Con The End, in arrivo nei cinema a partire dal 3 luglio con I Wonder Pictures, Joshua Oppenheimer firma il suo primo lungometraggio di fiction dopo l’acclamata stagione documentaristica aperta con The Act of Killing e The Look of Silence. Un passaggio non solo di forma ma di intenzione: se nei documentari precedenti la realtà era scandagliata con strumenti visionari e disturbanti, qui Oppenheimer si cimenta con la finzione per costruire una distopia musicale, rarefatta e claustrofobica. Il salto è coraggioso, le aspettative altissime. Ma il risultato, pur affascinante per statura e ambizione, si rivela più complesso – e meno coinvolgente – del previsto. Abbiamo visto il film in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
The End è la storia di una famiglia benestante che da decenni vive in un bunker sotterraneo e il cui equilibrio viene sconvolto dall’arrivo di una ragazza che è riuscita a scampare alla fine del mondo.
Ambientato in un rifugio che si rivela presto una prigione, un non-luogo asettico in cui ogni traccia di conflitto o desiderio è stata cancellata, quello che da subito colpisce in The End è l’atmosfera gelida, sospesa, dominata da un’estetica controllata: più che raccontare, il film immerge in uno stato mentale, in un’apocalisse interiore. La regia di Oppenheimer è estremamente formale, costruita su simmetrie rigorose, movimenti lenti e calcolati, inquadrature composte. Ogni elemento è sottoposto a un controllo meticoloso, quasi liturgico, che rafforza il senso di reclusione e alienazione. La macchina da presa osserva senza mai esplodere, trattenuta, come intrappolata nello stesso spazio dei personaggi. La scelta di strutturare il film come un musical destabilizza – nel bene e nel male. Le parti cantate non servono a veicolare emozioni o a portare avanti la narrazione, come nel musical classico, ma si presentano come litanie, in linea con il registro della messa in scena. È un’intuizione potente: la musica come ulteriore strumento di alienazione, un grido rituale e svuotato, tuttavia, ciò che inizialmente incuriosisce, finisce col diventare ridondante.
Nel film spicca comunque l’impegno del cast. Tilda Swinton, presenza sempre magnetica, interpreta con austera precisione la matriarca della famiglia, incarnando un’umanità ormai svuotata di affetti e desideri. La sua interpretazione è impeccabile dal punto di vista formale, ma il personaggio è talmente costruito da risultare più come figura simbolica che come essere vivente. Accanto a lei, George MacKay – nei panni del figlio – regala una performance intensa ma spesso soffocata dalla rigidità del registro. Tra le presenze più incisive, si distingue anche Michael Shannon, che offre una variazione disturbante e glaciale del padre-padrone. Tutti gli interpreti sembrano parlare da una distanza, come se non appartenessero più al mondo né al tempo. È una scelta coerente con il tono del film, ma che contribuisce a raffreddarne ulteriormente la temperatura emotiva.
The End è costruito come una grande allegoria sulla colpa, sul privilegio, sull’autodistruzione dell’élite e sull’incapacità di affrontare la realtà. Il simbolismo, seppur potente, tende a sopraffare ogni forma di racconto. Non ci sono né trasformazioni, né sorprese, ogni scena sembra riscrivere la precedente, senza mai superarla. L’architettura concettuale è solida ma fin troppo chiusa su sé stessa, incapace di aprirsi a un coinvolgimento emotivo. Dal punto di vista visivo, il film è impeccabile: Oppenheimer dimostra ancora una volta di possedere uno sguardo rigoroso, capace di comporre immagini che sembrano installazioni. Ma è un rigore che congela, che respinge più che abbraccia. Anche la durata – 2 ore e 27 minuti – finisce per affaticare lo spettatore, rendendo l’esperienza più cerebrale che emotiva.
The End è un’opera ambiziosa, complessa, rigorosa. Il suo valore risiede più nell’intenzione che nell’impatto, più nella costruzione teorica che nel coinvolgimento emotivo. Joshua Oppenheimer conferma il suo talento, ma sembra perdere di vista quel contatto vivo con il reale che rendeva esplosivi i suoi documentari. Il suo debutto nella fiction è un esperimento di grande valore artistico, ma resta privo di slancio vitale. È la fine del mondo vista dal punto di vista dei colpevoli, ma raccontata senza rabbia, senza pietà e senza speranza.
The End di Joshua Oppenheimer arriva al cinema dal 3 luglio con I Wonder Pictures. Ecco il trailer italiano del film:















