Ci sono autori contribuiscono a cambiare il linguaggio televisivo e il modo di trattare le tematiche “calde” in modo preciso e puntuale e Russell T Davies è uno di questi. A quasi trent’anni da Queer as Folk, lo sceneggiatore gallese torna a Manchester e alla comunità LGBTQ+ con Tip Toe, miniserie in cinque episodi diretta da Peter Hoar e disponibile in Italia su HBO Max. Protagonisti sono Alan Cumming e David Morrissey, rispettivamente nei panni di Leo e Clive, affiancati da un cast che comprende: Joseph Mawle, Charlie Condou, Ellie-Mae Siame, Amirah M. Falzon-Ojo. Davies e Hoar tornano così a lavorare insieme dopo It’s a Sin, questa volta scegliendo la struttura del thriller per interrogarsi sul presente e sul riemergere di un’intolleranza che sembrava, almeno in parte, essere stata relegata al passato.

Leo è un uomo gay, brillante ed esuberante, proprietario dello Spit & Polish, locale nel Gay Village di Manchester. Da quasi quindici anni vive accanto a Clive, elettricista, marito e padre di due figli adolescenti. Una convivenza di vicinato apparentemente ordinaria, destinata però a incrinarsi quando piccoli attriti, parole e gesti iniziano ad assumere un peso diverso. Mentre il clima sociale intorno a loro diventa sempre più teso e determinate opinioni si radicalizzano, la distanza tra i due uomini cresce fino a trasformare due vicini di casa in nemici.

Davies è stato uno degli sceneggiatori che più hanno contribuito a spostare i personaggi queer dalla periferia al centro della serialità, raccontandoli non come semplici strumenti narrativi o rappresentanti di una categoria, ma come individui contraddittori, sessuali, imperfetti e vivi. La stessa BAFTA ha dedicato parte della propria retrospettiva sulla sua carriera all’evoluzione della rappresentazione LGBTQ+ nel suo lavoro. Quando Queer as Folk arrivò su Channel 4 nel 1999, Davies portò sul piccolo schermo la vita di un gruppo di uomini gay nella Manchester di Canal Street con una frontalità che contribuì a rendere la serie uno dei titoli più significativi della rappresentazione queer televisiva britannica. Da quel momento Davies ha continuato a interrogarsi sull’identità queer attraverso opere molto differenti. Cucumber e Banana avrebbero esplorano generazioni, desideri e contraddizioni della comunità gay contemporanea; Years and Years inserisce la sessualità e l’identità all’interno di un racconto molto più vasto sulla progressiva radicalizzazione della società occidentale; mentre It’s a Sin è il punto più devastante di questo percorso, raccontando la crisi dell’HIV/AIDS degli anni Ottanta attraverso le vite quotidiane di un gruppo di ragazzi.

Con Tip Toe, Davies torna a Manchester, torna nel Gay Village e torna idealmente negli stessi luoghi nei quali aveva contribuito a ridefinire la rappresentazione LGBTQ+ televisiva. Ma quasi trent’anni dopo il contesto è profondamente diverso. Non c’è più soltanto la necessità di conquistare uno spazio sullo schermo: c’è la paura che quello spazio, sociale prima ancora che televisivo, possa restringersi nuovamente. In Tip Toe, Davies non racconta l’intolleranza come qualcosa che improvvisamente esplode, ma come qualcosa che avanza lentamente. Un cambiamento del linguaggio, una battuta innocua, un’opinione che fino a poco tempo prima sarebbe stata considerata inaccettabile e che improvvisamente diventa discutibile, poi pronunciabile e infine normale. Ed è nel titolo che si nasconde la chiave dell’intera operazione: Tip Toe, camminare in punta di piedi. Non più entrare in una stanza facendo rumore, ma muoversi lentamente, cercando di non essere visti. Un’immagine semplicissima che Davies trasforma nella metafora di una comunità che, dopo aver combattuto per decenni per poter esistere apertamente, comincia nuovamente a chiedersi quanto sia sicuro farsi vedere.

Russell T Davies non costruisce la serie attorno alla domanda su come finirà questa storia, perché sceglie di mostrarcene immediatamente l’esito tragico. Prima ancora di conoscere davvero Leo, Clive e le persone che gravitano intorno alle loro vite, sappiamo che qualcosa di irreparabile sta per accadere. Da quel momento l’intera miniserie diventa un lungo percorso verso una destinazione già scritta. Per cinque episodi assistiamo infatti agli eventi con una speranza quasi irrazionale: quella che qualcosa possa cambiare. Che una parola non venga pronunciata, che una provocazione venga ignorata, che qualcuno riesca a fermarsi un istante prima di compiere una scelta decisiva. Sappiamo perfettamente che non accadrà, perché Davies ci ha già mostrato il punto di arrivo, eppure continuiamo a sperarlo. È un meccanismo che trasforma anche le sequenze più innocue in momenti attraversati da una forte tensione nascosta.

La serie riesce a passare dall’ironia al dramma senza che i due registri sembrino mai realmente separati. Davies utilizza l’umorismo non per alleggerire il racconto, ma perché fa parte della quotidianità dei suoi personaggi: si scherza, si beve, si fa sesso, si litiga per questioni insignificanti e si continua a vivere mentre, sotto la superficie, qualcosa sta precipitando. Persino l’inizio della vicenda possiede i contorni della commedia. Leo che si ritrova nudo fuori casa dopo aver inseguito un uomo con cui ha trascorso la notte potrebbe appartenere senza difficoltà a una puntata di Queer as Folk. Il cortocircuito nasce dal fatto che noi spettatori abbiamo già visto ciò che accadrà soltanto pochi giorni dopo. Davies può quindi permettersi di farci ridere mentre contemporaneamente ci ricorda, anche senza mostrarlo, che stiamo assistendo all’inizio di una tragedia.

Per questo, pur condividendo inevitabilmente qualcosa con It’s a Sin, Tip Toe sembra avvicinarsi molto di più alla scrittura di Queer as Folk e Years and Years. Della prima recupera la vitalità, l’irriverenza e soprattutto una Manchester queer raccontata come luogo reale, della seconda ritrova invece quella capacità di osservare una società sull’orlo del precipizio partendo dalla normalità delle persone che la abitano. Come accadeva in Years and Years, la catastrofe non arriva improvvisamente: cresce intorno ai protagonisti mentre loro continuano a lavorare, discutere, innamorarsi, preoccuparsi dei soldi e affrontare problemi familiari. It’s a Sin partiva invece da una tragedia storica che lo spettatore conosceva già e raccontava soprattutto le persone travolte da essa. In Tip Toe il movimento è differente. Davies costruisce la tragedia davanti ai nostri occhi. La lascia sedimentare nei dialoghi, nelle frustrazioni personali e nelle tensioni sociali, fino a rendere progressivamente plausibile qualcosa che inizialmente appariva inconcepibile.

Tip Toe è allora una serie sull’omofobia, certamente, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa definizione. Nei suoi cinque episodi l’autore accumula mascolinità tossica, omosessualità, coming out e outing, transfobia, politica, estremismo, conflitto generazionale e familiare, senza trattarli come argomenti indipendenti. Al contrario, li lascia collidere tra loro, perché ciò che gli interessa non è costruire un elenco delle discriminazioni, quanto mostrare il terreno comune sul quale queste possono crescere.

Essere gay è politico, essere trans è politico, dichiarare la propria identità lo è, ma lo diventa persino il semplice tentativo di vivere senza trasformarsi nel portavoce di qualcosa. La mascolinità tossica diventa uno dei fili più sottili ma persistenti del racconto. Non riguarda esclusivamente l’uomo apertamente omofobo, né viene utilizzata da Davies per costruire un’opposizione tra uomini eterosessuali repressivi e comunità queer libera da qualsiasi condizionamento. È qualcosa di molto più pervasivo. Attraversa il rapporto con il sesso, l’incapacità di mostrare vulnerabilità, la necessità di affermare continuamente il proprio ruolo e soprattutto l’impossibilità di ammettere paura, solitudine e fallimento.

Per questo Tip Toe parla moltissimo di uomini che non riescono a dirsi ciò che provano. Alcuni gridano, altri provocano, altri ancora trasformano la sessualità in una performance, ma dietro comportamenti diversissimi emerge continuamente la difficoltà di mostrarsi vulnerabili. È proprio nell’incomunicabilità che Davies trova uno dei motori più dolorosi della tragedia. Nelle famiglie come nelle comunità, ciò che non viene detto non scompare: sedimenta, cambia forma e, quando finalmente emerge, spesso lo fa nel modo peggiore possibile.

Coming out e outing diventano due facce opposte dello stesso problema: chi possiede il diritto di raccontare l’identità di qualcuno? Da una parte esiste la conquista storica della possibilità di dichiararsi apertamente; dall’altra la serie ricorda quanto quella dichiarazione continui a poter avere conseguenze concrete e quanto possa diventare violenta quando viene sottratta alla volontà dell’individuo. Davies racconta una comunità che per decenni ha combattuto per smettere di camminare in punta di piedi e che oggi sembra costretta a domandarsi se non debba ricominciare a farlo. L’odio raccontato da Tip Toe non è astratto. Non è quello facilmente riconoscibile del villain che entra in scena dicendo ciò che pensa. È odio vero, e proprio per questo molto più inquietante: quello che nasce da un pregiudizio, trova una giustificazione, viene confermato da ciò che si legge online e progressivamente smette di essere percepito come odio da chi lo prova. L’estremismo non nasce necessariamente ai margini della società: può svilupparsi dentro una casa normalissima, davanti allo schermo di un telefono, all’interno di una famiglia incapace di comunicare. La serie racconta la radicalizzazione come un processo intimo prima ancora che politico. Clive, in particolare, non viene costruito come un mostro estraneo alla società, ma come un uomo che progressivamente trova all’esterno parole capaci di dare una forma alle proprie frustrazioni.

L’intolleranza però non esiste soltanto tra un ipotetico “noi” e “loro”. Può annidarsi anche all’interno dello stesso gruppo, tra generazioni diverse, tra gay e persone trans, tra chi ha combattuto determinate battaglie e chi ritiene che quelle battaglie siano cambiate. La discriminazione può riprodursi anche negli spazi costruiti per combatterla.

Infine Tip Toe si pone la domanda più inquietante. Stiamo davvero tornando indietro oppure non siamo mai andati avanti quanto credevamo? Davies non sembra offrire una risposta precisa. I diritti conquistati, la maggiore rappresentazione e la possibilità di vivere apertamente hanno prodotto cambiamenti reali, ma non hanno necessariamente eliminato l’odio che li aveva resi necessari. In alcuni casi lo hanno semplicemente costretto a cambiare linguaggio.

Se la scrittura rappresenta il centro di Tip Toe, la messa in scena di Peter Hoar è ciò che permette alle parole di Russell T Davies di trovare una forma altrettanto potente. La miniserie possiede infatti una capacità non comune di muoversi tra registri apparentemente lontani, passando da un’estetica vivace, colorata e dichiaratamente pop a una televisione d’autore molto più cupa e controllata. All’inizio c’è Manchester, c’è Canal Street, ci sono i locali, il sesso, la musica, le luci e quella vitalità queer che Davies ha sempre saputo raccontare senza trasformarla in semplice decorazione. È un mondo rumoroso, esagerato e orgogliosamente visibile, che la regia di Hoar asseconda attraverso una messa in scena energica. Poi qualcosa si spegne. Gli spazi domestici acquistano un peso maggiore, le distanze tra i personaggi sembrano dilatarsi e ciò che inizialmente appariva familiare comincia a diventare minaccioso.  Anche la colonna sonora partecipa attivamente a questo movimento. Brani di artisti come Billie Eilish e Sam Smith accompagnano una serie profondamente contemporanea, capace di utilizzare il pop non soltanto per collocare temporalmente la vicenda, ma per raccontarne emozioni, identità e contraddizioni.

Davies costruisce un racconto corale nel quale praticamente nessuno sembra esistere soltanto per permettere alla trama di avanzare. È un risultato tutt’altro che scontato per una miniserie di appena cinque episodi, soprattutto considerando la quantità di temi e figure che attraversano la storia. Alan Cumming trova in Leo un personaggio perfetto per la propria presenza scenica: esuberante, ironico e sfacciato, ma attraversato da una vulnerabilità che emerge senza mai cancellarne la vitalità. David Morrissey compie un lavoro forse ancora più ingrato con Clive, perché deve rendere credibile un uomo nel quale frustrazione privata, incapacità comunicativa e radicalizzazione finiscono per alimentarsi a vicenda. L’intero cast lavora con una precisione impressionante, anche nei ruoli meno centrali, e contribuisce a quella sensazione di comunità che permette alla tragedia finale di assumere un peso molto maggiore.

Tip Toe racconta una tragedia annunciata e sceglie di mostrarcene immediatamente la fine perché ciò che interessa a Russell T Davies non è scoprire cosa accadrà, ma costringerci a osservare come siamo riusciti ad arrivarci. A quasi trent’anni da Queer as Folk, Davies torna negli stessi luoghi per scoprire un mondo che avrebbe dovuto essere profondamente diverso. E lo è. Ma forse non quanto avremmo voluto credere. È questa consapevolezza a rendere Tip Toe così dolorosamente contemporanea. Il titolo finisce allora per assumere un significato paradossale. Perché il mondo raccontato da Davies non sta tornando indietro in punta di piedi. Lo sta facendo davanti ai nostri occhi, facendo rumore.


Tip Toe è disponibile su HBO Max. Ecco il trailer della miniserie:

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