Art il clown è tornato in Terrifier 3 per prendere il posto di Babbo Natale, nel “Christmas special” più gore e violento mai visto! In anteprima il 31 ottobre, e dal 7 novembre in tutti i cinema. Partita in sordina col crowdfounding, con un primo film del 2016 ultra indipendente e di nicchia, e ora, col terzo capitolo, nei cinema di tutto il mondo, la saga di Terrifier è qualcosa di unico nel panorama horror, non solo contemporaneo, ma probabilmente di tutti i tempi.

Il regista Damien Leone aveva le idee chiare da subito: regalare a tutti i fan degli slasher l’ennesima variazione del clown assassino spingendo il più possibile sullo splatter e sul sadismo, il tutto mostrato nel modo più esplicito e con effetti speciali al 100% analogici, senza il minimo ritocco digitale. Pura old school. Il successo commerciale raggiunto negli anni in maniera esponenziale non solo non ha edulcorato il suo tocco per rendere più digeribili al pubblico le gesta di Art il clown, ma, anzi, lo ha incoraggiato ad alzare l’asticella di ciò a cui è tollerabile assistere in un film. Pare abbia pure rifiutato degli investimenti piuttosto importanti da parte di alcuni produttori fattisi avanti per mettere le mani su questo terzo, ghiotto, capitolo, pur di restare fedele alla sua visione, ossia un modo di fare cinema senza compromessi, senza regole, senza censure. Il risultato sono 125 minuti (poco meno dei 138 del secondo capitolo) di efferatezze e violenza ultra creativa, interrotte solo sporadicamente da qualche scena di dialogo necessaria a far procedere la trama, semplice ma non banale, un supporto indispensabile per reggere gli ettolitri di sangue e i quintali di frattaglie che la pellicola elargisce con grandissima generosità.

Creduto morto dopo il massacro avvenuto cinque anni prima, lo spietato Art il Clown torna a seminare il terrore durante il periodo più magico dell’anno, proprio quando Sienna e Jonathan – sopravvissuti al folle killer – si accingono a celebrare il Natale, convinti ormai di essere fuori pericolo. Art però, strisciato nei panni di Babbo Natale, è pronto a regalare nuovi incubi agli abitanti di Miles County e a dimostrare che nessuna festività è al sicuro.

La parte visiva e formale, insomma, è pienamente appagata. Al tifoso dell’horror estremo potrebbe anche bastare, ma un successo così clamoroso per un prodotto che sembra uscito direttamente da una vhs piratata (bene) degli anni ’80 non si spiegherebbe senza alcune trovate che, se proprio non fanno vincere alla saga l’appellativo di “originale”, perlomeno la elevano da praticamente tutti gli slasher con o senza clown visti negli ultimi 30 anni.

Partiamo proprio da Art, il protagonista assoluto, letteralmente il mattatore della (al momento) trilogia: look da clown triste, tecnicamente un mimo, una specie di macabro Pierrot in bianco e nero che sembra uscito da un film espressionista, che non emette un gemito nemmeno le, rarissime, volte in cui viene accidentalmente ferito, limitandosi a spalancare la bocca in un’espressione di dolore. David Howard Thornton fa un lavoro eccelso per dar vita a un villain che recita esclusivamente col corpo, non limitandosi al grottesco sorriso a 180 gradi che l’ha reso famoso o alle svariate modalità con cui perpetra i suoi fantasiosi omicidi. Art non è solo una, ormai iconica, “maschera”, ma un personaggio a tutto tondo, capace di trasmettere terrore e raccapriccio, il più delle volte, ma anche noia, comicità, tristezza, gioia, delusione, insomma una vasta gamma di emozioni che non ti aspetteresti da un tizio che ha come unico scopo nella vita arrecarti più dolore possibile, con più oggetti possibili. Quest’ultima caratteristica è un’altra felice intuizione del regista che, invece di dotare la sua creatura di un’arma specifica e rappresentativa come quelle dei suoi illustri precedenti (la motosega di Leatherface, il coltellaccio di Michael Myers, il machete di Jason Voorhees, il guanto/artiglio di Freddy Krueger…), opta per un comodo e comunissimo sacco della spazzatura nero che porta sempre con sé, da cui estrae alla bisogna qualunque oggetto assecondi le sue sadiche fantasie, che sia stato precedentemente costruito oppure sia lì dentro da chissà quanto tempo. E non c’è limite alle cose che possono saltar fuori da lì, come una perversa versione della sacca di Eta Beta: seghe, chiodi, martelli, mazze, lame varie, filo spinato, bombole d’azoto e, perché no?, anche una banalissima pistola se serve.

A livello di trama, come già detto, niente di nuovo né di stupefacente, giusto quel minimo sindacale per trasformare in film una parata di orrori gloriosamente fisici. Ma anche qui, sparse per tutta la trilogia, qualche idea degna di nota c’è, e sono le classiche ciliegine su una torta già ricca e gustosa così com’è. Nel primo capitolo, per esempio, Damien Leone si diverte tantissimo, e noi con lui, a giocare col concetto di final girl, una delle regole forse più ferree di questo filone cinematografico, che vuole che l’unica tra le vittime a sopravvivere al suo carnefice sia una ragazza, appunto, e che alla fine trovi anche il modo di eliminarlo, o perlomeno sfuggirgli definitivamente. Solo in apparenza, ovvio, perché il mostro deve tornare per uno, due, enne sequel. Da 50 anni è così, dal lontano capolavoro di Tobe Hooper Non aprite quella porta. Nel primo Terrifier, invece, la “final girl” continua a cambiare, illudendoti che, nella rosa di vittime femmine di Art, sia prima l’una, poi l’altra, poi l’altra ancora, finché capisci che non c’è speranza per nessuno e che l’unico modo per sconfiggere Art… è che lui si suicidi. Cosa più unica che rara, tra l’altro. Ma che, per rientrare nei canoni del genere, non fermerà certo le avventure del nostro mimo preferito. Il quale, e questa è l’altra ciliegina sulla torta, non ha praticamente un passato, nessuna back story da mostrare in flashback, nessuna origin story da cui trarne prequel (non inganni il fuorviante sottotitolo italiano di All Hallows Eve, ossia Terrifier – L’inizio, raccolta di tre cortometraggi di Damien Leone del 2013, nei quali appare per la prima volta Art), nessun trauma, nessun movente che giustifichi la sua eclettica mattanza. Art è il Male assoluto e immotivato, che esiste perché esiste. Nemmeno John Carpenter nel suo memorabile Halloween del 1978 aveva così tanto esplicitamente ignorato qualsivoglia giustificazione dell’istinto omicida di Michael Myers, facendo intuire almeno dei gravi disturbi psichici nel momento in cui si scopre che è fuggito da un manicomio e il suo psichiatra personale lo sta cercando. L’unica cosa invece che ci è data di sapere di Art è che non è umano. Non sappiamo cosa sia, non ci viene mai detto, ma chiunque ritorni in vita da una decapitazione recuperando la sua testa dopo che è stata partorita da una donna sfigurata e riavvitandosela sul collo, decisamente non appartiene alla nostra specie.

In Terrifier 2 vengono timidamente aggiunti degli elementi soprannaturali, altra ciliegina, in parte per giustificare l’immortalità del nostro eroe, e in larghissima parte per giustificare la creatività del suo operato, che si fa ancora più spensierata e anarchica. Sembra non esserci proprio limite a quello che Art può combinare con un corpo umano! E ora ha pure un’amichetta di giochi, la bambina clown più inquietante del mondo! Ed è in questo capitolo che viene introdotta una vera final girl, la tostissima Sienna Shaw (interpretata dalla 30enne Lauren LaVera, che è anche marzialista e stuntwoman professionista), una sorta di “eletta” che ne prende tante quante ne da. Scelta necessaria per dare quel minimo di continuity a una saga che, pur dribblando, come abbiamo visto, vari paletti imposti dal genere, ne deve rispettare comunque le linee guida indispensabili perché non risulti eccessivamente fine a se stessa. E allora ben venga una antagonista all’altezza di Art (che sia lui il protagonista non c’è dubbio).

Antagonista che in Terrifier 3 ha ancora più spazio, senza nulla togliere ad Art e alla sua nuova compagna di giochi (la donna orribilmente sfigurata che nel secondo capitolo partorì la sua testa). Qui, inoltre, si aggiungono spiegazioni pseudo demoniache al metabolismo soprannaturale del sadico mimo, che pare contagino anche le sue spalle. Ma niente di categorico, il che lascia spazio a ulteriori, eventuali, spiegazioni nel già annunciato quarto capitolo, e non mina assolutamente la credibilità del Nostro, anzi, ne rilancia le potenzialità.

Com’è, insomma, questo terzo capitolo di Terrifier? Assolutamente coerente ai primi due per lo stile registico che predilige nettamente il vedo al non vedo, per le atmosfere malsane, la quantità encomiabile di scene gore e splatter, forse questa volta un pelo più estreme, se possibile, e un senso generale di disgusto e soddisfazione, uno strano mix che solo gli horror più dissacranti sanno regalare. La più grande soddisfazione qui è assistere a una versione tremenda e mostruosa di Nightmare Before Christmas, con Art al posto di Jack Skeleton che vuole essere Babbo Natale. C’è una scena piuttosto rappresentativa di questo spirito natalizio che vede Art, travestito appunto da Santa Claus (non chiedetegli come si è procurato costume e barba), intrufolarsi in un centro commerciale e prendere il posto del tizio che fa Babbo Natale approfittando della sua pausa caffè: i bambini lo notano e, non facendo troppo caso alla sua espressione da squalo strafatto, lo circondano e ricevono regali a raffica, tutti estratti dal sopracitato sacco nero… cosa andrà mai storto?

C’è pure un pizzico di blasfemia, per restare in tema. È l’antidoto ai film di Natale, che esce ad Halloween. Consigliato a tutti quelli che sotto l’albero trovano sempre e solo carbone.


Terrifier 3 di Damien Leone distribuito da Midnight Factory arriverà in sala in anteprima per Halloween il 31 ottobre e in tutti i cinema dal 7 novembre. Ecco il trailer italiano del film:

RASSEGNA PANORAMICA
Terrifier 3
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