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[Recensione] La Forma dell’Acqua – Un’oscura fiaba di amore e diversità

  • di Elisa Bargiacchi
  • Febbraio 14, 2018
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la forma dell'acqua

Chiunque sia appassionato di cinema, attende questo film ormai dal Festival di Venezia, dove aveva ricevuto il Leone d’Oro come migliore pellicola, nonché l’acclamazione totale della critica. In Italia, poi, grazie alla brillante distribuzione del nostro paese (inserire sarcasmo qui), abbiamo dovuto aspettare ancora di più per poter finalmente ammirare questa fiaba dei giorni nostri, grottesca eppure dolce, semplice eppure profonda, utopica eppure incredibilmente vera. Sto parlando, ovviamente, di La Forma Dell’Acqua (The Shape of Water) di Guillermo del Toro, che arriva in Italia il 14 febbraio, con “soli” due mesi di ritardo rispetto agli States… ma lasciamo perdere le polemiche ed addentriamoci in questa storia di amore, creature mostruose e grande, grandissima umanità.

Shape of Water

The Shape of Water racconta la storia di Elisa Esposito (Sally Hawkins), donna delle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza situato a Baltimora all’inizio degli anni Sessanta; la nostra protagonista, però, non è come tutte le altre inservienti che ogni giorno timbrano il ticket per iniziare a lavorare: Elisa è muta e, a causa di questa sua diversità, conduce una vita profondamente segnata dalla routine, lievemente ravvivata soltanto dall’amicizia con una collega, Zelda (Octavia Spencer), e il suo vicino di casa, Giles (Richard Jenkins). Le settimane passano monotone, finché un giorno non viene trascinata all’interno del laboratorio una grossa cisterna d’acqua, contenente quello che gli agenti governativi considerano niente più che un mostro acquatico, incapace di sentimenti ed aggressivo. Elisa, però, spinta un po’ dalla curiosità, un po’ forse dal desiderio di movimentare la propria esistenza solitaria, comincerà ad avvicinarsi a questa misteriosa creatura, fino a crearvi un’intesa… e mi fermo qua, anche se chi ha visto il trailer ha probabilmente carpito anche qualche dettaglio in più –ed avrà notato un certo Michael Shannon, che come potrete immaginare dà un apporto non certo indifferente a La Forma dell’Acqua. Ma andiamo con ordine, perché questo è un film che merita di essere sviscerato pian piano, nella sua perfetta linearità, nel suo semplice ma perfettamente efficace scopo narrativo.

Infatti, l’interezza della produzione di questo film sembra mettersi a servizio della trama, a partire dalla regia: Del Toro vuole chiaramente evitare di essere invasivo, senza bearsi in movimenti di macchina e virtuosismi tecnici che rischierebbero di sviare l’attenzione dello spettatore, ma sa essere preciso e pulito nel suo condurci in una Baltimora oscura, marcia fino al midollo, mostrandocene i lati più oscuri e grotteschi, ma anche i rari e poetici momenti di luce –sensazione che viene soltanto amplificata dall’ottima fotografia del danese Dan Laustsen, che, con le sue tonalità di colore scure e vagamente malinconiche, sempre al limite tra realtà e fantasia, sa gestirsi perfettamente tra questi due opposti aspetti del film, in una complessiva estetica che ricorda un po’ quella del videogame di culto Bioshock. Per finire, anche la colonna sonora composta da Alexandre Desplat sembra sposarsi con queste impressioni, sebbene non risulti particolarmente ispirata. Insomma, il punto è che Del Toro ha optato per una costruzione complessiva che metta al centro di tutto la narrazione… e non è difficile comprendere il perché.

La sceneggiatura, d’altra parte, è uno dei pezzi forti di questo film e non perché sia particolarmente originale: alla fin fine, l’intreccio è volutamente piuttosto lineare –benché non manchi una bella sotto trama dedicata ai russi, che in un film ambientato negli anni Sessanta in America non può non esserci- e possiede diversi topos tipici delle fiabe. Eppure, badate bene, ciò non toglie niente alla capacità della storia di immergere –gioco di parole involontario, me ne scuso- lo spettatore in questo mondo al tempo stesso dolce e grottesco e, anzi, sembra acuirne la presa: d’altronde, c’è una ragione se le fiabe vengono narrate da centinaia di anni ed ancora fanno riflettere;  Del Toro abbraccia lo spaventoso ed il bello che c’è in questi racconti e lo traspone in un’America teoricamente passata, dall’aspetto decisamente distopico, ma che ricorda in modo inquietante quella di oggi: è un paese in cui si ha paura di chi è diverso, non lo si capisce, lo si allontana. Ma che la diversità sia una ricchezza non va certo insegnato a Del Toro, che queste situazioni le ha vissute sulla sua pelle… ed allora ecco che la nostra protagonista è Elisa, muta, alienata dal mondo, eppure capace di slanci di coraggio senza eguali e di una dolcezza che si trova raramente; ecco che insieme a lei c’è una creatura considerata da tutti un mostro senza sentimenti, una donna afroamericana con un marito che la tratta quasi alla stregua di una serva, un disegnatore fallito ed omosessuale che si guarda allo specchio ed ogni giorno si vede più vecchio. Ecco, dicevo, la chiave: The Shape of Water è la rivalsa di coloro che sono differenti. Non c’è da stupirsi se, alla sua uscita, il film ha innalzato un bel polverone –e scommetto che Del Toro avrà riso sotto ai baffi, perché era esattamente ciò che voleva. Ad ogni modo, non c’è solo rivalsa o denuncia sociale, anzi: c’è anche l’amore, al centro di questo The Shape of Water. Un amore che non ha bisogno di parole, ma solo di una tacita comprensione, di sguardi eloquenti e tocchi delicati. Un amore fatto su misura per Elisa, un personaggio scritto egregiamente ed ancora più straordinariamente interpretato da Sally Hawkins, ma su questo tornerò presto.

Una lancia va anche decisamente spezzata per la già citata sotto trama riguardante i sovietici, dato che Del Toro, da bravo messicano, non si sente certo in obbligo a rispettare certi cliché a stelle e strisce: per una volta, infatti, i russi non sono tutti personaggi cattivissimi e senza scrupoli, praticamente interscambiabili per la piattezza della caratterizzazione… anzi, qualcuno, tra le loro fila, darà prova di sentimenti molto nobili (e mi fermo qua, perché già vi vedo imbracciare torce e forconi, pronti a dare fuoco alla spoileratrice).

Shape of Water

Parliamo piuttosto del cast di questo film, che sin dal principio si presenta come un organico di eccellenze: c’è Octavia Spencer, premio Oscar per The Help, in un ruolo che forse le ha segnato fin troppo la carriera, dato che anche in Shape of Water interpreta la classica amica divertente ma determinata –per la seconda volta, con un marito scemo;  c’è Michael Shannon, già magistrale in Animali Notturni di Tom Ford, che qua si cala nei panni di un villain spietato, ma abbastanza “yankee” duro e puro da risultare ridicolo e buffo; ci sono anche Michael Stuhlbarg, che quest’anno è praticamente onnipresente –perché sì, è anche in The Post e Call me by your name– e Richard Jenkins. Ma soprattutto, c’è una inarrivabile e assolutamente fondamentale Sally Hawkins. Perché sì, diciamolo chiaramente: sarebbe difficile, molto difficile immaginare The Shape of Water senza di lei. Sally Hawkins è Elisa Esposito, di questo ci convinciamo dopo pochi minuti dall’inizio del film: il modo in cui l’attrice britannica si cala nei panni di questa ragazza semplice ma brillante, con tanti sogni in testa, un cuore enorme, e nessun modo per esprimere questa galassia di emozioni che ha dentro di sé, è così realistico da farci dimenticare che Elisa Esposito non è che un personaggio di fantasia. È così realistico che le vogliamo bene da subito, perché basta guardarla per provare affetto per quella donna gracile dal sorriso dolce.  Un sorriso dolce pronto a tramutarsi in una smorfia di dolore, in un’aria preoccupata, in un cipiglio torvo, perché è proprio l’espressività della Hawkins che fa la differenza: il suo volto muta con disinvoltura da un atteggiamento ad un altro, ed è proprio questa naturalezza, questa efficacia che fa sì che Elisa possa essere una stupenda protagonista senza pronunciare una parola, esprimendosi solo raramente con il linguaggio dei gesti. Non pare dunque esagerato affermare che sia proprio il modo della Hawkins di portare sul grande questa insolita protagonista, pacata ma testarda, dolce ma determinata, semplice ma con un cuore enorme, a dare un quid in più a The Shape of Water. Aggiungerei infine una menzione d’onore al nostro coprotagonista, l’uomo acquatico interpretato da Doug Jones, intabarrato in un ingombrante costume, eppure capace di un’espressività e dei movimenti perfettamente realistici.

Risulta difficile, insomma, trovare un difetto a questo affresco di fantasia così attuale, così adatto ai giorni nostri. Del Toro scrive la propria personalissima versione della bella e la bestia, con la crudezza di cui tutti lo sappiamo capace, ma anche con una dolcezza e una delicatezza straordinarie, caratteristiche inattese che da subito ci fanno amare Elisa e tutti coloro che a lei ruotano attorno, catapultandoci in un mondo in cui, nonostante tutta l’oscurità, c’è una luce. Una luce che si può trovare in chiunque, anche nel più dimenticato degli esseri umani.

E questo, senza dubbio, è un pensiero incoraggiante.

Di seguito vi linko la recensione dei nostri colleghi di Whysoserial.it!

La Forma dell’Acqua, il cuore sullo schermo

 

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