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[Speciale] Il Corvo – Non è bello ciò che è bello…

  • da Simone Prina
  • 30 novembre 2017
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… ma è bello ciò che piace.


[ALLERTA SPOILER: questo articolo non parlerà di “Batman v Superman“]


Ebbene si, esistono cose che, per forza, il mondo intero vede come “belle” o “brutte,” a prescindere dalle qualità intrinseche delle stesse, è un assioma. Ciò accade perché… Uhm… Ecco… No, non so dire il perché…

Potremmo passare giorni ad analizzare tale argomento, spendendo fiumi di parole che, sicuramente, non ci porterebbero ad una risposta concreta, per cui, penso si il caso di fare un esempio concreto:

Il CorvoIl Corvo” (“The Crow” regia di Alex ProyasMaggio 1994) all’epoca piacque a tutti (tranne alla critica, ma ci arriveremo tra poco), me compreso (beh, ovviamente non l’ho visto nel ’94, perché avevo solo due anni, cioè, l’avrei anche potuto vedere, ma non ci avrei capito una beata verga), ma per quale ragione?

Mettiamo un’attimo da parte l’opera letteraria da cui è tratto il film e parliamo dell’opera cinematografica partorita dalla mente di Proyas…

L’ambientazione plumbea di una metropoli apparentemente sconfinata, ricoperta da uno strato grigiastro di cenere e pioggia, fa da sfondo ad una storia che mescola amore, morte e vendetta.

“Un tempo, la gente era convinta che quando qualcuno moriva, un corvo portava la sua anima nella terra dei morti. A volte, però, accadevano cose talmente orribili, tristi e dolorose che l‘anima non poteva riposare. Così, a volte ma solo a volte, il corvo riportava indietro l‘anima perché rimettesse le cose a posto.”

 

Il Corvo

Questa frase, pronunciata dalla piccola Sherry (interpretata da Rochelle Davis), rappresenta l’incipit del film, dove una coppia di innamorati folli quali Eric DravenShelly Webster (interpretati rispettivamente da Brandon Lee e Sophia Shinas), viene brutalmente assassinata, alla vigilia del loro matrimonio, da una gang formata da assassini tanto pittoreschi quanto spietati: Funboy, Tin Tin, Skank e T-Bird capeggiati da Top Dollar, signore del crimine della città, rispettivamente interpretati da Michael Massee (l’attore che ha accidentalmente sparato a Brandon Lee), Laurence MasonAngel DavidDavid Patrick Kelly e Michael Wincott.

Il terribile torto subito, però, permetterà ad Eric di tornare in vita, esattamente un anno dopo la tragedia, dotato di poteri sovraumani e accompagnato da uno spirito guida (il sopracitato corvo) per ottenere vendetta e per poter finalmente riposare in pace assieme alla sua amata.

L’amore imperituro, che continua ad ardere anche dopo la morte, è il leitmotiv della pellicola di Proyas, parallelo a quello della vendetta.

La fotografia patinata, la violenza edulcorata e quasi del tutto localizzata ai singoli scontri con i villain, uniti ad un sempre presente (ma non opprimente) fattore melodrammatico, entrano in contrasto con le atmosfere “dark” di cui il film è saturo,  rendendo il  tutto un po’ troppo “politically correct.”

Il CorvoLo stesso protagonista, Eric, è un personaggio preconfezionato, il tipico “bello e dannato,” che tanto fascino ha esercitato, negli anni, su un pubblico giovane. Tuttavia, sarà proprio il protagonista a risollevare, indirettamente, le sorti della pellicola…

Il 31 agosto 1993, a lavorazione quasi ultimata, Brandon Lee muore sul set, colpito dal proiettile vero sparato da una pistola che doveva essere caricata a salve.

Ed ecco servito un bel “film maledetto,” legato indissolubilmente alla tragica morte del suo protagonista, alla cui assenza, in alcune sequenze del film, si ovvia con l’uso di controfigure (come avvenuto con Bruce Lee in “L’ultimo combattimento di Chen“) e con la rielaborazione al computer del materiale già girato.

I sopracitati difetti del film, nonostante alcune recensioni, spuntate recentemente nei meandri dell’internet, dicano il contrario (vai a capire il perché), fecero storcere il naso a parecchi critici che, tolta la patina da “film maledetto,” giudicarono Il Corvo per quello che era: un B movie nascosto dietro ad un velo da “snuff movie,” causa star morta sul set e farcito con tutto quel che all’epoca andava di moda nel panorama dark/underground (spolverini di pelle, anfibi, ecc…), ma pur sempre al livello di produzioni come “Laser Mission,” Resa dei conti a Little Tokyo” e “Drago d’acciaio (per chi non lo sapesse, sono gli altri film di Brandon Lee).

PS molto figa la colonna sonora (c’era dentro gente tipo Cure, Nine Inch NailsStone Temple Pilots e Rage Against the Machine)

Il CorvoMettendo invece in relazione la pellicola con l’originale cartaceo di  James O’Barr ( scritto tra 1988 e ’89), notiamo quanto, sul grande schermo, siano stati banalizzati i concetti che hanno reso il fumetto un’opera pregevole, ma adiamo con ordine…

In primo luogo, Il Corvo, è il veicolo usato dall’autore per raccontare se stesso ed esprimere le emozioni derivanti dai drammi vissuti lungo il corso della sua vita, culminati nella tragica morte della fidanzata, investita da un pirata della strada. O’Barr iniziò il progetto nella vana speranza di raggiungere la catarsi, sbloccandosi così dallo stato di immobilità e torpore in cui era caduto, egli, tristemente, non riuscì nel suo scopo, dando però vita a quello che divenne un fondamentale pezzo di storia del fumetto indipendente.

Il Corvo

L’ambientazione (la città di Detroit) è qui rappresentata come una bestia, che trangugia vita per vomitare dolore, impotenza e nichilismo, dottrina filosofica che impregna l’intera opera. Il soggetto (pressoché identico a quello del film, sopra descritto) è molto semplice, ma viene impreziosito ed esaltato da un eccelsa resa dello squilibrio emotivo del protagonista, che rimane perennemente in bilico tra colpevolezza, sofferenza e profondo senso di vuoto. L’aspetto di Eric, dalla caratterizzazione grafica estremamente dark, è un omaggio alla corrente musicale “new wave” anni ’80 (a cui O’ Barr è molto legato), tuttavia egli è più di un “bel maledetto” (come visto nella versione cinematografica), egli è il riflesso deviato di ciò che lo circonda, è un anti-eroe che rispecchia in maniera efficace lo stato di decadenza e il nichilismo che lo hanno creato, così come i suoi enormi occhi tristi diventano, in tutti i sensi, lo specchio dei suoi sentimenti.

Lo struggersi nella ricerca dell’amore e la rievocazione della vita ormai persa, sono gli onnipresenti mezzi con cui l’autore veicola i frequenti flashback con i quali Eric ricorda teneramente Shelly, rendendo così, sentimento portante della storia, non la vendetta, ma l’amore, quello vero, puro e sconfinato, descritto in maniera vibrante nella quotidianità di ogni singolo gesto, che si riversa nel desiderio profondo e morboso del protagonista di ricongiungersi, ad ogni costo, all’anima della propria amata.

L’opera acquista, proprio nella rievocazione della vita ormai persa, un’intensità sconfinata, sciogliendo il cuore e l’anima, senza però essere mai troppo melensa.

Il CorvoAlla particolare cura della caratterizzazione psicologica dei personaggi, si accosta l’assiduo e cadenzato utilizzo di citazioni che spaziano da poeti maledetti come Baudelaire e Rimbaud fino a band post-punk come i “The Cure” e i “Joy Division,” tali citazioni servono (anche) a spezzare la narrazione, riportando il lettore all’interno della delirante e paranoica mente del protagonista.

L’appena citato inframmezzarsi di testi poetici è parte di un’intensa sperimentazione nella costruzione grafica delle tavole, insieme all’impiego di numerosi giochi di tridimensionalità che, unitamente al tratto (all’epoca, ancora acerbo) di O’Barr, danno all’opera un’inaspettata forza espressiva, rendendo il disegno, per nulla accademico, suggestivo e potente.

La colorazione assume una dicotomia evidente: il nero compatto, a volte alleggerito dall’uso dei retini, riveste la maggior parte degli sfondi, evidenziando l’espressività dei personaggi o donando dinamismo alle scene di azione, mentre i toni sfumati delle mezze tinte conferiscono ai flashback un’atmosfera ovattata, dove emerge un senso di distanza incolmabile ed un’atmosfera onirica, propria di un passato irrecuperabile. Inoltre, durante i flashback, i corpi risultano disegnati in maniera anatomicamente più corretta, con maggior cura delle proporzioni, le figure guadagnano maggiore realismo e plasticità, con espliciti rimandi all’arte rinascimentale.

In conclusione, Il Corvo, altro non è che la sciacquatura dei piatti dell’originale cartaceo riadattato per… Boh, per un motivo non ben definito, forse per rendere trama e struttura più simili a quelle di tutti gli altri film noir/polizieschi/dark in circolazione all’epoca, così da essere più “vendibile”al grande pubblico…

Il Corvo

E infatti…

Beh, che dire, arrivati a questo punto, potrei iniziare a paragonare Il Corvo al videogioco di E.T. per Atari 2600 (se non sapete di cosa sto parlando, guardatevi “Atari: Game Over” di Zak Penn), ma ho come il dubbio di avervi già fatto leggere fin troppo… Quindi? Eh, quindi Il Corvo è un film che, al netto dei (tanti e grossi) difetti, è rimasto nel cuore dei più, me compreso, tanto quanto un “Super Mario Bros.” o un “Howard e il destino del mondo,” in sostanza, potremmo definirlo un “so bad it’s so good” che una fetta di pubblico ha preso come modello di vita, cosa che, sotto il punto di vista più “ottimistico” dell’opera, non può far che bene, io per primo cerco spesso (più di quanto vorrei ammettere… ) di ricordare a me stesso che:

“Non può piovere per sempre.”

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