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[Recensione] Suburra La serie – Ogni strada era suburra

  • da Leonardo Cardini
  • 11 ottobre 2017
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Da ormai qualche anno si è diffusa la moda, tanto in Italia, quanto in America, di trasformare grandi film di successo in serie televisive, operando cambiamenti minimali, trasportando sul piccolo schermo lo spirito dell’opera originale o, semplicemente, sfruttando il brand per ottenere un seguito maggiore.
In Italia questo trend si tinge di nuovo di noir, poiché dopo Gomorra (di Stefano Sollima, ispirata al film di Matteo Garrone) e Romanzo Criminale (anch’essa di Stefano Sollima, tratta dall’omonimo film diretto da Michele Placido), Netflix, con l’ausilio di Rai Cinema e Cattleya, si inserisce nella triade con la sua prima serie autoprodotta: Suburra, diretta, ironia della sorte da Michele Placido e diretta emanazione del film rivelazione di Stefano Sollima.

Alla libidine atroce

Ogni strada era suburra

Così scriveva Gabriele D’Annunzio nel primo libro delle Laudi, ma cos’era (o cos’è) la suburra?
Nell’antica Roma il termine era utilizzato per indicare un quartiere piuttosto malfamato, corrispondente all’attuale quartiere Monti, ricco di bordelli e pullulante di criminali, ma, la cui natura licenziosa sembrava far comodo ai piani alti della società romana, che vi si recavano per soddisfare i propri piaceri.

Oggi Roma sembra essere diventata, grazie a quanto mostrato nella serie, un’unica grande suburra: prima il libro omonimo di Bonini e De Cataldo, poi il film ed infine la serie, attraverso i personaggi chiave come Spadino, Samurai e Numero 8 ci dimostrano come la lunga mano della malavita si snodi attraverso millenarie istituzioni e ruoli potenti, lasciando affogare i deboli nel marcio della città.
I primi due episodi della serie, mostrati in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, hanno ottenuto fredde reazioni dalla critica, ma una regia dagli echi sorrentiniani e tarantiniani, una potentissima struttura narrativa a spirale crescente e delle prove d’attore sorprendentemente positive hanno saputo conferire alla serie un tono da grande dramma degno della TV Americana.
Lo straordinario Alessandro Borghi, oggettivamente il miglior interprete del cast dà vita al personaggio di Aureliano Adami, Giacomo Ferrara è invece Spadino e Adamo Dionisi è Manfredi Anacleti,  riprendono dunque i ruoli che avevano interpretato nel film in questa sorta di reboot seriale, affiancati da volti esperti come Filippo Nigro, Claudia Gerini e Francesco Acquaroli, nei panni del Samurai, oltre al nuovo che avanza, Eduardo Valdarnini, nei panni di Gabriele, che dopo un inizio titubante si conferma uno dei personaggi più interessanti del serial.

Ad occuparsi della sceneggiatura troviamo gli stessi Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, che hanno firmato il materiale letterario di partenza, i quali dipanano la narrazione attraverso una sapiente struttura a spirale crescente, che unisce e poi allontana quelli che di fatto sono i tre protagonisti della vicenda, Spadino, Aureliano e Gabriele, seminando inoltre i punti di partenza della prossima, inevitabile, stagione. Pur dopo una partenza poco convincente, secondo le parole dei critici, seppur l’abbia ritenuta personalmente molto interessante, Suburra riesce a convincere persino il più scettico degli spettatori mettendo letteralmente il piede sull’acceleratore per arrivare ad un finale “jaw-drop” degno delle serie noir-crime d’oltreoceano.

Menzione speciale, infine, per le musiche, ma non tanto per la colonna sonora originale, comunque di buonissima fattura, ma per la scelta delle canzoni, di genere rap per la maggior parte, che, con i loro testi sembrano rispecchiare proprio la Roma desiderosa di emergere dal sangue e dal fango che traboccano dalle fogne della città. Proprio la sigla finale, Roma Cruda, cantata dal rapper romano Er Piotta e protagonista di una sequenza finale da brividi diventa la pozzanghera tra i sampietrini in cui si riflette il cittadino romano costretto a sopravvivere per continuare a vivere, identificato dal mix dei personaggi “di borgata”, ovvero Aureliano, Gabriele e Spadino.

Suburra funge quindi non solo come sequel spirituale di un Romanzo Criminale, che tanto stupì alla sua uscita il pubblico italiano, non abituato a performance qualitative di quel livello, ma racconta inoltre la storia di una Roma cambiata nell’aspetto esteriore, ma sempre uguale da duemila anni, con i molti vizi e le scarne virtù del popolo che lotta per emergere e dei potenti che sgomitano per rimanere a galla.

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