Aprire Alice nella Città con un film horror non è solo una scelta insolita, ma anche coraggiosa. La decisione di inaugurare l’edizione 2025 con Good Boy di Ben Leonberg si rivela quindi vincente. Dopo il debutto al SXSW, il film è arrivato a Roma come piccolo caso del cinema indipendente americano, capace di coniugare tensione e sperimentazione visiva. Nel cast, accanto a Shane Jensen, Arielle Friedman e Larry Fessenden, brilla la vera stella del film: Indy, il cane del regista, protagonista assoluto di un racconto che unisce horror e tenerezza in modo sorprendentemente coerente. Abbiamo visto il film ad Alice nella Città e questo è il nostro parere.
Dopo la morte del nonno, Todd (Jensen) si trasferisce con il suo cane Indy in una vecchia casa di campagna. È un luogo pieno di memorie, silenzi e oggetti dimenticati, dove la solitudine diventa presto inquietudine. Mentre Todd cerca di ricostruire la propria vita, Indy comincia a percepire presenze invisibili, suoni e odori che sfuggono all’attenzione umana. È lui, non l’uomo, il vero testimone dell’orrore.
Girato con un budget ridotto, Good Boy dimostra quanto la regia possa diventare il linguaggio più importante quando l’immaginazione supera la mancanza di mezzi. Leonberg utilizza uno stratagemma visivo semplice ma assolutamente funzionale: posizionare la macchina da presa ad altezza cane. In un’intervista rilasciata dopo il SXSW, il regista ha spiegato che l’intento era “riportare lo sguardo del pubblico a un livello primario, istintivo, quello in cui la paura è ancora un’esperienza fisica, non concettuale”. L’effetto è potentissimo: la camera si muove incerta, curiosa, a volte timorosa; il mondo appare troppo grande, le stanze troppo buie, gli esseri umani troppo alti per essere davvero compresi e visti.
Questo approccio richiama apertamente Spielberg in E.T., dove la macchina da presa era sempre a livello dei bambini, ma Leonberg ne ribalta il tono: se in E.T. quello sguardo serviva a generare meraviglia, qui produce claustrofobia e spaesamento. Gli adulti vengono ripresi dal basso, con i volti spesso tagliati o fuori campo, come in una versione inquietante degli umani in Tom & Jerry. Il mondo, visto da Indy è un territorio misterioso. La suspense nasce dallo spazio stesso, dal modo in cui la casa viene frammentata in corridoi e porte chiuse. Il sound design, curatissimo, amplifica ogni respiro, ogni scatto, ogni graffio lontano. Leonberg ha dichiarato di aver voluto “girare un horror senza mostri, dove il pericolo fosse tutto nella percezione”. E ci riesce: Good Boy è un film di tensione interiore, dove la regia trasforma l’assenza di ciò che spaventa nel suo elemento più potente.
Al centro del film c’è Indy e il regista ha raccontato di aver impiegato tre anni per addestrare il cane e costruire un linguaggio visivo che potesse seguirne i movimenti senza forzarli. Ogni azione di Indy sembra dettata dall’istinto. Il film evita anche di tradurre il pensiero del cane in linguaggio umano. Nessuna voce fuori campo, nessuna “coscienza narrante”: solo la realtà filtrata attraverso il suo corpo. Good Boy è quindi un film che non parla di un animale, ma con un animale. Sotto la superficie di horror domestico, Good Boy nasconde un discorso molto più ampio. Leonberg ha più volte definito il film come “una parabola sulla fiducia e sulla malattia”, e questa intenzione emerge con forza. La casa infestata diventa una metafora della mente ferita, un luogo dove il dolore si manifesta come presenza. Todd non è un vero protagonista, ma una figura spettrale: è Indy a percepirne la fragilità, a difenderlo da un male che ha più a che fare con la perdita che con il soprannaturale. Il film diventa così una riflessione sul rapporto di fiducia tra uomo e cane, che si allarga fino a toccare la sfera familiare. Come nei migliori horror intimisti, il terrore è una lente che ingrandisce l’amore e la paura del distacco.
Nonostante la durata contenuta (un’ora e un quarto), il film a tratti si adagia nella ripetizione. Il ritmo rallenta, alcune situazioni si ripetono, ma Leonberg sembra consapevole di questo limite e lo trasforma in scelta stilistica: l’angoscia nasce dalla ciclicità, dall’impossibilità di uscire da un rituale che si deforma lentamente. Questa coerenza tematica e formale è il segreto di Good Boy: la regia non cerca mai l’effetto ma la verità del momento.
Con Good Boy, Ben Leonberg firma uno dei debutti più sorprendenti del panorama horror recente: un film piccolo, indipendente, ma di un’intelligenza rara. Attraverso il punto di vista di un cane, racconta la paura, la perdita e la fedeltà come facce della stessa emozione primaria. La sua regia dimostra che il terrore non ha bisogno di essere spiegato, ma solo vissuto e che il cinema può ancora sorprenderci con idee semplici e potenti. Alla fine, impossibile non commuoversi per Indy, eroe silenzioso di un racconto che ci ricorda che, nella paura più profonda, ciò che cerchiamo è sempre la presenza di chi amiamo.
Good Boy arriverà prossimamente al cinema. Ecco il trailer del film:

















