A oltre due decenni dall’uscita di 28 Giorni Dopo – film spartiacque che ridefinì l’horror post-apocalittico – Danny Boyle torna dietro la macchina da presa con 28 Anni Dopo, primo capitolo di una nuova trilogia (il secondo è già stato girato, il terzo in sviluppo), e lo fa con una lucidità spiazzante, in grado di fondere il presente con l’estetica del passato. Se il primo film era figlio della paranoia post-11 settembre, questo terzo capitolo è figlio di un mondo post-pandemico, incerto, iperconnesso e perennemente osservato. Non si limita a rievocare: 28 Anni Dopo è un’opera che si reinventa e reinventa il linguaggio stesso del sequel. Grazie ad Eagle Pictures abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Un gruppo di sopravvissuti al virus della rabbia vive su una piccola isola. Quando uno del gruppo lascia l’isola per una missione sulla terraferma, scopre segreti, meraviglie e orrori che hanno mutato stesso gli infetti e i sopravvissuti.

Sotto la superficie del survival horror, 28 Anni Dopo lavora anche come allegoria del post-Brexit, rappresentando un’Inghilterra isolata, diffidente, incapace di ricostruire un’identità comune dopo una frattura storica. Le barriere, fisiche e ideologiche, che dividono i superstiti rispecchiano la disgregazione sociale seguita all’uscita dall’Unione Europea: diffidenza verso l’altro e ritorno al tribalismo. Come spesso accade nel cinema di Boyle, la politica resta sullo sfondo, ma filtra ovunque: nella geografia frammentata dei luoghi, nella paura dell’invasione, nella nostalgia per un passato che non esiste più.

La regia di Boyle, da sempre incline al rischio e all’ibridazione, esplora nuove frontiere visive con una combinazione inedita di camere digitali ad alta definizione e iPhone. L’effetto è quello di una commistione organica tra il reportage, il found footage e il cinema narrativo, dove l’immagine sporca, instabile, amatoriale, diventa veicolo di una verità più intensa di qualsiasi estetica patinata. L’uso di tecnologie “povere” non è una scelta stilistica gratuita, ma coerente con la filosofia di Boyle: restituire l’orrore non come spettacolo, ma come esperienza sensoriale e corporea.

Il contributo di Alex Garland alla sceneggiatura è fondamentale. Come in Ex Machina o Men, l’autore britannico parte da un’idea classica – qui il racconto di formazione – per portarla in un territorio disturbante, perturbante, dove ogni certezza viene smantellata. Al centro della narrazione c’è Spike, un adolescente interpretato con magnetismo da Alfie Williams, attore esordiente e rivelazione assoluta del film. Il suo personaggio non solo deve sopravvivere in un mondo distrutto, ma anche crescere, fare i conti con la perdita, con l’identità, con la violenza e il senso di colpa. È una coming-of-age story travestita da survival horror, e in questo rovesciamento Garland riesce a fare qualcosa di raro: trasformare un arco narrativo archetipico in una riflessione sull’umano, sull’ereditarietà del trauma e sulla necessità di scelta in un mondo dove il futuro non è più garantito.

Accanto a lui, un cast che non sbaglia una nota. Jodie Comer è, come sempre, impressionante nella sua capacità di rendere ogni personaggio vivo, pulsante. Il suo ruolo di madre distante è tra i più complessi del film: figura tragica, sospesa tra la protezione e la disperazione. Aaron Taylor-Johnson, in un ruolo ambiguo e carismatico, porta in scena un sopravvissuto che ha fatto della brutalità la propria religione: una presenza minacciosa eppure affascinante. Infine, Ralph Fiennes nei panni di un ex medico che custodisce una grande verità con un’interpretazione moderata ma come al suo solito elegante e incisiva.

Il rischio maggiore di un sequel, soprattutto dopo tanto tempo, è l’effetto nostalgia o imitazione. Boyle e Garland lo evitano con intelligenza: 28 Anni Dopo non è 28 Giorni Dopo né 28 Settimane Dopo, ma un film che eredita un universo e lo trasforma, aggiornandone estetica, temi e struttura narrativa. Non c’è più spazio per la retorica del ritorno alla normalità. Il film non indulge mai nel facile splatter, ma ogni esplosione di violenza è carica di senso e contesto, come nei momenti in cui la narrazione si dilata nel silenzio, lasciando spazio al vuoto e alla contemplazione. E quando arriva l’azione – e arriva con forza – è un cinema muscolare, sporco, ma sempre leggibile, sempre motivato.

28 Anni Dopo è molto più di un ritorno: è una rinascita. È un horror che pulsa come un dramma esistenziale, è un film d’azione che pensa, è un racconto di formazione che si sporca di sangue e fango per dire qualcosa di profondamente umano. In un panorama affollato di franchise pigri, questa nuova trilogia comincia con un’opera visivamente audace, emotivamente tesa e narrativamente solida. Boyle e Garland ci ricordano che l’apocalisse non è solo fine, ma anche passaggio. E questo film, in fondo, è proprio questo.


28 Anni Dopo arriva al cinema a partire dal 18 giugno con Eagle Pictures. Ecco il trailer italiano del film:

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