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Una Serie di sfortunati eventi

Una Serie di Sfortunati Eventi – Siamo noi le fotografie | Speciale

  • di Peter Pira
  • 19 Gennaio 2019
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Ormai Una Serie di Sfortunati Eventi è giunta con la terza stagione al capolinea, rilasciata il 1 Gennaio da Netflix seguendo lo schema già anticipato da Neil Patrick Harris: 7 episodi per coprire gli ultimi sfortunati quattro romanzi del ciclo di Lemony Snicket.

Grazie alla sua ricercatezza tecnica, artistica e produttiva lungo i 25 episodi totali, questo show è destinato a continuar a far parlare di sé, tanto i lettori delle originali vicende cartacee, quanto il pubblico che ha conosciuto le avventure dei fratelli Baudelaire tramite la trasposizione cinematografica del 2004 e di Netflix.

In particolare, nel caso di quest’ultimo adattamento, pare che il produttore Barry Sonnenfeld e la sua squadra fossero profondamente consapevoli circa la natura del materiale letterario a cui stavano mettendo mano, del messaggio che il vero scrittore dei romanzi, Daniel Handler, volesse trasmettere, e soprattutto del modo in cui sarebbe stato sensato raccontarlo. Infatti è solo nel Finale che si rivela l’animo profondo di queste disavventure, tenuto a lungo celato, in grado di avvolgere l’intero viaggio visto fino ad ora. Come in una comune zuccheriera in cui c’è qualcosa di complesso e misterioso, così questo carosello di fughe pittoresche e vendette agrodolci nasconde, per via della natura dei propri protagonisti, un’altra verità.

Nelle prime due stagioni, grazie al punto di vista dei Baudelaire, si arriva facilmente a comprendere le caratteristiche fondanti del mondo in cui narra Lemony Snicket: le bussole morali che guidano i personaggi, l’ottusa cecità di ogni società, l’inadeguatezza delle istituzioni, la cruda violenza che ribolle dietro ad ogni scenario, un mondo in cui le pulsioni paiono emergere con la ferocia di una belva e la coscienza viene accantonata in nome di un sottile e piacevole sadismo. La cultura e l’ingegno paiono essere l’unica difesa di coloro che resistono, individui nobili animati da grande bontà e volontà, ma non sempre da grande arguzia.

Sebbene questi elementi ritornino nell’ultima stagione, completando così figurativamente l’affresco fino a qua mostrato, e letteralmente se si pensa alla grande reunion di personaggi all’Hotel Denouement nel Penultimo Pericolo, è con un’insalata che inizia ad intravedersi sui sonar il punto d’arrivo della narrazione, sempre restato quieto, in attesa.

A poco a poco i misteri tanto taciuti ci vengono finalmente svelati, ma non con una risoluzione gagliarda in stile Dan Brown o CSI, l’opposto, con una serie di risposte amare, un controcanto, la cui melodia incide molto più del testo espresso, perché quelle che ci avvolgono sono le dense note del passato di coloro che finora abbiamo visto in modo sapientemente ingannevole, sistematicamente distorto.

Come è facile intuire, sentirsi raccontare per anni un viaggio attraverso  gli occhi di un gruppo di ragazzini orfani, ci ha portato ad aderire al loro schema di valori, ad empatizzare con il trio e con chi li ha amati, a seguirli nel flusso delle loro vicende. Tuttavia, nel mentre, qualcos’altro ci veniva mostrato, ogni tanto ci giungevano rintocchi di ciò che era avvenuto anni prima, i cui echi risonavano sul volto del mondo degli adulti, a loro volta mascherati dall’abile narrazione; su tutti Lemony Snicket, il Conte Olaf, Esmé Squalor, Montgomery Montgomery e Jacques e Kit Snicket. Quando tutti loro accennavano qualcosa, la nostra curiosità, così come quella degli orfani, si interrogava subito sul riferimento fatto. Non ci soffermavamo a riflettere sul tono di voce o sullo sguardo di chi ricordava, desiderando soltanto l’indizio per ricomporre ad uno ad uno i pezzi, poco coscienti del Grande Ingoto che avevamo davanti a noi, grosso come un sommergibile.
Perfino lo stesso Lemony Snicket con i suoi moniti e monologhi, dopo poco lo si poteva percepire come un malinconico individuo, figura affascinante ma fondamentalmente ingabbiata nel suo mood, che mogiamente ogni tanto accennava a qualcosa di interessante.

Ma in questi ultimi episodi, di insalata in flashback, di dichiarazioni alla Corte fino alla più profonda serie di dialoghi che nel finale i Baudelaire hanno con Olaf, ci si avvicina al fondo. Klaus e Violet iniziano a capire che non esiste un confine netto, iniziano ad essere messi alla prova, a guardare anche se stessi allo specchio, a ritroso, fino ai propri genitori e ai propri presunti salvatori. Come viene detto da Dewey Denouement, non sono più bambini, dopo tutto ciò che hanno vissuto stanno iniziando a farsi domande, a ragionare e a comprendere, e per quanto tutto sembri indicarlo, questa è la tappa finale del loro, non nostro, viaggio di formazione, è il penultimo capitolo.

L’ultimo capitolo viene lasciato a noi, noi che abbiamo vissuto già parecchie feste della Falsa Primavera, e che un giorno, magari neanche fra tanto, daremo da leggere ai nostri figli o nipoti i libri di Lemony Snicket o ci sederemo sul divano con loro davanti alla tv. Perché se riusciamo a immergerci a sufficienza, privandoci dello sguardo dei nostri amati protagonisti, riuscendo a sederci su quelle poltrone a teatro, scattando quelle fotografie al pianoforte o alla scuola di Prufrock, o stringendoci sorridenti davanti a una Segheria di legname, vedremo semplicemente che quelli che ci parevano personaggi adulti e distanti, altro non siamo che noi. Anche senza società segrete, assassinii, mostri e funghi incredibili, tutti noi abbiamo perso per strada qualcuno che era per noi fondamentale. Molti di noi hanno vissuto un tempo spensierato in cui pareva che tutti fossimo un’unica eterna famiglia indistruttibile, con cui affrontare ogni cosa, seduti su un divano o a brindare, amici con cui ci siamo appartati per condividere emozioni e segreti, idee. Anche noi abbiamo avuto perdite, litigato, o assistito a scismi. Ci siamo fatti forza con chi è restato, e poi, dopo un po’, la situazione si è ripetuta, anche se diversa, anche se più consapevole.
Perché è così che va la storia.

Quando al tramonto Kit e Olaf si guardano, non c’è nessuna banalizzazione, non sono più personaggi ingabbiati perché ormai lo sguardo dei ragazzi non li sta più costruendo con ruoli prefabbricati. Sono due anime arpionate, vicine e distanti, che l’un per l’altra hanno provato di tutto, e lo accettano.
Sono una nipote entusiasta e uno zio impacciato, stremato dalla colpa, che si trovano faccia a faccia. Sono le persone che guardiamo nelle nostre vecchie fotografie.

“And That’s How The Story Goes.”

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