proseguire con le proprie forze. I due registi con la pellicola intendono anche descrivere il passaggio da uno stato di domestica tranquillità, propriamente infantile, a uno stato più adulto, adolescenziale se vogliamo, nel quale si ravvisano i cambiamenti fisici, morali, legati alla moda, ma anche e soprattutto le prime scoperte ed esperienze sessuali con i primi amori e i primi problemi a socializzare. È sicuramente una fuga, quello che avviene nella testa della ragazza, da quel concetto di società integrante che però nasconde lacune, controversie, problemi ancor più pericolosi di una semplice cottarella tra teen-ager. La fuga e la salvezza da una terra che può rivelarsi troppo cruda e spietata se non la si accetta. Ma ciò che ne vogliono dare Grassadonia e Piazza, più che una risposta ai problemi della Sicilia, è una lettura abbastanza fedele, a volte leggera e quasi mistica, di ciò che è la mafia: di ciò che la mafia può arrivare a fare. Un fattore legato alla crescita di una ragazza che si fa strada con la fantasia: all’inizio fugge la verità, successivamente cade nel baratro dell’insicurezza e della depressione per poi risorgere dalle grotte oscure della sua mente accettando che il suo amato Giuseppe non c’è più. Va avanti e la vita può continuare: fortificata e più pronta di prima ad entrare nel mondo adulto.

La vicenda, che ruota attorno alle figure adolescenziali di Luna e Giuseppe, descrive e rende omaggio a quella di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito di mafia Santino Di Matteo, rapito e tenuto prigioniero quasi due anni e poi sciolto nell’acido. Un elemento un po’ pretenzioso questo per rendere l’opera più triste e comprensibile possibile allo spettatore che dovrebbe quasi immediatamente impietosirsi e piangere per la sorte del povero ragazzo. Mentre il resto, come già si è detto, allude e non allude, cesella ma con mano leggera gli eventi, la vita di un popolo sempre oppresso dalle calunnie e dagli affari malavitosi; come se non volesse entrare troppo nel merito e restare a dovuta distanza. Anche per dare una visione completamente diversa: fanciullesca, dal sapore di fiaba e d’innocenza. Pur di non tagliare troppo la sensibilità dello spettatore ma costringendolo a riflettere. Eppure, la scena in cui si denota esplicitamente lo scioglimento del ragazzo nell’acido, è un’allusione che deturpa e distorce il ritmo di tutto il film, prima di arrivare ai tanti finali che i due registi ci propinano. Come se dovesse essere il pubblico a scegliere quello migliore. Specialmente negli ultimi quindici minuti, c’è come un escalation di più conclusioni: finali che avvengono nella testa di Luna. Probabilmente solo ciò che lei pensa possa accadere o possa andar bene.

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