[Speciale] Licenziamento di James Gunn – Un racconto di ironica ipocrisia

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James Gunn

Negli ultimi giorni, James Gunn è sulla bocca di tutti, ma non certo per essere elogiato. La Disney lo ha licenziato e rimosso dalla regia di Guardiani della Galassia Vol.3, questo è stato scritto ovunque, con i commenti e le opinioni più disparati a riguardo. Ma proprio perché la notizia è così complessa e stratificata, forse occorre fare chiarezza su questa questione, di cui si è parlato tanto, ma probabilmente non abbastanza. Non nel modo giusto, perlomeno.

Partiamo dal principio. È da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca che Gunn, con ironia ma anche con perentorietà, ha criticato l’operato del presidente degli Stati Uniti d’America, il quale è arrivato persino a bloccarlo su Twitter –la maturità, questa sconosciuta. Certo, il regista americano non si è fatto fermare dal ban e, anzi, ha continuato imperterrito nella sua campagna anti-repubblicana, mettendo a nudo le innumerevoli contraddizioni della legislatura. Questa opposizione, ovviamente, non è passata inosservata, e se per Gunn litigare di quando in quando con un sostenitore sfegatato di Trump non era poi fastidioso, i problemi veri e propri non hanno tardato ad arrivare: è giovedì 19 luglio, l’attenzione di ogni fan della Marvel è concentrata sul San Diego Comic Con, quando arriva una notizia che fa gelare il sangue a migliaia di appassionati in giro per il mondo, e a qualche dirigente della Disney, chiuso nel proprio ufficio. L’attivista alt-right Mike Cernovich famoso, tra le altre cose, per aver promosso la teoria del Pizzagate, secondo cui Hillary Clinton ed altri democratici avrebbero posseduto un fitto commercio di esseri umani, il tutto capeggiato da una pizzeria di Washington DC– aveva ritrovato dei vecchi tweet del regista, datati tra il 2008 e il 2010. Tweet in cui si faceva ironia più o meno spinta su Olocausto, pedofilia, stupro e altri argomenti decisamente delicati.

I tweet di James Gunn incriminati

Il web esplode. Quasi letteralmente. L’indignazione sale alle stelle e il profilo di Gunn viene sommerso di insulti, soprattutto da individui politicamente vicini alla posizione di Cernovich, ma non solo: gli argomenti su cui Gunn scriveva, quasi con nonchalance, colpiscono la sensibilità di tanti – come è normale che sia: certe tematiche facilmente feriscono nel profondo. E la Walt Disney Pictures, potenza di livello mondiale, non può certo rimanere con le mani in mano: poche ore dopo, con un comunicato freddo e frettoloso, dà il benservito a Gunn, dissociandosi da quanto scritto in quei tweet così controversi. Il regista si scusa per le sue parole, sostenendo di essere cambiato e di aver scritto ciò che aveva scritto soltanto come provocazione, ma ormai è troppo tardi. I Guardiani della Galassia perdono il loro papà cinematografico, lasciando internet infuocato ed il terzo capitolo della saga orfano del proprio regista. Questo evento ha portato ad un effetto valanga inimmaginabile. Dopo i primi attacchi da parte di esponenti Repubblicani e giornalisti affini al pensiero di Trump, si sono susseguite moltissime azioni di solidarietà verso Gunn da parte di attori, registi e persone comuni, che hanno voluto sostenere il regista con tweet, una petizione per far riassumere il regista -che ad oggi conta oltre 350 mila firmatari- ed anche una lettera, firmata da tutti i membri del cast di Guardiani della Galassia, in cui gli attori davano manforte al regista. Ciononostante, anche una certa dose di paura ha preso il sopravvento. È stato proprio per paura che alcuni dei loro tweet potessero essere manipolati ed utilizzati contro di loro, che l’attore Michael Rooker (Yondu) e il regista di Doctor Strange Scott Derrickson hanno abbandonato twitter. Altri, come il regista di Star Wars: Gli Ultimi Jedi Rian Johnson, hanno cancellato grosse quantità di tweet.

Insomma, per riassumere il concetto, l’affaire Gunn può essere guardato da diversi punti di vista, ognuno dei quali ha le proprie priorità. I fan più accaniti, ad esempio, sono disperati ed arrabbiati: sostengono che Gunn non abbia fatto niente di più che scrivere alcuni tweet sarcastici, che intendevano mettere a nudo problematiche reali, e per di più datati, e che è dunque un insulto alla sua opera cacciarlo così; ci sono poi coloro che sono rimasti scandalizzati dal tono usato dal regista nelle sue affermazioni, troppo scanzonato per riflettere in maniera opportuna la gravità di problematiche simili. Un fatto è certo: qualsiasi sia la tua opinione a riguardo, penso si possa affermare con sicurezza che l’errore di Gunn è stato quello di postare il tutto su internet, senza neppure preoccuparsi di cancellare quel passato che ormai lo rappresentava così poco. Gunn ha fatto parte della Troma, una casa di produzione cinematografica famosa per essere politicamente scorretta e non guardare in faccia a nessuno. Legittimo. Ma si tratta comunque di argomenti assai delicati, e un conto è esprimere dissenso in una forma d’arte come un film, in cui una narrativa provocatoria può più facilmente essere riconosciuta come tale e venire dunque apprezzata, un conto è, invece, palesare la propria contrarietà in un tweet: meno di duecento caratteri, facilmente estrapolabili. Come in questo caso.

Il punto non è però chi ha ragione o chi torto. Non si tratta di scagionare Gunn o, al contrario, condannarlo alla gogna. No, il punto è un altro: la Disney ha creato un precedente enorme. E che può essere interpretato in maniera diversa, sfaccettata: da un certo punto di vista, una grande società come quella del topo più famoso del mondo non poteva agire diversamente. Non tanto perché Gunn fosse indifendibile, questo non lo credo: sostenerlo e sostenere la sua libertà di espressione, anche se politicamente scorretta, sarebbe stato possibile. Ma non per un brand come la Disney, un brand che, nonostante ormai includa nei suoi possedimenti tutto lo scibile umano, dalla 20th Century Fox a Indiana Jones, è sempre stato strettamente connesso ad un’immagine limpida, pulita, “per tutti”. Inoltre, oltre alle questioni di pubbliche relazione, Disney è un’azienda quotata in borsa e deve difendere assolutamente i propri interessi economici. Il mondo dell’intrattenimento non è nuovo a licenziamenti di questo tipo, possiamo ricordare quello avvenuto circa 3 anni fa, quando la WWE (World Wrestling Entertainment) licenziò ed escluse dalla Hall of Fame Terrence Gene Bollea, il leggendario Hulk Hogan, in seguito a degli aspri commenti razzisti. In quel caso la WWE, federazione con all’attivo atleti di diverse etnie e molto attiva nel sociale, non poteva associare il proprio nome ad una persona considerata razzista. Allo stesso modo un’azienda come Disney, che fa dell’intrattenimento per famiglie e bambini il suo marchio di fabbrica da oltre novant’anni, non poteva permettersi di associare il proprio nome ad un regista che, seppur ironicamente, tratta con leggerezza un tema come la pedofilia. Ma questo allontanarsi da James Gunn senza neppure guardarsi indietro, potrebbe (può?) nascondere qualcos’altro. Anzi, “nascondere” è un parolone: è chiaro che questo licenziamento significhi di più, decisamente di più. Diciamocelo, James Gunn era una spina nel fianco per la gestione Trump. Non che la sua opposizione si tramutasse in qualcosa di più concreto di Tweet piccati e battute argute, ma si sa che Mister President non è il tipo da prendere alla leggera i social network con tutto ciò che implicano: si ricordi che aveva già bloccato Stephen King, in passato, il quale aveva appreso la notizia con una certa ilarità. Ma adesso si è andati oltre: per non scontentare il presidente e i suoi sostenitori, si è arrivati al licenziamento di una delle personalità più di spicco di uno dei brand più di successo del mondo, la Marvel.

L’ondata conservatrice che sta attraversando il mondo, dall’Ungheria di Viktor Orban all’America di Donald Trump, è un dato di fatto. Non è una questione di essere contrari o a favore a tutto ciò che queste figure propongono, quanto piuttosto notare quanto questi filoni politici non apprezzino e, anzi, tendano a tarpare le ali a coloro che la pensano diversamente. Si pensi al ministro Salvini e Saviano: una diatriba che si è conclusa con una querela su carta intestata al ministero. Certo, la carriera di Saviano non è finita. Quella di James Gunn, invece, sembra segnata. Al licenziamento da parte della Disney è seguito quello di Amazon, che lo aveva scelto per dirigere il reboot di Starsky e Hutch, ed anche il suo misterioso progetto per Sony -che doveva essere presentato durante il San Diego Comic Con- non è stato neppure nominato e ora sembra essere a rischio. A stroncare la vita professionale di una persona, ormai, ci vuole poco, anzi pochissimo. Per l’appunto, basta un tweet. Un tweet coi contenuti sbagliati, che vanno a toccare i tasti sbagliati delle persone sbagliate. Sbagliate, ma decisamente potenti.

Certo, è impensabile che la Disney non sapesse niente. Magari non avevano letto i tweet incriminati, ma è davvero improbabile che non avessero idea di quali potessero essere le sue posizioni, o comunque i suoi toni, su certe tematiche. Ribadisco, era un regista della Troma. È come assumere un conclamato comunista e poi stupirsi se fa discorsi contro il capitale, tanto per fare un esempio. Dunque, di ipocrisia si può parlare senza problemi.

Ma essere ipocriti fa comodo finché si guadagna. Finché si arriva a fine mese con le tasche gonfie di soldi e le pance piene. Non appena si fiuta la possibilità di perdere tutto questo, tutto ad un tratto, si fa dietro front, si diventa paladini della giustizia, indefessi nella lotta contro il politicamente scorretto. Ironico, no? Sì, io lo trovo ironico. Quasi quanto i tweet di Gunn.


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