Naza è il vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia 83 e risulta, giustamente, un documentario necessario, nonché l’unico documentario presente nella selezione “Competition” di questa edizione. In soli 80 minuti, il film descrive il genocidio palestinese perpetrato dalle forze militari israeliane attraverso lo sguardo di due registi israeliani.

Il tema, oltre a essere particolarmente sentito dai registi, come già dimostrato con No Other Land del 2024, lo è anche per il produttore esecutivo Jonathan Glazer, noto soprattutto per il suo film vincitore dell’Oscar La zona d’interesse. In quell’opera Glazer raccontava gli avvenimenti della Seconda guerra mondiale attraverso una prospettiva e un modo di trattare il tema che trovano una ricaduta anche nel presente. Il film è inoltre prodotto da JW Films di Jim Wilson, già produttore di La zona d’interesse e The Voice of Hind Rajab, e da The Guardian, noto quotidiano britannico che ha documentato e continua a lavorare per coprire in maniera massiva quanto sta avvenendo a Gaza.

Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa dei civili palestinesi a Gaza programmata da Israele.

La regia di Naza è pulita: una serie di interviste a ex membri dell’intelligence israeliana viene accompagnata da un montaggio ridotto al minimo possibile, perché a diventare fondamentali sono le parole, più delle immagini. Una scelta che permette anche di evitare quell’effetto morboso che spesso emerge quando si affrontano queste tematiche: perché, se è vero che è fondamentale parlare, non sempre è fondamentale mostrare. In questo film si sceglie di farlo soltanto nel finale, dopo aver ascoltato il racconto di tutte le atrocità commesse dallo Stato di Israele, dando vita a uno dei momenti più strazianti dell’intero film.

Naza si concentra quindi sulle interviste a ex membri dell’intelligence dell’IDF e sul racconto di come il genocidio palestinese sia un piano organizzato nei minimi dettagli da parte del governo israeliano e dello stesso Benjamin Netanyahu. In una sua dichiarazione mostrata nel documentario, Netanyahu definisce cosa sia il terrorismo e tale definizione finisce per riflettere esattamente il comportamento della sua stessa fazione: colpire bambini, persone indifese ed edifici sociosanitari.

Il documentario spiega anche il termine che dà il titolo all’opera: Naza, che deriva da “Nazek Agavi”, ovvero “effetti collaterali”, acronimo utilizzato da Israele per indicare i cadaveri palestinesi. Tutto il film, infatti, ruota attorno al tema delle parole e alla loro importanza, ma ancora più importante diventa ciò che non viene detto. Il silenzio generale delle istituzioni e dei media sul conflitto palestinese, che dura ormai dal 1948, diventa così complicità in quello che non possiamo non definire un genocidio.

Se The Voice of Hind Rajab ha fatto urlare attraverso la storia vera di una bambina, inizialmente unica superstite all’interno di un’auto, che tentava di sopravvivere sotto le bombe, Naza fa parlare direttamente i colpevoli, che spiegano nel dettaglio come esista un piano per distruggere Gaza, con obiettivi prefissati e un clima di terrore studiato nei minimi dettagli. Il simbolo di Gaza diventa allora una casa in rovina che, nonostante tutto, ha resistito agli attacchi.


Naza è disponibile in sala come film evento dal 28 al 30 settembre con I Wonder Pictures. Di seguito il trailer del film:

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