Resurrection, il nuovo film di Bi Gan, arriva nelle sale il 23 aprile, distribuito da I Wonder Pictures, dopo aver attirato grande attenzione al Festival di Cannes nel 2025, dove il regista cinese ha conquistato il Premio della Giuria. Autore già celebrato per opere ipnotiche e fuori dalle coordinate narrative tradizionali, Bi Gan prosegue qui il suo percorso di cinema sensoriale, muovendosi ancora una volta sul confine tra sogno, memoria e riflessione sulla natura stessa delle immagini. Grazie a I Wonder Pictures abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Ambientato in un mondo in cui gli esseri umani hanno progressivamente perso la capacità di sognare, Resurrection segue l’incontro tra una donna e una misteriosa figura che sembra provenire da un tempo sospeso. Attraverso una serie di visioni, ricordi e frammenti di realtà, il film costruisce un viaggio che attraversa epoche, linguaggi e forme cinematografiche diverse, trasformando la ricerca del sogno perduto in una meditazione sul potere del cinema e sulla sua capacità di custodire memorie e fantasmi del passato.
Bi Gan, nato nel 1989, rappresenta uno dei casi più singolari del cinema contemporaneo: un regista giovanissimo che fin dall’esordio ha mostrato una consapevolezza formale unica, costruendo un immaginario personale in cui letteratura, poesia, arti visive e cinema si intrecciano continuamente. Il suo primo lungometraggio, Kaili Blues (2015), rivelò al mondo il suo talento: un cinema fluido, sospeso nel tempo, dove i confini tra presente, passato e ricordo si dissolvono. Con Long Day’s Journey into Night (2018) questa poetica si radicalizzava ulteriormente. Diviso in due parti, l’ultima delle quali costruita come un unico piano sequenza, il film trasformava la ricerca di una donna perduta in un’esperienza sensoriale quasi trance-cinematografica. Bi Gan, del resto, non è soltanto un regista. È anche poeta e artista visivo, un autore che concepisce il cinema come spazio di contaminazione tra linguaggi diversi. La sua formazione letteraria e la sua sensibilità pittorica emergono chiaramente nella costruzione delle immagini.
Resurrection rappresenta il punto più ambizioso e radicale del suo cinema. Il film si presenta infatti come un’opera volutamente ostica, costruita non tanto per guidare lo spettatore quanto per invitarlo a perdersi al suo interno. Bi Gan rinuncia quasi completamente alla linearità narrativa per costruire un racconto fatto di capitoli, episodi e frammenti che si rincorrono e si riflettono l’uno nell’altro. Personaggi, epoche e generi sembrano emergere e dissolversi mentre la trama si articola come un’insieme di storie che si intrecciano senza mai trovare un centro. Allo stesso tempo Resurrection è profondamente meta-cinematografico. Più che raccontare una storia, il film riflette sulla storia del cinema stesso, trasformando ogni capitolo in una sorta di eco di forme e linguaggi appartenenti a tradizioni diverse.
Bi Gan costruisce così un’opera fortemente citazionista, che guarda contemporaneamente all’Oriente e all’Occidente. Il suo cinema continua a dialogare con la tradizione contemplativa del cinema asiatico, ma qui si apre ancora di più a suggestioni provenienti dalla storia del cinema mondiale; le citazioni diventano parte di una riflessione più ampia sul cinema. Come nei lavori precedenti, anche qui la forza del film risiede soprattutto nella dimensione sensoriale. Bi Gan costruisce ambienti rarefatti, luci irreali, movimenti di macchina che sembrano fluttuare nello spazio. L’impressione è quella di trovarsi all’interno di un sogno lucido, dove la logica narrativa lascia spazio a una logica emotiva e percettiva. Questa scelta rende Resurrection un’opera affascinante ma anche inevitabilmente divisiva.
A differenza di molte narrazioni distopiche contemporanee, Resurrection non costruisce un mondo dominato dalla tecnologia o dal controllo politico, ma un universo segnato da una perdita più sottile. Il film immagina una civiltà privata non soltanto dell’immaginazione, ma della possibilità stessa di elaborare memoria e desiderio attraverso le immagini interiori. Il regista utilizza questa premessa per costruire una riflessione sulla crisi contemporanea delle immagini e, indirettamente, del cinema stesso. Se l’umanità ha smesso di sognare, sembra suggerire il film, il cinema può forse diventare l’ultimo spazio in cui quei sogni continuano a esistere.
Proprio questa ambizione teorica rappresenta però anche uno dei limiti dell’opera. In diversi momenti Resurrection appare come un film dominato dalla propria forma. La ricchezza visiva finisce per generare una certa distanza tra lo spettatore e i personaggi. Il film sembra infatti privilegiare l’idea di cinema come forma e come pensiero, più che come spazio di coinvolgimento. Anche per questo motivo Resurrection è chiaramente un film che non cerca il grande pubblico. È un cinema che presuppone uno spettatore attivo, capace non soltanto di guardare ma di interpretare, di riconoscere rimandi, di cogliere stratificazioni culturali. Non basta aver visto molti film: l’opera di Bi Gan sembra rivolgersi piuttosto a chi il cinema lo studia, lo analizza, ne conosce la storia e le trasformazioni.
Con Resurrection, Bi Gan conferma il proprio status di autore tra i più ambiziosi e personali del panorama contemporaneo. Il film è un oggetto cinematografico complesso, stratificato, che affascina per la sua ricchezza visiva e per l’ampiezza della riflessione che propone sul cinema. Allo stesso tempo, la sua natura fortemente teorica e il suo troppo virtuosismo, finiscono per limitarne il coinvolgimento, trasformando l’esperienza in qualcosa di più cerebrale che sentimentale.
Resurrection arriva al cinema con I Wonder Pictures a partire dal 23 aprile. Ecco il trailer del film:















