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[Recensione] Electric Dreams – Dipingere un Sogno allo Specchio

  • di Simone Prina
  • 24 Marzo 2018
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Electric Dreams

Philip K. Dick ha sempre amato raccontare storie con protagonisti ordinari. Pendolari che, dopo aver fatto colazione, predono la loro auto spaziale e vanno al loro ufficio su Ganimede. Ragazzi ordinari che, durante un meeting aziendale, entrano nella sala riunione sbagliata, cancellando il continuum spazio-temporale. Tutto molto ordinario, sì, ma allo stesso tempo non c’è nulla che abbia attinenza con la realtà che conosciamo.
I racconti brevi che diedero slancio alla carriera di Dick negli anni ’50, erano pieni di  middle manager con nomi come Bob, Bill e Ed, persone qualunque che, dopo aver dato un bacio alla loro famiglia, escono di casa innescando un evento di proporzioni galattiche che aveva lo scopo di evocare uno dei temi preferiti di Dick:

siamo certi che la nostra realtà sia… reale?

E’ una domanda che perdura tanto quanto l’iconicità dei lavori di Dick, mettendo in dubbio tutti i punti fissi di questa particolare branca della fantascienza.
Il più famoso adattamento di una sua opera è senza ombra di dubbio “Blade Runner“, tratto dal romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” (“Do Androids Dream of Electric Sheep?“o “Il Cacciatore di Androidi “) del 1968. Tuttavia, la maggior parte degli adattamenti  cinematografici e televisivi che lo riguardano, derivano da pubblicazioni scritte per riviste low-cost come “Astounding,” “Galaxy” e “Startling Stories“; da esse derivano, ad esempio: “Total Recall,” “Minority Report,” “I Guardiani del Destino,” “Screamers: Urla dallo Spazio,” “Impostor” e molti altri ancora.

Electric DreamsIn sostanza i creatori di “Electric Dreams“, la recente serie TV targata Amazon (di cui potete trovare la recensione qui), hanno attinto da una fonte sicura e affidabile.
La prima stagione di questa serie TV antologia, nello stile di “Ai Confini della Realtà” e “Black Mirror“, è basata su 10 racconti che Dick pubblicò tra il 1953 e il 1955. Il media da cui la serie trae ispirazione non è certo il miglior lavoro di Dick ma, del resto, fu una delle sue prime pubblicazioni. Tutti i racconti sono ricchi di climax ingannevoli e dialoghi ricchi di tensione (per niente migliorati dall’adattamento Italiano) come: “C’è qualcosa che non va!” oppure “Sarà meglio per noi se ci riusciamo!” Ciò mette in evidenza, in modo buffo, come Dick avesse paura che le ossessioni di cui egli farà uso nella maggior parte delle sue opere, ovvero: forze ideologico-commerciali in grado di modificare la realtà, non facessero abbastanza presa sul pubblico.

La connessione perpetua che riversa e preleva dati da ognuno di noi, in modo più o meno consapevole, oggi è considerata parte della vita quotidiana, tanto da far sembrare “diverso” chi non sfrutta i vantaggi della fase 3.0 di internet. Al contrario, per Dick (che, ricordiamo, all’epoca poteva solo immaginare una così capillare e multimediale diffusione della rete), l’impossibilità del disconnettersi dal pensiero collettivo, sia esso di natura tecnologica o più fantascientifica, è una delle prime fonti di quella “paranoia” dal quale derivano molte delle tematiche cardine dei suoi scritti più rappresentativi.

Ne “Il Fabbricante di Cappucci” (“The Hood Maker”), una forte critica all’autoritarismo, la cittadinanza vive sotto la sorveglianza telepatica dei “Tel” (originariamente “Teeps”: umani mutati da un’esplosione nucleare) che leggono la mente in cerca di personaggi “scomodi” da eliminare. “I Tel non sono diversi dai giacobini, dai puritani, dai nazisti, dai bolscevichi.” Esclama uno dei protagonisti C’è sempre un gruppo che vuole guidare la specie umana… Per il bene della specie, ovviamente.

Un Pezzo da Museo” (“Exhibit Piece“, contenuto anche nella raccolta di racconti scritti nel 1954) ci mostra il curatore di un museo del ventiduesimo secolo che, grazie ad uno strappo nello spazio-tempo, può esaudire il suo desiderio di vivere in un’epoca più semplice (il secondo dopo guerra, in America) e priva dell’opprimente proibizionismo del governo “E’ un bel posto, qui. C’è libertà, opportunità.” Dice il protagonista. “Un governo con poteri limitati, responsabile verso i cittadini. Se qui non le piace un lavoro può licenziarsi. E non c’è l’eutanasia.

Racconti come questo, simili ad odi verso l’abbondanza del boom economico post seconda guerra mondiale, nascono in realtà dal timore verso un futuro incerto, oscurato dall’ombra della guerra fredda e della minaccia nucleare. A differenza di altri scrittori, come Arthur C. Clarke, dove i racconti ispirati dalla paura verso la bomba sfociava sempre (o quasi) in un epilogo a forma di nuvola fungiforme, le storie di Dick puntano a suscitare nel lettore una paranoica oppressione legando eventi di attualità ad un’indotta paura di un ipotetico futuro cacotopico.

La finezza di Dick nell’accostare quotidianità, pulp, fantascienza e fantapolitica, sarà la spinta che allargherà il bacino d’utenza dello scrittore ben oltre ai giovani fan del sci-fi, fino ad arrivare ai cittadini medi di mezz’età dei sobborghi Americani.

L’Impiccato” (“The Hanging Stranger“), di certo il racconto più “crudo” della raccolta, è una storia dai toni cupi che rivela l’ammirazione di Dick per Shirley Jackson e il suo racconto “La Lotteria” (“The Lottery“, 1948) pubblicato pochi anni prima. Un venditore di televisori, uscendo dal suo seminterrato, rinviene un cadavere impiccato ad un lampione. Al dramma si aggiunge l’inspiegabile reazione del vicinato che, ben presto, risulterà vittima di una manipolazione mentale messa in atto da un’intelligenza aliena. “Siamo stati invasi. Da un altro universo, un’altra dimensione.” Spiega il protagonista. “Sono insetti, dotati di capacità mimetiche. E c’è di più. Hanno il potere di controllare la mente. La tua mente.

Un’allegoria del razzismo? Del capitalismo? Del comunismo? Dick ci invita a scegliere il “nostro veleno”: “Gli attrezzi [nelle mie storie] vengono dal futuro, gli scenari vengono dal futuro, ma le situazioni vengono davvero dal passato.” Affermava l’autore durante un’intervista. In realtà, alcune delle situazioni descritte in Electric Dreams provengono da un futuro che Dick, morto nel 1982, non poteva prevedere:
per questo, gli sceneggiatori della serie TV, hanno fornito delle descrizioni coincise e solenni a ciascuna delle storie di questa raccolta, alcune delle quali lasciano trasparire quanto il “Trumpismo” fosse presente nelle loro menti durante la stesura dei testi in questione.

Foster, Sei Morto” (“Foster, You’re Dead“), una storia in stile “Le Spie della Porta Accanto” ambientata in un rifugio antiaereo, è per lo più rivolta al mercantilismo degli anni ’50, ma ha parecchio da spartire con la paranoia nucleare e la situazione politica internazionale odierna.

Anche quando Dick riduce la Terra ad un cumulo di cenere, egli è più interessato a ciò che la catastrofe rivela sulle debolezze umane, che all’evento in sé. In “Autofact” (“Autofact“) i sopravvissuti ad una catastrofe nucleare si prodigano per distruggere i sistemi automatici che riforniscono l’umanità di beni indispensabili per la sopravvivenza: l’autodeterminazione implica anche il nostro diritto all’autodistruzione.
E’ interessante il modo in cui Dick è in grado di giocare con le sue stesse paranoie, ad esempio: l’uso del tema della crisi d’identità unito al genere comico. In “Umano è” (“Human Is“) un marito manesco torna dalla moglie, dopo un viaggio di lavoro su un altro pianeta, del tutto cambiato. E’ chiaro che gli abitanti di Rexor IV sono entrati nel cervello del povero Lester. E se un marito la cui coscienza è in parte quella di un essere alieno fosse il segreto per un matrimonio felice? Sarebbe forse immorale, per la moglie, non voler riportare le cose alla triste realtà precedente?

Electric Dreams

Cosa significa essere umani?” E’ sicuramente una delle domande più abusate di tutti i media che fanno parte del genere fantascientifico, ma per Dick fu una vera e propria ossessione. La ricerca di una risposta concreta ha percorso l’intera vita dell’autore, così come la sua carriera: romanzi storico-alternativi come “La Svastica sul Sole” (“The Man in the High Castle” o ” L’uomo nell’alto castello” 1962), romanzi distopici post-hippie come “Scorrete Lacrime, Disse il Poliziotto” (“Flow My Tears, the Policeman Said” o “Episodio Temporale” 1974) e una tortuosa opera filosofico-religiosa incompiuta che egli stesso ha definito la sua “esegesi” (“The Exegesis of Philip K. Dick” pubblicato per la prima volta nel 2011) rappresentano i differenti modi in cui lo scetticismo dell’autore verso il destino dell’uomo si è andato rafforzandosi. “Siamo fregati“, lamenta uno dei ribelli di Autofact Come sempre. Noi umani abbiamo sempre la peggio.

Un futuro incerto non equivale certo ad una condanna, questo Dick lo sapeva bene. Molti dei racconti contenuti in Electric Dreams, così come molte altre opere dell’autore, si fermano davanti a certe risposte, lasciandoci in dubbio sulla salvezza o sulla condanna del genere umano e del suo avvenire.

Nell’incertezza, suggerisce Dick, c’è sempre un barlume di possibilità.

Prezzo: Vedi su Amazon.it
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Conosciuto anche come "ComicsFreak", è un fan della cartaccia quadricromatica fin dall'ormai lontano 1996. Collezionista ossessivo compulsivo di pupazzame e robaccia di plastica, ha una vera e propria ossessione per Batman e Spider-Man. Da buon amante di letteratura, cinema, setie TV e videogiochi, tra ciò che più adora spiccano: i romanzi di Kurt Vonnegut, "Léon", "Star Trek" e la saga di "The Legend of Zelda".
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