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[Esclusiva] Intervista a Tuono Pettinato

  • di Federico Di Crescenzo
  • Gennaio 20, 2017
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Ieri al Supergulp di Milano, sono stati ospitati Tuono Pettinato e Dario Moccia, per presentare We are the champions, una biografia su Freddie Mercury. Se siete a Milano, passate dalla fumetteria.

Ho avuto l’immenso piacere, di intervistare Andrea Paggiaro, in arte Tuono Pettinato, e per me è stato un onore parlare con lui.


Quando hai deciso di diventare un fumettista?

Allora faccio fumetti e disegni da sempre, più o meno nel periodo dell’università ho partecipato a due produzioni, e questo mi ha fatto vedere che i fumetti che piacevano a me e ai miei amici, piacevano anche ad altri che non li conoscevano; uno dei punti di svolta è stato proprio questo. Poi comincia a fare libri che mi hanno introdotto al fumetto come lavoro.

Com’è nato il tuo stile?

Io non ho fatto nessuna scuola di disegno. Ho studiato cinema al DAMS e le cose imparate al lì, mi sono state utilissime come costruire le storie, scrittura, ecc., in più, rispetto al cinema, nel fumetto non hai bisogno di radunare una folla di 100 persone (la troupe cinematografica), bastano solo carta, matite, chine. Il fumetto è uno dei linguaggi che ha meno intermediari di mezzo e volendo puoi far tutto. Non avendo studiato in nessuna scuola di fumetto, il mio stile viene appunto da come mi sono inventato in questo mio percorso e chiaramente devo un sacco alle letture che ho fatto da piccino, come le strisce di Snoopy e i Peanuts di Linus (perché da piccino replicavo continuamente); poi crescendo mi piacevano, ad esempio, fumetti umoristici come Mago Wiz, B.C., che erano strisce di umorismo puro, oppure Life in Hell di Matt Groening, una serie malatissima. E così queste letture mi hanno guidato ad avere poi uno stile mio; è una cosa in continua evoluzione per cui anno dopo anno, trovi dei fumetti appropriati al proprio percorso e in qualche modo cerchi di inglobarlo nel tuo stile.

Tuono

Parlando di We are the champions, ma anche delle tue precedenti opere (Garibaldi, Enigma e Nevermind), cosa ti spinge a voler raccontare storia di questi personaggi celebri?

Prima di lavorare ad Apocalypso!, dove ho unito mille stili diversi e realizzato in diversi anni, mi piaceva un sacco fare le biografie dei personaggi, che mi bastava semplicemente leggere delle righe su Wikipedia e mi saliva la voglia di conoscere tutto della vita di questi personaggi, infatti ha fatto qualcosa su The Super Ten, uno su un ipotetica nascita dello skateboard nell’epoca vittoriana e uno su i Futuristi. Poi Rizzoli, vista questa mia propensione, mi ha fatto raccontare la storia di Garibaldi per i 150 anni dell’Unità d’Italia, e poi li ho capito che fra i vari filoni commerciali del fumetto, c’è anche il fumetto di realtà o storico, che parla di personaggi realmente esistiti. Così ho sfruttato questo filone per raccontare cose che man mano sentivo sempre più mie. Con Enigma, che ho scritto insieme a Francesca Riccioni, capendo come funzionava il fumetto di realtà, abbiamo sfruttato la ricorrenza su Alan Turing per raccontare una storia completamente nostra. Anche con Nevermind, ricorrevano i 20 anni dalla scomparsa di Kurt Cobain, quindi si sarebbe riparlato di lui ma non andava giù il fatto che si parlasse di lui, a distanza di 20 anni, come un poeta maledetto, triste e depresso, ma c’era invece un lato vivace della sua vita, come in We are the champions che volevamo far emergere.

In We are the champions, avete appositamente lasciato l’infanzia di Freddie a Zanzibar senza ballon, perché?

Quando lui incomincia con la musica, è come se lui cambiasse la sua identità, cambia nome e diventa Freddie Mercury, invece del bambino Farrokh Bulsara.

Nel fumetto tu e Dario partite da Torre del Lago e arrivate a Montreux, come se fosse una maratona. Perché avete adottato questa modo di raccontare?

Noi volevamo raccontare la biografia reale di Freddie, anche con dei toni drammatici, e della discografia dei Queen, e con volevamo che si parlasse anche dell’immaginario che c’è attorno come Flash Gordon, riferimenti a Metropolis, c’è il robot di News of the World, e in quei momenti volevamo ricreare i due nerd che parlavano delle loro passioni. Nelle ultime pagine, partiamo per questo viaggio che ci deve portare alla statua di Freddie a Montreux, che in realtà è il ricongiungimento delle due linee narrative e di come viene ricordato in occidente da morto, e proprio in due righe diciamo che nella patria, a Zanzibar, non viene ricordato per via dello stile di vita e i suoi gusti sessuali che non erano tollerati dalla sua religione.

Tuono

Puoi parlarci del “Freddie Vitruviano” in We are the champions?

Raccontare Freddie in questo clima di feste, derivava un po’ da Dario, e abbiamo aderito subito a questa cosa. La scelta dell’ovale al posto del cerchio è stato una scelta di stile grafico, perché il cerchio si sarebbe sposato male con lo sfondo che volevamo realizzare, con questi personaggi colti in gesti ambigui, e poi siamo andati in cose che non erano nemmeno intenzionali nostre, il fatto che sia un uomo vitruviano, ma ha proprio delle cose di perfezione e debolezza e da qui ne esce fuori un ovale ma alla fine alcune cose sono arrivate inconsapevolmente.

Durante la scrittura siete riesciti a mantenere un equilibrio fra il drammatico e il comico, come ci siete riusciti?

TuonoAbbiamo cercato di non scendere nel melenso, non fare il melodramma, perchè la sua (Freddie) filosofia è “Ok, sono malato, ma adesso mettiamo al lavoro”. Infatti abbiamo scelto la frase come quarta di copertina perché in due righe ti dice qual è il carattere di questo personaggio che non molla fino alla fine e usa tutto il tempo possibile per creare. Questo crea un fortissimo contrasto con la fine di Kurt Cobain, tanto che, lui nella lettera di addio dice di voler avere lo spirito di Freddie Mercury, che continua a fare le cose e ci crede: uno muore suicida, l’altro continua a comporre e a cantare fino alla sua naturale morte. 

Alla fine del fumetto, accennate al fatto di lavorare ancora insieme per scrivere sui Duran Duran, lo farete?

Io continuo a chiedergli. Ma lui nega. Voleva scrivere su un gruppo che suonasse bene e facesse ridere anche un po’ con il suo nome. Poi a me non dispiace scriverci su.

Puoi parlarci dei tuoi progetti futuri?

Come ha già annunciato Dario, andremo in Giappone per “The Big in Japan”, dove io non sono mai stato, rispetto a lui che ormai ha casa lì. [ride] Scriverò un diario di viaggio, ma ancora non so bene come lo scriverò, vedremo.

Cosa vuol dire per te essere un fumettista?

Intanto è riuscire a fare di una passione un lavoro, anche con tutte le fatiche che comporta ma è una soddisfazione e un grande traguardo. E mi piacerebbe che si capisse che è un linguaggio che si può adattare ad un qualsiasi argomento che è sempre più grazie alle graphic novel, che entrano nelle scuole. Però da noi non è ancora così, perché da noi ha ancora l’alone di cartone e per bambini, che in altri paesi non è così e mi piacerebbe che diventi una risorsa come per la letteratura, il teatro e altri linguaggi, e noi ci sforziamo perché ciò accada.


Ringrazio ancora Tuono per l’intervista e spero di parlare ancora con te e ti auguro buona fortuna per i tuoi futuri progetti.

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