La Valle dell’Eden è finalmente disponibile su Netflix, riportando sullo schermo uno dei grandi classici della letteratura americana. Scritta e sviluppata da Zoe Kazan, con Jeb Stuart nel ruolo di co-showrunner, la miniserie in sette episodi è diretta da Garth Davis nei primi quattro capitoli e da Laure de Clermont-Tonnerre nei restanti tre. A guidare il cast è Florence Pugh nei panni di Cathy Ames, affiancata da Christopher Abbott come Adam Trask e Mike Faist come Charles Trask. Con loro Hoon Lee, Ciarán Hinds, Tracy Letts, Martha Plimpton e, nella seconda generazione della famiglia Trask, Joseph Zada e Joe Anders. Grazie a Netflix abbiamo visto la serie in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
La storia attraversa diversi decenni e segue soprattutto le vicende della famiglia Trask. Al centro della prima generazione ci sono i fratelli Adam e Charles, legati da un rapporto nel quale amore, gelosia, violenza e bisogno di approvazione sembrano continuamente confondersi. Nelle loro vite irrompe Cathy Ames, giovane donna misteriosa e difficilmente decifrabile, destinata a legarsi ad Adam e a lasciare un segno indelebile sulla famiglia. Gli anni trascorrono e quel conflitto sembra ripresentarsi nella generazione successiva, quella dei figli di Adam, Cal e Aron. Cambiano i personaggi e cambia l’America intorno a loro, ma rimangono le stesse domande: quanto siamo condizionati da ciò che abbiamo ricevuto in eredità? Quanto del bene e del male che vediamo nelle nostre famiglie siamo destinati a ripetere? E, soprattutto, possiamo scegliere di essere diversi?
Una precisazione è fondamentale: La Valle dell’Eden non è un remake del celebre film di Elia Kazan del 1955 entrato nell’immaginario collettivo grazie a James Dean. È un nuovo adattamento de La valle dell’Eden, di John Steinbeck del 1952. La miniserie, sceneggiata da Zoe Kazan, nipote di Elia Kazan, nonché attrice nota specialmente nel circuito cinema indipendente, si distacca dall’opera cinematografica del ’55 per adattare in modo più completo uno dei capolavori di Steinbeck. Indubbiamente il film rimane un’opera fondamentale del cinema americano, ma compiva una scelta molto precisa rispetto all’immensità del materiale letterario: concentrarsi principalmente sulla parte conclusiva del romanzo e sulla seconda generazione dei Trask, ma La valle dell’Eden è qualcosa di ancora più grande e Zoe Kazan sembra esserne perfettamente consapevole.
La serie torna al romanzo e alla sua natura di grande saga familiare, recuperandone la dimensione generazionale e quasi mitologica. Attraversa il tempo, osserva l’America cambiare e soprattutto racconta come colpe, desideri, violenze e aspirazioni possano passare da una generazione alla successiva. La sceneggiatura non tratta Steinbeck come un monumento intoccabile, ma come una materia ancora viva. Mantiene il rapporto con la terra, il peso della famiglia, la trasformazione degli Stati Uniti tra Ottocento e Novecento e soprattutto quella continua interrogazione morale che attraversa l’intero romanzo.
Modernizzare un classico non significa necessariamente cambiarne i valori o sovrapporgli quelli del presente. A volte basta tornare a guardarlo da prospettive rimaste più in ombra. Alla base rimangono i riferimenti biblici, fondamentali nel romanzo e impossibili da separare dalla storia dei Trask. Il mito di Caino e Abele si ripete prima attraverso Adam e Charles e poi con Aron e Cal. Steinbeck, però, non utilizza questo schema per raccontare una storia destinata a ripetersi, al contrario, si domanda se sia possibile interromperla. Ed è qui che entra in gioco la parola più importante di tutta La Valle dell’Eden: timshel. “Tu puoi”.
Questa idea rende più complessi tutti i personaggi, a partire da Cathy Ames. Steinbeck la costruisce come una figura quasi priva di morale e Zoe Kazan non cerca di assolverla, ma prova a guardarla più da vicino, senza ridurla soltanto al ruolo del mostro. La Cathy della serie conserva tutta la propria crudeltà, ma diventa anche una donna che rifiuta ciò che la società pretende da lei: la docilità, il matrimonio come realizzazione personale, la maternità. È vittima e carnefice, manipolatrice e donna che cerca continuamente di sottrarsi alle identità che gli altri vorrebbero imporle. Florence Pugh riesce a sostenere molto bene questa ambiguità. La sua Cathy può sembrare fragile e diventare inquietante pochi istanti dopo. Lavora sugli sguardi e soprattutto sulla sensazione che il personaggio stia sempre interpretando qualcuno: la ragazza innocente, la moglie, la vittima, l’amante, la donna di potere. Probabilmente una delle interpretazioni più grandi della sua carriera.
Christopher Abbott restituisce ad Adam un’ingenuità che lentamente assume contorni tragici: la sua tendenza a vedere il bene negli altri diventa spesso una forma di cecità. Mike Faist costruisce invece un Charles molto più fisico e rabbioso, ma lascia emergere dietro la violenza il bisogno quasi infantile di sentirsi scelto e amato. Con Cal e Aron, interpretati da Joseph Zada e Joe Anders, il meccanismo ricomincia: i figli sembrano destinati a ripetere i padri, almeno finché non torna ancora una volta quel timshel. Importante è anche Lee, interpretato da Hoon Lee, che diventa progressivamente una sorta di coscienza della storia e permette alla serie di affrontare alcuni dei temi filosofici di Steinbeck senza trasformarli in una lezione sul romanzo.
Molto interessante è anche il lavoro sui costumi di Kirsty Cameron, soprattutto per quanto riguarda Cathy. Gli abiti non servono soltanto a raccontare il passare del tempo, ma accompagnano l’evoluzione del personaggio. Da bambina Cathy indossa ciò che gli altri scelgono per lei e impara presto che l’apparenza può essere una performance. Nel corso della storia utilizza la femminilità quasi come un linguaggio: sa apparire innocente, fragile o seducente a seconda di ciò che le serve. Il passaggio definitivo arriva con Kate, il suo alter ego. Le linee diventano più nette, gli abiti più puliti e controllati, le decorazioni diminuiscono. Per la prima volta non sono gli altri a decidere quale Cathy debba esistere: è lei a costruire Kate.
Alla fine, però, La Valle dell’Eden torna sempre allo stesso punto. Non possiamo scegliere da dove veniamo, quello che hanno fatto i nostri genitori o ciò che abbiamo ereditato da loro. Possiamo portarci dietro rabbia, bisogno di approvazione, dolore e persino la paura di assomigliare alle persone dalle quali vorremmo prendere le distanze. Dietro Caino e Abele, i padri e i figli, i fratelli che si amano e si distruggono, rimane una domanda molto semplice: quanto siamo liberi di diventare qualcosa di diverso da ciò che ci è stato consegnato? Zoe Kazan prova a rispondere tornando a Steinbeck senza voler correggere il romanzo e senza cercare di replicare il film di Elia Kazan. La sua Valle dell’Eden guarda al passato, ma trova una propria identità. Ed è forse questo il modo più interessante di adattare ancora una volta un classico: non reinventarlo a tutti i costi, ma trovare un nuovo modo di ascoltarlo.
La forza de La Valle dell’Eden sta proprio nella capacità di tornare a Steinbeck senza cercare di riscriverlo. Zoe Kazan parte da un classico enorme, ne conserva i conflitti, le contraddizioni e soprattutto le domande, scegliendo però di guardare più da vicino personaggi e prospettive che oggi possono assumere un significato diverso. Ne viene fuori una grande saga familiare che parla di eredità, colpa, amore e bisogno di essere riconosciuti, ma soprattutto della possibilità di non essere definiti per sempre da ciò che ci precede.
La Valle dell’Eden è disponibile su Netflix. Ecco il trailer della miniserie:














