Il 22 aprile arriva in sala Michael, ambizioso biopic dedicato al Re del Pop diretto da Antoine Fuqua. Il film vede protagonista Jaafar Jackson, nipote della leggenda musicale, chiamato a incarnare una delle figure più iconiche della storia della musica contemporanea. Nel cast anche: Colman Domingo, Nia Long, Miles Teller e Larenz Tate. Grazie a Universal Pictures abbiamo potuto vedere il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

La pellicola ripercorre le tappe fondamentali della vita di Michael Jackson, partendo dall’infanzia trascorsa a Gary, nell’Indiana, all’interno della famiglia Jackson. Fin da giovanissimo, il talento del piccolo Michael emerge con forza nel gruppo dei Jackson 5, guidato dall’esigente padre Joseph. Il film segue poi l’evoluzione dell’artista durante l’adolescenza e l’inizio della carriera solista, mostrando il percorso che lo porterà a trasformarsi in una superstar internazionale. 

Michael rientra in una tendenza ormai sempre più evidente del cinema contemporaneo: quella del biopic confezionato con precisione industriale, ma povero di reale visione cinematografica. Il film di Antoine Fuqua si presenta infatti come l’ennesima ricostruzione cronologica e illustrativa della vita di un artista, senza però riuscire a trasformare il materiale narrativo in un’esperienza realmente cinematografica. La sensazione dominante è quella di un film che si limita a “mostrare” eventi più che “interpretarli”. La struttura segue un andamento didascalico, che ripercorre le tappe più note della carriera del protagonista senza mai cercare un punto di vista davvero autoriale o una chiave di lettura originale. Il rischio, in operazioni di questo tipo, è quello di trasformare una figura complessa e culturalmente enorme in una successione di momenti messi in fila con ordine, ma privi di reale profondità.

È qui che il film mostra i suoi limiti più evidenti. L’idea che bastino canzoni leggendarie, performance accuratamente ricostruite e qualche scena musicalmente ben coreografata per sostenere un intero lungometraggio si rivela insufficiente. La potenza del repertorio di Michael Jackson, per quanto straordinaria, non può da sola far fronte ad una scrittura che fatica a trovare una sua dimensione e a un’impostazione registica che raramente riesce a superare la semplice rievocazione. Anche la scelta di affidare il ruolo principale a Jaafar Jackson contribuisce a questa impressione ambivalente: da un lato l’interpretazione funziona sul piano della somiglianza fisica e della riproduzione dei movimenti iconici, dall’altro resta spesso confinata a un livello imitativo, senza riuscire a restituire davvero la complessità interiore dell’artista. Michael è quindi un biopic che sembra rivolgersi principalmente a un pubblico di fan, chiamati a riconoscere e rivivere momenti già noti, più che a spettatori in cerca di una nuova chiave di lettura.

A questa impostazione già rigida si aggiunge un ulteriore problema: la costante sensazione di trovarsi davanti a un gigantesco “Tale e Quale Show” travestito da cinema. L’effetto imitazione è talmente centrale da finire per soffocare qualsiasi tentativo di costruzione drammatica. Jaafar Jackson, pur dimostrando impegno evidente e una dedizione fisica e gestuale fuori discussione nel riportare in vita lo zio, resta intrappolato in un lavoro di pura riproduzione. Il punto è proprio questo: essere un eccellente performer non equivale automaticamente a essere un attore capace di restituire complessità. Lo stesso vale per il resto del cast, in cui nessun interprete riesce davvero a emergere con forza o a lasciare un segno significativo. Le figure comprimarie restano funzionali, quasi ingranaggi di un meccanismo narrativo già scritto, senza mai acquisire spessore. L’unica eccezione è rappresentata da Colman Domingo, che tuttavia viene penalizzato da una caratterizzazione eccessiva, quasi sopra le righe, resa ancora più problematica da un lavoro di trucco prostetico che finisce per risultare involontariamente caricaturale. Anche la presenza di Miles Teller, che sulla carta avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta del racconto, viene di fatto neutralizzata da una scrittura che lo confina ai margini.

Il ritratto di Michael Jackson che emerge da questo biopic è, di conseguenza, estremamente semplificato. Il protagonista diventa una figura quasi archetipica: il bambino prodigio, il talento assoluto, l’eterno Peter Pan in conflitto con la figura paterna. Un’impostazione che insiste ancora una volta sull’asse padre-figlio come chiave dominante, ma che finisce per risultare ripetitiva e prevedibile. Il limite più evidente del film sta proprio qui: nell’incapacità di restituire le luci e le ombre di una delle figure più sfuggenti e ambigue della storia della musica pop. Tutto viene filtrato attraverso una narrazione lineare, rassicurante, quasi addomesticata, che preferisce la riconoscibilità all’ambiguità, la celebrazione alla complessità.

Michael si conferma così come un’opera che sceglie deliberatamente la via più sicura, evitando qualsiasi forma di scavo critico o di reale complessità. Questa sensazione di cautela narrativa non è casuale e sembra riflettersi anche nell’impianto produttivo dell’opera, fortemente legato all’entourage familiare dell’artista. Il film appare infatti come se fosse costantemente trattenuto, incapace di prendere posizione o di interrogare davvero il proprio protagonista. Un segnale evidente di questa impostazione è anche l’assenza di alcune figure significative della sfera familiare e personale di Jackson. L’esclusione di Janet Jackson, ad esempio, non è soltanto una scelta narrativa, ma contribuisce a rafforzare l’idea di un racconto filtrato, che seleziona ciò che può essere mostrato e ciò che, invece, viene lasciato fuori campo.

Michael si rivela, un biopic che preferisce la sicurezza alla rischiosità, la celebrazione alla complessità, la superficie alla profondità. Il film rinuncia quasi del tutto a interrogare davvero la figura di Michael Jackson, scegliendo una narrazione controllata e priva di reali scosse emotive. Le poche parentesi musicali, per quanto curate e funzionali, non riescono a colmare un impianto narrativo fragile e prevedibile. Un biopic che si ferma prima di diventare cinema vero, limitandosi a essere una rievocazione poco incisiva.


Michael sarà in sala a partire dal 22 aprile. Ecco il trailer del film: 

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