In un’epoca in cui i drammi sociali e familiari sono spesso consumati e dimenticati in fretta, Adolescence emerge come una miniserie in grado di scavare profondamente nelle radici della violenza giovanile, mostrandone non solo le cause immediate ma anche le conseguenze a lungo termine su famiglie e individui. Rilasciata su Netflix il 13 marzo, questa serie è un’analisi impietosa del malessere adolescenziale, del fallimento delle istituzioni, della solitudine e della cultura che spesso alimenta e amplifica la rabbia giovanile. Diretta da Philip Barantini, già noto per il suo lavoro con il film Boiling Point, la miniserie si distingue per l’utilizzo del piano sequenza, una tecnica che non solo definisce il ritmo narrativo, ma diventa essa stessa una metafora della claustrofobia e della tensione che permeano ogni scena. Insieme a Stephen Graham, attore e co-autore della serie, e Jack Thorne, sceneggiatore di Toxic Town, Adolescence esplora, attraverso quattro episodi, le pieghe della fragilità maschile e delle dinamiche familiari distrutte, con un focus particolare sulla crescente diffusione della cultura incel e del cyberbullismo. Abbiamo visto la serie e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Una famiglia precipita in un incubo quando il figlio tredicenne viene arrestato per l’omicidio di una sua compagna di scuola
L’uso del piano sequenza in Adolescence non è una scelta stilistica casuale, ma una decisione narrativa estremamente precisa. La regia di Philip Barantini, che aveva già adottato questa tecnica con grande efficacia nel film Boiling Point, qui viene portata su un livello ancora più intimo e angustiante. Il piano sequenza è un viaggio ininterrotto nella mente dei personaggi, un’esperienza in cui lo spettatore è forzato a seguire ogni momento senza poter distogliere lo sguardo. Ogni episodio della serie è strutturato come un lungo flusso continuo, dove non ci sono stacchi o intervalli che consentono una riflessione tranquilla. La macchina da presa si muove senza sosta, seguendo da vicino i protagonisti nelle loro case, nelle scuole, nei commissariati. Questa scelta, che potrebbe sembrare una sfida estetica, si rivela in realtà un mezzo per aumentare la claustrofobia. Non c’è mai una via di fuga emotiva per lo spettatore che è costretto ad assorbire ogni piccolo dettaglio senza la possibilità di distaccarsi dalla situazione. Il respiro dei personaggi, le loro esitazioni, i loro silenzi, tutto diventa un peso che grava su chi guarda, creando una tensione che si accumula inesorabilmente. Il lavoro richiesto per girare in piano sequenza è estenuante. Mesi di prove, riprese che avvenivano due volte al giorno, e continue modifiche per garantire che ogni scena fosse perfetta. Alcuni incidenti sul set hanno anche prolungato le riprese, ma questo lungo processo ha dato vita a un prodotto che sembra quasi vivo, pulsante.
Uno dei temi centrali in Adolescence è la crescente diffusione della cultura incel, che rappresenta una delle manifestazioni più pericolose della solitudine adolescenziale nel mondo moderno. Il termine incel (da involuntary celibate, celibe involontario) descrive un movimento maschile che si nutre di rancore e misoginia, frutto della convinzione che una grande parte degli uomini sia destinata all’insuccesso nelle relazioni con le donne, le quali, secondo loro, preferiscono il 20% degli uomini attraenti, lasciando gli altri in uno stato di frustrazione insopportabile. In Adolescence, questa ideologia viene esplorata attraverso il personaggio di Jamie – il giovane protagonista nonché accusato di omicidio – il quale, fin dall’inizio, appare come un ragazzo del tutto ordinario. Tuttavia, nel corso della serie, il suo malessere interiore si svela progressivamente, e il suo modo di vedere il mondo diventa sempre più influenzato da queste convinzioni pericolose. Durante un incontro con una psicologa, Jamie esprime apertamente la sua visione del mondo con una frase che racchiude tutta la sua rabbia e il suo risentimento:
“L’80% delle donne va solo con il 20% degli uomini. Gli altri sfigati non li guardano neanche e questo le rende delle stronze.”
Questa frase, che potrebbe sembrare solo una battuta sconnessa, è un sintomo di un disagio profondo che alimenta un ciclo di odio e violenza. Jamie non si rende conto che quello che sta dicendo è il frutto di una visione distorta della realtà, che gli è stata instillata da forum online e ambienti virtuali dove la misoginia è la norma e le relazioni vengono viste esclusivamente come un gioco di potere.
Ogni episodio di Adolescence è un pezzo del puzzle, un frammento che offre uno spunto diverso sulla tragedia. La serie si struttura in quattro episodi, ognuno dei quali affronta un punto di vista differente. Nel primo episodio, l’arresto di Jamie è la scintilla che dà il via all’intero dramma. Il ragazzo viene catturato nella sua casa, sotto lo sguardo impotente dei genitori e della sorella. L’episodio si concentra sull’incredulità della famiglia e sul primo, violento confronto con la giustizia. La macchina da presa, sempre in piano sequenza, ci immerge nella confusione e nel dolore di un padre che fatica a comprendere la realtà di ciò che sta accadendo. Nel secondo episodio, l’attenzione si sposta sulla scuola, dove si svolge una vera e propria indagine sul contesto in cui Jamie è cresciuto. Viene messo in luce un ambiente educativo dove la violenza verbale e psicologica è la norma, e dove nessuno sembra davvero avere il coraggio di affrontare i comportamenti tossici degli studenti. I professori, incapaci di gestire la situazione, si rivelano succubi delle dinamiche di potere che dominano l’ambiente scolastico. Il terzo episodio è quello in cui la psicologa entra in gioco, cercando di fare luce sulla mente di Jamie. L’incontro tra loro rivela l’influenza devastante della cultura incel e la misoginia che si nasconde dietro la superficie di un ragazzo che, in realtà, è vulnerabile e perso. Nel quarto episodio, a distanza di un anno, vediamo una famiglia che tenta di riattaccare i pezzi e tornare alla normalità. L’assenza di Jamie dalla casa familiare è il simbolo di un legame che non potrà mai essere ricostruito.
Ad impreziosire ancora di più Adolescence è senza dubbio il suo cast, capace di restituire con una profondità straordinaria il dramma interiore dei personaggi. Al centro della narrazione Stephen Graham, un attore che negli anni ha costruito una carriera su interpretazioni di uomini duri, figure carismatiche e spesso violente, che impongono la propria presenza attraverso la forza e l’aggressività. Qui, però, Graham compie una trasformazione radicale, spogliandosi completamente della sua abituale maschera di durezza per mostrare il volto vulnerabile di un padre che ha perso ogni punto di riferimento. Il suo personaggio è un uomo spezzato, devastato non solo dalla tragedia che ha colpito la sua famiglia, ma anche dal senso di colpa che lo divora lentamente. La sua recitazione è fatta di piccole sfumature, di lunghi silenzi, di occhi che vagano nel vuoto, alla ricerca di risposte che non arriveranno mai. È un ritratto di fragilità maschile rara e potentissima, che ci ricorda come anche gli uomini cresciuti in una società che li vuole forti e impenetrabili possano crollare di fronte a una realtà che li travolge. Ma se Graham è una certezza assoluta, la vera rivelazione è Owen Cooper, un giovane attore esordiente che riesce a offrire una delle performance più intense e disturbanti viste negli ultimi anni. Cooper, che prima di questa miniserie non aveva mai recitato né al cinema né in teatro, porta sullo schermo un Jamie sfaccettato, complesso, assolutamente credibile nel suo essere un ragazzo comune e al tempo stesso spaventosamente alienato. Jamie non è un villain stereotipato, non è un mostro da cui prendere le distanze con facilità: è un ragazzo che, in un mondo diverso, avrebbe potuto avere una vita normale. E questa è la parte più inquietante della sua interpretazione. Non è un caso che Emerald Fennell lo abbia già scelto come giovane protagonista del suo prossimo adattamento di Cime Tempestose nei panni del giovane Heathcliff.
Adolescence si preoccupa di approfondire il passato dei personaggi o di immaginare un futuro per loro. La serie si concentra esclusivamente sulle conseguenze immediatamente tangibili di una tragedia, lasciando che il vuoto creato dalla violenza rimanga sospeso nel tempo. La vittima dell’aggressione, pur essendo centrale nel contesto, resta volutamente sullo sfondo, non per minimizzare il suo dolore, ma perché la serie è un’indagine sulle cicatrici che la violenza lascia nelle famiglie, piuttosto che un resoconto della violenza stessa. Concludere Adolescence significa confrontarsi con domande difficili: come siamo arrivati a questo punto? Come è possibile che un ragazzo che sembrava “normale” si sia trasformato in un mostro agli occhi della sua stessa famiglia? Qual è il ruolo delle scuole, dei genitori, delle istituzioni in tutto ciò? La serie è una riflessione profonda sulla difficoltà di essere genitori oggi, sull’incapacità di comunicare con i figli in un’epoca dove il mondo online sembra sempre più un campo minato. Le scuole, troppo spesso incapaci di affrontare i problemi reali, diventano luoghi di frustrazione e violenza. E internet, se non monitorato, si trasforma in un incubatore di ideologie dannose, che non fanno altro che acutizzare il malessere giovanile.
Adolescence è molto più di una semplice miniserie: è un viaggio inquietante e doloroso nelle ombre della società contemporanea, un’opera che scruta senza filtri le radici della violenza giovanile, l’isolamento emotivo delle nuove generazioni e l’incapacità degli adulti di comprendere e prevenire certe derive. La regia ipnotica di Philip Barantini, con i suoi soffocanti piani sequenza, trascina lo spettatore in una spirale di tensione crescente, mentre il cast – guidato da un eccezionale Stephen Graham e dal sorprendente ed esordiente Owen Cooper – regala interpretazioni di rara intensità. La serie non offre risposte semplici né redenzioni forzate: il suo obiettivo non è giustificare o condannare, ma osservare, analizzare, scavare nelle ferite di una famiglia distrutta, di un sistema educativo fallimentare e di una cultura tossica che si nutre di odio e frustrazione. Adolescence è uno specchio impietoso dei nostri tempi, un monito sulla pericolosità di certe narrazioni online, sulla fragilità della mascolinità contemporanea e sul dolore di chi si sente escluso dal mondo.
Adolescence è disponibile su Netflix. Ecco il trailer italiano della serie:















