Da quando Black Mirror ha esordito nel 2011, la sua capacità di rispecchiare le paure e le inquietudini del nostro presente, proiettandole in scenari tecnologici distopici, l’ha resa una delle serie più influenti e discusse del panorama televisivo contemporaneo. La sua premessa è semplice ma inquietante: immaginare un futuro dove le scoperte tecnologiche non sono più strumenti nelle mani degli esseri umani, ma forze incontrollabili che minacciano di erodere l’umanità stessa. Inizialmente, ogni episodio era un’affermazione di disillusione, un “cosa succederebbe se” che rifletteva le nostre ansie più profonde riguardo al progresso tecnologico. Tuttavia, dopo l’acclamata terza stagione e il grande successo dei suoi episodi più iconici, la serie è entrata in una fase di stasi. La quinta e la sesta stagione, purtroppo, non sono riuscite a mantenere la potenza emotiva e il commento sociale che avevano caratterizzato gli anni precedenti. I temi esplorati sembravano ormai in parte ripetitivi, la critica alla tecnologia diventava troppo facile, mentre la narrazione si faceva più autoreferenziale, a volte incapace di rinnovarsi.

Eppure, con questa settima stagione, Black Mirror riesce finalmente a riconquistare l’interesse, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche nelle tematiche che affronta. Charlie Brooker e il suo team, distillando i timori del presente, hanno scelto di non concentrarsi soltanto sull’innovazione tecnologica, ma sulla paura profonda che si cela dietro le scoperte. La paura di non poter più distinguere tra il mondo reale e il mondo che abbiamo costruito, di non poter più sfuggire ai meccanismi che noi stessi abbiamo creato. Questa stagione si distacca dalla speculazione tecnologica, per tornare a focalizzarsi sull’essere umano: un essere che, nella sua fragilità, si perde nell’illusione di un progresso che alla fine lo schiaccia. Grazie a Netflix abbiamo visto la settima stagione in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Se nelle stagioni passate la tecnologia stessa sembrava il cuore della serie, in questa nuova stagione il focus si sposta su qualcosa di più intimo e personale: come gli esseri umani reagiscono alle nuove realtà tecnologiche. La tecnologia non è più una novità spaventosa, ma una costante, un elemento ormai integrato nelle nostre vite. Oggi, quello che fa paura non è tanto la macchina, ma la nostra capacità di essere consumati da essa. Questa nuova stagione racconta, per esempio, di persone che diventano vittime dei propri desideri: la ricerca di perfezione, la voglia di riscrivere il passato o di evadere dal presente. I protagonisti di ogni episodio sono persone normali, che vivono la nostra realtà, ma che si trovano improvvisamente di fronte a situazioni che sembrano, seppur vagamente, familiari. Le vere inquietudini emergono quando la realtà diventa sfuggente, quasi indistinguibile dal mondo che abbiamo creato.

La stagione si apre con Common People, un episodio che mette in scena un mondo dove la tecnologia sanitaria può addirittura tenere in vita un paziente malato. La storia segue una donna, interpretata da Rashida Jones, che si trova a dover fare i conti con una malattia che la porterà verso la morte, se non fosse per un impianto tecnologico innestato nel suo corpo che le permette di sopravvivere grazie ad un abbonamento come un qualsiasi servizio. Le cose si complicano quado il “servizio” inizia a mostrare i primi cedimenti, omologandosi a qualsiasi altro servizio con tanto di abbonamento premium e “senza pubblicità”. Siamo nel territorio della disumanizzazione attraverso la logica algoritmica, in cui il valore di una vita viene determinato da parametri numerici e statistiche. La paura che l’uomo sia ridotto a un insieme di dati è palpabile in ogni scena, ma la vera angoscia risiede nell’idea che questo sistema possa essere percepito come inevitabile e giusto in un mondo attente o orientato solo verso il profitto. In Bête Noire, l’episodio che segue, la tensione psicologica si fa più sottile. Una giovane donna ambiziosa si trova a fronteggiare una collega misteriosa che sembra manovrarla come un burattino. La tecnologia non è sempre visibile, ma la sua presenza si fa tangibile in un mondo in cui sembra sempre troppo fondamentale apparire i migliori. Hotel Reverie porta con sé un’esperienza meta-cinematografica. Un’attrice (Issa Rae), chiamata a partecipare a un remake di un cult cinematografico, finisce per essere catapultata dentro il film stesso, in un’esperienza che la separa dalla realtà. L’immersione totale attraverso un macchinario la costringe a vivere il film in prima persona, ma ben presto scopre che non può più uscire. Questo episodio non parla tanto di un semplice “gioco” tecnologico, quanto della ricerca di un’auto-affermazione in mondi artificiali. La protagonista cerca di vivere la sua carriera attraverso il filtro della nostalgia, ma quando il film inizia a fondersi con la sua stessa vita, l’illusione di controllo crolla. Uno dei migliori episodi dell’intera stagione.

Con Plaything, l’episodio successivo, in qualche modo collegato con il più famoso Bandersnatch, un giovane programmatore scopre un vecchio videogioco, ma la sua immersiva esplorazione lo porterà verso un finale catastrofico. Non il miglior episodio della serie ma quello con il twist sicuramente più disturbante con un ottimo Peter Capaldi. Con Eulogy, la stagione si addentra in un tema più intimo e doloroso: quello della memoria e dell’identità. Paul Giamatti interpreta un uomo che, grazie a un macchinario che consente di entrare nelle fotografie del passato, tenta di ricostruire la propria vita. Ma quando la memoria è manipolabile, cos’è che resta di noi? La riflessione qui si fa più filosofica, ponendo una domanda che diventa sempre più pressante nel nostro mondo: se possiamo ricreare il nostro passato, siamo ancora veramente noi stessi? L’episodio finale, USS Callister: Into Infinity, è un ritorno al futuro con un sequel che amplifica le implicazioni etiche e psicologiche dell’universo creato. Il gruppo di coscienze digitali intrappolate nel metaverso si ribella, ma la vera riflessione riguarda l’idea di libertà digitale: fino a che punto possiamo considerare “libero” ciò che è intrappolato in una realtà controllata?

La settima stagione di Black Mirror non è semplicemente un ritorno alle origini. È un salto di qualità che va oltre la tecnologia stessa per esplorare i suoi effetti più devastanti sulla psiche e sulle relazioni umane. Charlie Brooker e il suo team sembrano aver compreso che oggi la vera paura non è la macchina, ma la nostra incapacità di vedere come la tecnologia ha già cambiato il nostro modo di pensare, di sentire e di esistere. Con episodi che mescolano nostalgia, trauma e riflessione sociale, la serie riacquista la sua forza critica. In questa nuova stagione, Black Mirror non cerca più di stupire, ma di colpire nel profondo. Il vero mostro, qui, non è solo un chip o un dispositivo, ma la nostra incapacità di sfuggire ai nostri stessi desideri e paure.


La settima stagione di Black Mirror arriva su Netflix a partire dal 10 aprile. Ecco il trailer italiano della serie:

RASSEGNA PANORAMICA
Black Mirror 7
8
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Alessandro Pallotta
Classe 1995, laureato in critica cinematografica, trascorro il tempo tra un film, una episodio di una serie tv e le pagine di un romanzo. Datemi un playlist anni '80, una storia di Stephen King e un film di Wes Anderson e sarò felice.

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