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Toy Story 4

Toy Story 4 – Il nuovo capolavoro targato Disney Pixar | Recensione

  • di Edoardo Muolo
  • 22 Giugno 2019
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Dopo un terzo capitolo risalente a ben nove anni fa, tornano i protagonisti di quella che è probabilmente la serie di film d’animazione più amata e nota di sempre: Toy Story.

La conclusione dell’ultimo episodio non lasciava presagire un seguito, a dire la verità; infatti Andy, storico bambino di Woody, Buzz e compagnia, ormai in età da college, donava i giocattoli a Bonnie, una bambina sua vicina di casa, suggerendo così l’inizio di una nuova serie di avventure per i protagonisti ma non, necessariamente, un ulteriore sviluppo cinematografico della loro storia. Il finale, lasciato così aperto e positivo, seppur nostalgico nella rottura del rapporto con Andy, decisamente troppo grande per voler mostrare ancora attaccamento ai suoi giocattoli, sembrava il perfetto lieto fine per questa fortunata saga e probabilmente ben pochi avrebbero predetto un quarto capitolo, specie a distanza di così tanti anni dal precedente.

Va detto che gli ideatori di Toy Story, negli anni, ci hanno abituato a queste lunghe pause, tra il secondo e il terzo capitolo passarono ben 11 anni, grossomodo quelli che, fittiziamente, passarono nell’universo immaginario dei giocattoli. La scelta di essere sempre prudenti e ponderati nel rilascio di nuovi capitoli ha sempre premiato gli ideatori della storia, non si ricorda infatti un capitolo che lasciasse l’impressione di essere mal scritto, o significativamente inferiore ai precedenti, insomma in parole povere ideato solo per ricavare il più possibile da un titolo che comunque tutti sarebbero andati a vedere, qualità o meno. Questo “Toy Story 4” non fa differenza, per fortuna.

I giocattoli, come anticipato, ormai vivono con Bonnie e la sua famiglia; la bambina si appresta ad andare all’asilo e Woody, da sempre personaggio centrale della serie, è in grande apprensione per lei. Il rapporto con la bambina è molto differente da quello che aveva con Andy, infatti il vecchio, ma ben tenuto, cowboy non è più il giocattolo prediletto, anzi spesso e volentieri viene dimenticato nell’armadio mentre Bonnie gioca con gli altri protagonisti, cosa che, invece che ferirlo nell’orgoglio, lo spinge a prodigarsi ancora di più per la felicità della piccola.

Non volendo lasciarla andare a scuola senza uno dei suoi giocattoli, un giorno Woody di soppiatto si intrufola nello zainetto di Bonnie che, al suo primo giorno di asilo, si ritrova spaesata e spaventata in classe, costantemente sull’orlo di una crisi di pianto. Per cercare di distrarla il giocattolo, senza farsi vedere, le passerà sul tavolo una serie di oggetti con cui Bonnie, seguendo un compito di creatività, dovrà creare qualcosa. Sarà così che, per pura casualità, la bambina creerà Forky, niente più che una forchetta con due occhi e mani e bocca stilizzati, che diventerà istantaneamente il suo giocattolo preferito.

Con gran sorpresa di Woody e di tutti gli altri giocattoli, Forky prenderà effettivamente vita, in preda a forti crisi di panico e di identità causate dal fatto che si identifica come una forchetta usa e getta, quindi spazzatura, e sente continuamente la pulsione irrefrenabile di gettarsi nella pattumiera.
Spetterà a Woody, che più di ogni altro si sente responsabile della felicità di Bonnie, impedire al nuovo giocattolo prediletto di ultimare i suoi ricorrenti tentativi di suicidio e, compito ancor più arduo, tentare di convincerlo del fatto che ormai è, a tutti gli effetti, un giocattolo vero e proprio e non più una forchetta inanimata.

Lungo lo svolgimento della pellicola, poi, ritroveremo anche una vecchia conoscenza, la pastorella Bo Peep, venduta anni prima dai genitori di Andy e ora, dopo anni chiusa in un negozio di antiquariato, giocattolo indipendente, senza bambino, che vive in un Luna Park itinerante e incarna un nuovo genere di giocattolo, mai visto prima nella saga e in decisa controtendenza con i canoni a cui siamo stati abituati: il giocattolo che, appunto, vive per se stesso, senza il bisogno spasmodico di essere trovato e amato da un bambino.
Anche grazie ad alcune tematiche accennate sopra, che ora andremo ad approfondire, Toy Story 4 si afferma come un validissimo quarto capitolo di questa saga, forse superiore, almeno nella complessità e nella stratificazione della trama, ad altri precedenti.

La tematica dell’abbandono e dell’elaborazione della fine di una relazione è sempre stata un elemento fondamentale di Toy Story, si può dire che sia il nocciolo intorno al quale ruota la stragrande maggioranza delle vicende narrate in tutti e 4 i capitoli. In quest’ultimo, in particolare, la vicenda presenta una gran quantità di livelli di lettura, accessibili in modo diverso ai diversi spettatori, a seconda della loro età e maturità emotiva, ma tutti egualmente efficaci e ben curati.

Woody, il personaggio a cui, in questo capitolo, spetta l’evoluzione più significativa, cerca durante tutta la pellicola di dare un nuovo scopo a se stesso. Non essendo più il giocattolo preferito, di conseguenza non potendo più essere la fonte di sollievo primaria per la sua bambina, come lo era per Andy, tenta in ogni modo di agire indirettamente per Bonnie, continuando a riportarle Forky dopo ogni tentativo di fuga di quest’ultimo. Questo bisogno di correre in aiuto della bambina ad ogni costo nasce, chiaramente, da un bisogno egoistico di sentirsi utili, di avere uno scopo, una tematica molto profonda che il film riesce a proporre in un modo pienamente comprensibile per lo spettatore bambino, vero destinatario dell’opera.

Il comportamento del cowboy incarna, per i tre quarti del film, tutta una serie di atteggiamenti sbagliati nei quali si può essere tentati di indugiare in prossimità della fine di relazioni anche di diverso tipo; infatti, non potendo essere ben definita la natura della relazione tra un bambino e il suo giocattolo, questa presenta, per chi vuole vederle, sfumature diverse delle più comuni relazioni umane: genitore-figlio, fratello, amico e anche, in parte, una relazione sentimentale. La pulsione a voler trattenere quel rapporto, compiendo continuamente qualcosa di positivo e rilevante per Bonnie, porta Woody a dimenticarsi quasi completamente non solo dei suoi amici giocattoli, che metterà più volte in pericolo, ma sopratutto di se stesso e della sua personalità, che non si riduce semplicemente ad un’entità creata per portare gioia ad un bambino, ad ogni costo, anche quando non richiesta.

La caratteristica forse più interessante di questo Toy Story 4 è proprio la rottura di quello che finora è stato un punto cardine della saga, ovvero il legame tra giocattolo e bambino per il quale, in assenza di un “padrone”, il giocattolo era sempre destinato a qualche forma di imbruttimento o comunque ad una deriva negativa. Lo stesso Woody è talmente permeato da questa convinzione da non riuscire a comprendere, inizialmente, l’esempio di Bo Peep, ormai del tutto indipendente e felice della sua vita da “single”, senza un bambino a cui far riferimento, che pure riesce a ricordare con nostalgia e affetto, ma senza amarezza, i giorni passati con la sorellina di Andy.

In secondo luogo, nella parte di un “moderato cattivo”, incontreremo Gabby-Gabby, una vecchia bambola in un negozio di antiquariato con un difetto di fabbricazione, il suo riproduttore vocale è rotto ed emette una voce distorta, che non le ha mai permesso di avere un bambino, e quindi di provare quel rapporto indefinito, misto di amore, amicizia e genitorialità, a cui ogni giocattolo per sua natura anela. Gabby farebbe di tutto per poter avere la sua occasione e proprio per questo inizialmente presenta le caratteristiche del personaggio negativo, senza scrupoli, e tenta di rubare a Woody il suo riproduttore vocale. In realtà scopriremo che la bambola, tutt’altro che di indole malvagia, è semplicemente preda delle proprie insicurezze e avrà un percorso di crescita interessante tanto quanto quello del protagonista, anche se agli antipodi, poiché dove Woody dovrà imparare ad essere qualcuno anche senza l’amore di un bambino, Gabby dovrà, invece, imparare a mostrare se stessa per farsi amare e, più di ogni altro, sarà il personaggio che dovrà imparare a metabolizzare un rifiuto, parte fondamentale dell’esperienza umana a cui nemmeno i giocattoli possono sottrarsi.

Da un punto di vista più scanzonato, Toy Story 4 è un film che, pur con la sua innegabile componente “seria”, diverte moltissimo, ritroviamo tutte le gag e i momenti di ilarità a cui siamo sempre stati abituati e i personaggi nuovi, in particolar modo Ducky e Bunny, trovano subito il loro posto e il loro ruolo all’interno del vecchio e inossidabile gruppo di giocattoli che tutti ben conosciamo; il film sa far ridere e sa far commuovere in egual misura, la stessa comicità non è irriverenza pura, demenzialità, ma piuttosto una bella costruzione di momenti ironici e arguti.

Toy story 4

Questo quarto capitolo di una saga che ormai è sulla soglia dei 25 anni ci insegna, anche nelle pause che hanno scandito l’uscita dei diversi capitoli, che un buon prodotto non necessita di fretta per poter continuare a vendere ma, piuttosto, del mantenimento di una soglia di qualità, decisamente alta, sotto la quale non abbassarsi mai. Toy Story si è sempre preso i suoi tempi, necessari per attualizzarsi e per costruire storie che non avessero mai nulla da invidiare ai capitoli precedenti e questa pazienza ha decisamente ripagato, poiché quello che ci viene proposto è un prodotto che non ha ancora conosciuto l’invecchiamento, anche se, purtroppo, questo capitolo sarà probabilmente davvero l’ultimo, e che, oltre ad avere ancora molto da dire, dimostra di saper adeguare il linguaggio ai tempi che corrono con grandissima efficacia.

Una nota a piè pagina doverosa è quella riguardante il doppiaggio; come tutti sappiamo lo storico doppiatore di Woody fu Fabrizio Frizzi, venuto a mancare di recente e sostituito in questo Toy Story da Angelo Maggi, doppiatore di Tom Hanks, a sua volta doppiatore americano di Woody, che compie un lavoro egregio. Chiaramente la differenza nella voce si nota, non avrebbe senso sostenere il contrario, e Woody nell’immaginario collettivo del pubblico italiano avrà sempre la voce di Fabrizio Frizzi,  tuttavia il cambiamento non risulta drastico o traumatico e, personalmente, di tanto in tanto, è possibile anche dimenticarsene e non farci proprio caso.

Toy Story 4 di Josh Cooley

Questo quarto capitolo di una saga che ormai è sulla soglia dei 25 anni ci insegna, anche nelle pause che hanno scandito l'uscita dei diversi capitoli, che un buon prodotto non necessita di fretta per poter continuare a vendere ma, piuttosto, del mantenimento di una soglia di qualità, decisamente alta, sotto la quale non abbassarsi mai. Toy Story si è sempre preso i suoi tempi, necessari per attualizzarsi e per costruire storie che non avessero mai nulla da invidiare ai capitoli precedenti e questa pazienza ha decisamente ripagato, poiché quello che ci viene proposto è un prodotto che non ha ancora conosciuto l'invecchiamento, anche se, purtroppo, questo capitolo sarà probabilmente davvero l'ultimo, e che, oltre ad avere ancora molto da dire, dimostra di saper adeguare il linguaggio ai tempi che corrono con grandissima efficacia.
9
Superbo
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