Arriva il 22 maggio al cinema, Fuori di Mario Martone, un’opera intima e stratificata che prende ispirazione dai testi autobiografici della scrittrice Goliarda Sapienza, in particolare dal potente resoconto carcerario de “L’università di Rebibbia“. Il film si muove tra memoria ed esperienza, costruendo un racconto che parla di donne, reclusione e libertà interiore, senza mai scadere nel melodramma o nel didascalico. È l’unico film italiano in concorso per la Palma D’Oro a Cannes ed è distribuito da 01Distribution.

Quando la scrittrice Goliarda Sapienza finisce in carcere, la conoscenza con alcune detenute del carcere di Rebibbia tra cui Roberta, delinquente abituale ed attivista politica, e Barbara, si rivelerà per lei un’esperienza di rinascita.

Goliarda Sapienza è stata una figura atipica nel panorama culturale italiano: attrice, scrittrice, femminista, anticonformista. Il suo tempo in carcere, vissuto negli anni Ottanta dopo un furto, diventa nel film un luogo di incontro e trasformazione. La interpreta con misura e intensità Valeria Golino, che restituisce una Goliarda fatta di sguardi, pause, piccole reazioni. Non è una martire né un’eroina, ma una donna che osserva e scrive, che cerca negli altri un riflesso possibile di sé. La regia di Martone si distingue per una sobrietà quasi eccessiva. La macchina da presa raramente si muove: preferisce restare fissa, ascoltare, accogliere. Le immagini sono girate con luce naturale, i colori sono tenui, e il ritmo è lento ma costante. Come già accaduto in “Il giovane favoloso” o “Capri-Revolution“, Martone mostra rispetto per la parola scritta e per i processi interiori dei suoi personaggi. Tuttavia, in Fuori, compie anche una scelta precisa e rischiosa: quella di fare un passo indietro.

È una decisione che merita una riflessione più approfondita. In un film che parla profondamente di esperienza femminile, Martone sceglie di non appropriarsi di quella voce. Lascia spazio, lascia che siano le donne a parlare, a raccontarsi. Questo atteggiamento è etico, persino necessario in certi contesti: non tutto va spiegato, non tutto va gestito dallo sguardo del regista. Tuttavia, questo stesso rispetto, quando non viene mediato da una visione formale più incisiva, rischia di trasformarsi in distanza, in una prudenza quasi eccessiva. Molti dei personaggi secondari, soprattutto le altre detenute, restano sullo sfondo: sembrano evocare figure vere, ma senza la densità emotiva o narrativa che li renda memorabili. Hanno tratti riconoscibili, piccoli gesti o frasi che suggeriscono un vissuto, ma spesso non vanno oltre un’apparizione funzionale. Questo approccio minimalista, che pure evita il rischio di sovraccaricare la narrazione, fa sì che alcune potenzialità restino inespresse. Persino alcune scene fortemente emotive sembrano fermarsi un attimo prima del coinvolgimento pieno, lasciando lo spettatore con la sensazione che qualcosa sia stato trattenuto.

È come se Martone, pur avendo costruito un impianto narrativo delicato e rispettoso, temesse di “invadere” quel mondo femminile e perciò si limitasse a suggerirlo. Un atteggiamento nobile, ma che rischia di frenare il potenziale del racconto. In tal senso ci si chiede cosa avrebbe potuto accadere se il film fosse stato diretto da Valeria Golino, già profondamente immersa nell’universo di Goliarda Sapienza grazie alla serie SkyL’arte della gioia“. Golino ha dimostrato una capacità di coniugare intensità visiva e introspezione psicologica con una libertà espressiva che qui talvolta manca. Un suo sguardo forse avrebbe osato di più, spingendo la narrazione oltre i limiti del rispetto formale, verso una verità più carnale, più istintiva.

La struttura narrativa non segue un andamento lineare. La storia salta tra passato, presente carcerario e futuro, costruendo una trama fatta più di suggestioni che di eventi. Questa scelta evita di far diventare Fuori un film puramente carcerario, allontanandolo dai codici più classici del genere. Il carcere è un luogo centrale, ma non unico. Il vero cuore del film è il dialogo tra donne, la scoperta reciproca, i gesti quotidiani che diventano epifanie. In questo contesto si inserisce il personaggio di Roberta, interpretato con straordinaria sensibilità da Matilda De Angelis. Roberta è giovane, inquieta, ferita. Il legame che nasce tra lei e Goliarda è al centro del film: è un rapporto fatto di ascolto, di fiducia ma anche di rabbia. De Angelis riesce a essere credibile in ogni passaggio, mescolando forza e fragilità, rabbia e tenerezza. Anche Elodie, in poche ma significative scene, lascia il segno. Interpreta Barbara, una detenuta enigmatica e affascinante. La sua presenza è quasi iconica: basta uno sguardo, un gesto, una camminata per imprimersi nella memoria dello spettatore. Martone la filma con attenzione e rispetto, riconoscendo il magnetismo naturale dell’artista.

La sceneggiatura di Ippolita Di Majo, che aveva già portato Sapienza a teatro, è uno degli elementi più solidi del film. Le battute sono asciutte ma cariche di sottotesto, i dialoghi si mantengono credibili anche quando sfiorano la letterarietà. Di Majo riesce a rendere vive le parole di Sapienza senza ingabbiarle, mantenendo un respiro drammaturgico che permette al film di parlare anche a chi non conosce l’opera dell’autrice.

Fuori è un film che non cerca lo scandalo o il sensazionalismo, ma che lavora per sottrazione. Chiede allo spettatore di entrare in punta di piedi, di accettare un ritmo lento e meditativo, di lasciarsi condurre da piccoli dettagli. Rende omaggio a Goliarda Sapienza senza mitizzarla, ma restituendole la complessità e la libertà del suo pensiero.


Fuori di Mario Martone è al cinema con 01Distribution. Ecco il trailer del film:

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