[SPOILER ALERT: Visti i risvolti narrativi dello scorso episodio, profondamente legati alla trama di questa ottava puntata, questa recensione contiene alcuni spoiler degli ultimi episodi. Per tanto sconsigliamo la lettura a chi non avesse ancora visto l’episodio.]
A meno di una puntata dal gran finale di stagione di Watchmen, dopo il grande colpo di scena dello scorso episodio, è giunto il momento di spiegare l’origine di Calvin e il suo rapporto con il Dottor Manhattan.
Dopo la scoperta che la Settima Cavalleria attentava alla vita del Dottor Manhattan, Angela Abar (Regina King) si è diretta a casa per avvertire Calvin (Yahya Abdul-Mateen II), che così è stato rivelato essere proprio il Dottor Manhattan senza ricordi della sua precedente vita. Sarà l’intero avvenimento della rivelazione a mettere in atto una serie di situazioni che ci metteranno al corrente della relazione tra i Angela e Jon.
Damon Lindelof si dimostra non solo un conoscitore di Watchmen, ma anche un abile scrittore: con un elemento così complesso come il Dottor Manhattan e la sua concezione astratta di tempo, i più sarebbero intimiditi dal portare su schermo discorsi che non siano di Alan Moore, ma lo showrunner lo fa con una grazia unica. Di fatto la puntata si svolge completamente nel bar in cui Angela incontra Jon e si muove su vari piani temporali: il passato nel bar, i mesi successivi al loro incontro, il presente della coppia, ma niente futuro perché così come in Doomsday Clock, Manhattan non può vedere oltre un certo punto nel tempo. Similarmente a quanto avviene nel fumetto di Geoff Johns e Gary Frank,The End is Nigh, stiamo assistendo ad una storia dai grandi risvolti. Anche questa volta proprio l’incapacità del buon Doc di non vedere oltre un certo punto nel tempo è splendidamente utilizzata per approfondire ancora di più il rapporto di amore e rispetto tra Jon ed Angela, che qui ne esce tragicamente rafforzato nella grande tragedia.
Questa ottava puntata è tanto da digerire, è la definitiva lettera di amore al Watchmen fumetto, così come l’intera serie, ma specialmente lo scambio di battute tra Jon e Adrian Veidt (Jeremy Irons) è straziante e rimanda ad un tempo passato a cui l’ultimo quasi guarda con affetto nonostante le atrocità che ha perpetrato. Per Adrian, ormai Jon non è più il nemico, è una persona con cui condivide un segreto ed ha condiviso una vita, che forse non riesce completamente a lasciare andare. Antarctica, la base di Veidt rispecchia questo, una mente geniale, in preda al disordine, alla vecchiaia e davvero al rimpianto, sentimento non tipicamente associato a Veidt.
Seppur A God walks into Abar possa essere ascritta al classico spiegone in un certo senso, è un’ottima puntata, tutte le informazioni che vengono gettate allo spettatore non contano su una regia altolocata, ma molto malleabile, insieme all’ottima sceneggiatura e ai dialoghi di Lindelof e Jeff Jensen. Non sembra di star vedendo personaggi di un’opera magistrale come il fumetto di Moore e Gibbons, agire senza conoscenza di quello che hanno passato o in maniera disinteressata, anzi, più si procede, più i personaggi originali hanno modo di brillare di una luce decadente, mentre Angela e i nuovi personaggi, come Looking Glass, splendono nel putridume che è il 2019 di questo mondo.
Ora non ci resta che attendere il finale della stagione, che promette di essere decisamente grande e distruttivo come quello della miniserie del 1985 di Alan Moore e Dave Gibbons.
















