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[Recensione] Dark Stagione 1 – Un percorso definito ed infinito

  • da Luca Brindani
  • 4 dicembre 2017
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“La Domanda non è dove ma Quando.”

Questo Venerdì 1° Dicembre è approdata su Netflix Dark, la prima serie tv originale di produzione tedesca per Netflix, e lo ha fatto senza troppo clamore e, così come sono arrivati i primi trailer e le prime informazioni senza molto preavviso, anche la serie arriva e non fa parlare molto di sè, se non tra gli appassionati di serial televisivi (come il sottoscritto) che sono sempre alla ricerca di nuovi prodotti da vedere, ma da subito coglie l’attenzione almeno a livello formale. Vediamo dunque insieme com’è questa produzione originale Netflix tedesca.

La serie segue la storia di quattro famiglie che vengono sconvolte quando la quiete della loro vita e della città stessa dove abitano viene interrotta dalla scomparsa di due bambini. Uno di questi è Mikkel Nielsen, figlio di Ulrich Nielsen (Oliver Masucci), il quale aveva già perso il fratello 33 anni prima in circostanze molto simili. Con il dispiegarsi della vicenda sempre più segreti nascosti della cittadina di Winden vengono alla luce e colpiscono i personaggi più inaspettati, che entrano in un circolo vizioso di autodistruzione.

Fin dai primi minuti appare il bosco, che si insinua come una figura spettrale sulla cittadina insieme alla centrale nucleare della cittadina di Winden, centrale che viene rappresentata sempre con visuali su campo lungo quasi fosse un mostro anch’esso.

I personaggi principali della vicenda che possiamo identificare, senza scendere troppo nei particolari dato che sono veramente tanti, sono la famiglia Nielsen, composta da Ulrich, Katarina e Martha. Sembrerebbe quella che nella maggior parte dei thriller polizieschi è la famiglia che subisce tipicamente in modo passivo gli avvenimenti, quella che viene colpita e non è capace di reagire diversamente dal seguire il corso impetuoso degli eventi e che viene fatta a pezzi piano piano quando il mistero si va a dissolvere. Beh, nel caso di Dark non è così! Perché tutti i personaggi che entrano in scena nelle prime puntate vengono fatti a pezzi con il dipanarsi della vicenda, portati alla conoscenza di elementi del proprio passato, ed in alcuni casi anche del proprio futuro, che non pensavano possibili o immaginabili. Nessuno è al sicuro a Winden, nemmeno chi sta cercando ancora di riprendersi da un’altra tragedia come Jonas Kahnwald (trascinato anch’egli per caso o perché segue un percorso definito ed infinito che lo porterà sempre allo stesso punto), il quale viene colpito da rivelazioni scioccanti, più inaspettate che terrificanti, e di primo impatto più destabilizzanti per lo spettatore che per il personaggio. Non mancano poi i personaggi misteriosi, come Noah (Mark Waschke) e Lo Straniero(Andreas Pietschmann), personaggi che saranno collegati indissolubilmente ma che non avranno mai un’ interazione nel senso classico del termine.

La narrazione della serie è infatti serrata, non lascia un attimo di respiro e con una così grande moltitudine di personaggi viene anche naturale immaginare che dietro tutto si nasconda una storia ancora più ampia.  Tuttavia nessuno avrebbe mai immaginato che questa storia più ampia avrebbe mai potuto avere effetti che coinvolgono passato, presente e futuro: un futuro che non vediamo, che ci viene paventato da alcuni misteriosi personaggi di cui non capiamo il ruolo. Di questi misteriosi personaggi seguiamo per gran parte della stagione le azioni, che seguono uno schema simile ad un rituale mistico, e solo negli ultimi due episodi scopriamo i loro reali obbiettivi.

Il ritmo serrato della narrazione si unisce a dei dialoghi per nulla scontati, alcune volte forse troppo criptici ma che poi trovano una spiegazione plausibile rendendoli quasi banali e facendoci sentire stupidi o storditi dalla situazione. Proprio come i personaggi, che ci vengono per lo più mostrati da una lente esterna a tutto, che non giudica, ma si limita appunto a mostrare.

 La regia non è nulla di eccezionale, anzi molto nella norma, e quella che colpisce è la fotografia fredda, con luci innaturali che donano un’aura misteriosa alla vicenda e che fanno in modo di tenere lo spettatore esterno a tutta la vicenda, così che possa giudicare ed effettuare tutti i collegamenti del caso.

Proprio perché l’intersezione dei vari piani temporali, seppur sempre chiara grazie ad una sceneggiatura e ad una storicizzazione ambientale ben gestita, rischia alla lunga di portare lo spettatore in confusione, la regia di Dark, gestita come una sorta di finestra esterna a tutto, permette alla vicenda di scorrere nonostante la complessa rete di relazioni che fin dalle prime tre puntate si intreccia tra i protagonisti e che poi si dipana nella parte finale (ossia gli episodi 6-10).

Il tempo a Winden scorre in modo diverso: Dark segue tre dimensioni, quella passata, presente e futura. Così è definita dall’orologiaio e così noi la percepiamo, come qualcosa di totalmente straniante.

Anche nella risoluzione, seppur con “spiegazione finale”, lo spettatore si sente parete integrante per essere riuscito, con il materiale messogli a disposizione dagli sceneggiatori, a risolvere in parte il mistero.

Le musiche sono da considerarsi forse il punto più debole della serie: non perché non siano piacevoli , ma essendo ripetitive, una volta capiti gli accordi e come esse vengono disposte, la tensione che dovrebbero alimentare o creare svanisce.

In definitiva Dark si dimostra un buonissimo prodotto fantascientifico con elementi soprannaturali e sicuramente, qualora avesse altre occasioni, potrà dimostrarsi una valida aggiunta al catalogo Netflix e non mancherà di riservare altre sorprese, ampliando così il parco di titoli del network con una serie che presenta un’ambientazione atipica per il pubblico di riferimento, ma che può dare molto anche a livello estetico, rappresentando una società che è fuori dal contesto che il pubblico medio è abituato a vedere.

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