Nel corso degli ultimi anni il fenomeno delle Backrooms è passato dall’essere una creepypasta virale a uno degli immaginari horror più riconoscibili della cultura internet. Un passaggio inevitabilmente destinato ad attirare l’attenzione di Hollywood e, soprattutto, di A24, che affida il progetto al suo stesso creatore: Kane Parsons, autore della celebre serie horror pubblicata su YouTube e oggi il più giovane regista nella storia della casa di produzione americana. Distribuito nelle sale italiane dal 27 maggio da I Wonder Pictures, Backrooms arriva al cinema accompagnato da un’attesa enorme. Accanto alla regia di Parsons un cast composto da: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve e Mark Duplass. Grazie ad I Wonder Pictures abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

La storia segue una terapista incaricata di indagare sulla misteriosa scomparsa di un paziente, svanito dopo aver scoperto un passaggio nascosto all’interno di uno showroom di mobili. Quella che inizialmente sembra un’anomalia inspiegabile si trasforma presto in un viaggio dentro le Backrooms: un labirinto infinito di corridoi, spazi vuoti e geometrie impossibili dove il confine tra realtà, percezione e incubo sembra dissolversi progressivamente.

Per comprendere Backrooms bisogna prima tornare alle origini di uno dei fenomeni horror più singolari emersi dalla cultura internet contemporanea. Prima del film le Backrooms erano poco più di un’immagine condivisa online: un ufficio, un corridoio anonimo, illuminato da neon malfunzionanti con pareti giallastre. Un luogo banalissimo eppure inspiegabilmente disturbante, capace di trasformarsi nel simbolo perfetto della cosiddetta “liminal horror”, quell’orrore creato dalla sensazione di trovarsi in uno spazio sospeso, vuoto, alienante. Da quell’immagine nasce il concetto del “noclip” dalla realtà, ovvero poter accidentalmente uscire dal mondo reale per ritrovarsi intrappolati in un labirinto infinito di ambienti impossibili che nel giro di pochi anni si è espanso attraverso forum, videogiochi, video amatoriali.

Il vero salto di qualità arriva però nel 2022, quando Kane Parsons, online Kane Pixels, pubblica su YouTube The Backrooms (Found Footage). Un cortometraggio di pochi minuti che trasforma una semplice creepypasta in un’esperienza sorprendentemente sofisticata. Girato e realizzato quasi interamente in autonomia, il video colpisce per la qualità della messa in scena, per l’utilizzo della CGI e soprattutto per la capacità di costruire tensione attraverso il vuoto, il silenzio e la percezione costante di uno spazio “sbagliato”. Nei mesi successivi Parsons amplia il suo universo narrativo attraverso nuovi cortometraggi e video, consolidando un’estetica che mescola analog horror, found footage e suggestioni da archivio VHS deteriorato.

Non sorprende quindi che Hollywood abbia deciso di mettere rapidamente le mani sul fenomeno. A24, da sempre attenta agli autori emergenti e alle nuove forme dell’horror contemporaneo, sceglie infatti di affidare direttamente a Parsons la regia dell’adattamento cinematografico, rendendolo il più giovane regista nella storia della casa di produzione. Una scelta che racconta molto anche dell’attuale panorama cinematografico, sempre più interessato a intercettare fenomeni nati sul web e creator capaci di costruire comunità e immaginari ben prima dell’intervento dell’industria cinematografica. L’attesa attorno a Backrooms, del resto, era enorme già mesi prima dell’uscita. Con teaser virali e discussioni online, il film si è rapidamente trasformato in uno degli horror più curiosi dell’anno, con le prime stime americane che parlano di un debutto potenzialmente tra i migliori nella storia recente della casa di produzione. Un risultato impressionante, soprattutto considerando come tutto abbia avuto origine da un cortometraggio pubblicato gratuitamente su YouTube da un adolescente armato soltanto di software 3D.

Ma è qui che Backrooms comincia a mostrare i suoi limiti. Perché se dal punto di vista visivo il film conferma indubbiamente il talento di Kane Parsons, sul piano narrativo l’operazione fatica invece a trovare una direzione. Un problema che, in realtà, non sorprende del tutto. Le Backrooms, per loro stessa natura, sono un concetto sfuggente. Nascono come esperienza sensoriale prima ancora che narrativa: un’idea astratta, criptica, costruita sull’assenza di spiegazioni e sulla paura dell’inconoscibile. Trasformare quel vuoto in una struttura cinematografica richiedeva quindi un equilibrio estremamente delicato. Parsons tenta infatti di ampliare il materiale originale caricandolo di significati e sottotesti, ma finisce per inserire una quantità eccessiva di temi che raramente riescono a dialogare tra loro. Backrooms parla continuamente di perdita dell’identità, di dissoluzione dell’io all’interno di spazi impersonali e infiniti, ma accenna anche alla violenza domestica, alla salute mentale, al trauma e persino al capitalismo contemporaneo.

Particolarmente evidente è il modo in cui il film utilizza il centro commerciale come simbolo. Gli enormi spazi vuoti delle Backrooms richiamano infatti direttamente l’architettura consumistica americana: showroom deserti, corridoi replicati all’infinito, insegne impersonali e ambienti pensati per essere attraversati più che vissuti. Parsons sembra voler trasformare questi luoghi in metafora di un capitalismo completamente svuotato di funzione umana, dove lo spazio commerciale sopravvive anche dopo la scomparsa delle persone. Un’intuizione affascinante, che richiama certe riflessioni sul “non luogo” contemporaneo e sull’alienazione prodotta dagli ambienti costruiti per il consumo di massa. Tuttavia il film si limita quasi sempre a suggerire queste idee senza mai approfondirle davvero, lasciandole sospese come frammenti sparsi lungo il percorso. Lo stesso discorso vale per il concetto di “soglia”, centrale nell’immaginario delle Backrooms. Il film lavora continuamente sull’idea del passaggio: porte nascoste, corridoi che sembrano condurre fuori dalla realtà, ambienti che esistono tra un luogo e l’altro. In termini filosofici la Backroom diventa uno spazio liminale, una zona di transizione dove le regole del mondo reale cessano di avere significato e l’identità stessa dei personaggi si sgretola.

L’inquietudine originaria delle Backrooms non nasceva semplicemente dai corridoi vuoti o dagli spazi liminali, ma soprattutto da una sensazione molto più sottile e difficile da tradurre: quella di essere costantemente osservati da qualcosa che non si riesce mai davvero a vedere. L’orrore funzionava proprio grazie all’assenza. L’idea di trovarsi in un “non luogo”, fuori dal tempo e dalla realtà, diventava terrificante non tanto per ciò che mostrava, ma per ciò che lasciava intuire ai margini dell’inquadratura. Kane Parsons, nei suoi cortometraggi originali, aveva compreso molto bene questo meccanismo. I suoi video funzionavano perché lasciavano lo spettatore in uno stato di tensione, sfruttando il vuoto, il silenzio e l’incertezza come veri strumenti narrativi. Il mostro non era realmente il centro dell’esperienza ma il film finisce per tradire quell’equilibrio. Nel tentativo di costruire una dimensione più cinematografica e spettacolare, Backrooms sceglie di dare una forma concreta alla minaccia, trasformando l’ignoto in qualcosa di esplicito. Paradossalmente, il film è più efficace nei suoi momenti di vuoto assoluto: quando la macchina da presa si limita a seguire corridoi deserti, neon tremolanti e ambienti silenziosi che sembrano estendersi all’infinito. È lì che riemerge davvero la paura delle Backrooms.

Backrooms resta un film profondamente diviso tra intuizione e sviluppo, tra immaginario e racconto. Da un lato c’è il talento evidente di Kane Parsons, autore capace di costruire atmosfere disturbanti e di portare nel cinema mainstream un’estetica horror nata direttamente dalla cultura internet contemporanea. Dall’altro lato, però, il film sembra continuamente schiacciato dal peso delle proprie ambizioni narrative e soprattutto, nel momento in cui decide di trasformare l’ignoto in qualcosa di concreto e spiegato, Backrooms perde gran parte della sua identità più inquietante. Un film interessante da osservare per ciò che rappresenta ma meno convincente come esperienza narrativa autonoma.


Backrooms di Kane Parsons arriva al cinema a partire dal 27 maggio con I Wonder Pictures. Ecco il trailer del film:

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