Una Serie di Sfortunati Eventi, secondo tentativo

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Il perchè del titolo è piuttosto palese. Già in Una Serie di Sfortunati Eventi del 2004 abbiamo avuto il film che bene o male tutti ricordano, alla regia c’era un nostalgico e Burtoniano Brad Silberling, lo stesso regista che portò sul grande schermo il fantasmino Casper, un reduce del gotico anni’80-90 for kids come Beetlejuice e Nightmare Before Christmas. Purtroppo o per fortuna i tempi cambiano, quel film è stato probabilmente il Canto del Cigno dello stile goth. Ma Daniel Handler a.k.a. Lemony Snicket ha appreso dagli errori, ha atteso che i tempi fossero maturi per riprovare, stavolta cambiando pelle, formato e supporto mediatico alla sua catena di romanzi per ragazzi e si è lanciato alla conquista del mercato dell’intrattenimento visivo attraverso la piattaforma più amata dal pubblico e dal sottoscritto, Netflix. Ci riuscirà? “Nebuloso il futuro di questa serie è“, [Yoda. Semicit.]

sfortunati eventi
La somiglianza con Warburton è disarmante.

Ma andiamo per ordine. Stavolta Handler (foto a sinistra) ha un progetto più ordinato, le 8 puntate, divise in 4 blocchi da due puntate ognuno, ripercorrono i primi 4 libri della saga letteraria, The Bad Beginning, The Reptile Room, The Wide Window e The Miserable Mill, ancora non abbiamo nulla di certo ma i rumor presuppongono a logica che la serie avrà un totale di tre stagioni per coprire tutti i 13 libri originali. La ricetta del telefilm è chiara fin da subito: prendete le teste di Tim Burton e Wes Anderson, e sbattetele ripetutamente tra loro. Versate il risultato di questa operazione in un recipiente, aggiungete il dark humour di Lemony Snicket, una veste anni ’50 e una necessaria vena di grottesco che estremizza il tiro nei punti giusti, questo è A Series Of Unfortunate Events.

Lemony Snicket, l’avatar dell’autore nel libro, narratore onniscente e personaggio coinvolto nella trama, percorre ed introduce i momenti critici dell’intreccio, giovando alla suspance e rendendo più dinamica la narrazione, con flashback ad esempio, o con la spiegazione di eventi simultanei, il che risulta l’elemento più apprezzabile della serie. Oltretutto gli interventi del personaggio interpretato da Patrick Warburton con la sua voce profonda e pacata e i suoi toni ben più seriosi e gloomy spezzano e creano un distacco dalla saturazione comica e cromatica degli eventi che accadono ai protagonisti della serie, i fratelli Baudelaire, well done Netflix.

Lo svolgimento della storia prosegue in modo lineare, la singola puntata offre molti elementi da osservare per cercare di anticipare gli eventi della serie, alcuni palesi altri meno, marimanendo di facile visione, e la struttura a macrocapitoli della serie agevola l’intrattenimento dello spettatore, che anche in bingewatching si ritrova ogni due episodi a resettare quello che aveva imparato per apprendere elementi nuovi, mentre la trama complessiva si dipana pian piano lungo tutto lo show. Questa distribuzione degli episodi però ha anche i suoi difetti: la struttura degli episodi è sempre la stessa, con gli stessi tempi e lo stesso ritmo, alla fine del quinto episodio mi si sono staccate le braccia facendo un sonoro tonfo sul pavimento. Il leggero cambio di struttura nel quarto capitolo mi ha tirato su il morale, ma è un difetto evidente che rimane al momento un fattore intrinseco della serie.

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Qui parte il primo confronto con il film, che è l’obiettivo finale di quest’articolo. Con i Baudelaire ho avuto un rapporto conflittuale, nonostante il risultato finale sia a conti fatti positivo. Rispetto alla pellicola del 2004, in cui a parte la faccia da bambolina di porcellana di Emily Browning non si salvava nulla -men che meno il ragazzino che interpreta Klaus Baudelaire, grazie a Dio è scomparso dal mondo della recitazione-, questi personaggi risultano mille volte più tridimensionali, complici principalmente il minutaggio maggiore (duh) ma soprattutto l’interpretazione degli attori, che ho apprezzato molto e che sono riusciti a rendere evidente il fatto di essere gli unici personaggi reali in un mondo di adulti pittoreschi ed assurdi, la base fondante anche sulle opere letterarie. Quello che non capisco è perché per Handler è stato così necessario scegliere un’attrice identica alla Browning del film, è impossibile non fare paragoni dal primo minuto, sebbene Malina Weissman sia più capace in termini di recitazione, ma soprattutto, PERCHE’ prendere una bimba ancora più piccola per interpretare Sunny se poi devi mantenerle la testa dritta in CGI per tutta la serie? Per non parlare delle scene in cui lei rosicchia tutto! Se non si fosse capito, ho un problema con i bambini in CGI, odio ogni singolo spot in cui c’è un bambino che canta o balla grazie alla computer grafica. Mi fanno senso. Ma questa è un’altra storia, torniamo a bomba.

 

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Trovata su facebook, Addio.

Arriviamo ora all’argomento più scottante. Il Conte Olaf.
Con due prodotti differenti come il film e la serie tv è in realtà molto difficile rapportare i due, e mettere sullo stesso piano un attore stranavigato, Jim Carrey, e uno ancora all’alba della sua carriera, Neil Patrick Harris, sarebbe impietoso nonchè inesatto. Entrambi sono stati all’altezza del compito all’interno della rispettiva trasposizione, il primo in un ambiente goth Burtoniano, il secondo nella versione più colorata e commediata, ed entrambi sono stati la punta di diamante del coro. Personalmente ho preferito Jim, ma è un attore della mia infanzia e non ho mai visto How I Met Your Mother, quindi il mio giudizio non può che essere soggettivo.

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YOU MAKE COUNT OLAF CRY.

La domanda con cui concludo la mia disamina è: perché? Il mio dubbio non è tanto sulla necessità di questa serie quando esisteva già un film, ma su quanto possa essere efficace una serie su cui Netflix sta puntando tantissimo ma che ne esce ammaccata (oltretutto i primi tre capitoli della serie sono la stessa trama che abbiamo già visto nella pellicola con Carrey, il mio consiglio se non avete visto il film è di non guardarlo a breve distanza dal telefilm, lo trovereste estremamente ridondante e noioso). Se l’obiettivo del film era quello di creare una nuova saga fantasy young adult alla stregua di Harry Potter, è ovvio che non ci siano riusciti, soprattutto per il formato cinematografico, che per gli stili di allora non si prestava a contenuti leggeri che somigliassero a quelli del libro. Ma onestamente vedo delle difficoltà anche nel formato dello show televisivo, il ritmo è sempre blando e costante e la struttura è troppo ciclica, sembra quasi di trovarsi davanti ad un procedurale. In sostanza, questa saga ha dato già il massimo sottoforma di libri, e fa difficoltà ad arrivare sullo schermo in modo altrettanto pregno. Sono sicuro che l’anima di questa serie si esprimerà al 100% dalla prossima stagione, quando si andrà su capitoli inediti della saga e si potrà valutare meglio il tutto senza confronti, che al momento sono invece inevitabili. Rimangono comunque parecchi motivi per cui guardare Una Serie Di Sfortunati Eventi, specie se siete appassionati di commedie grottesche e amate lo stile visivo di Anderson e Burton, ma sappiate che molto probabilmente vi lascerà l’amaro in bocca, almeno fino a che non avremo una seconda stagione.