The King è la terza pellicola originale Netflix dopo Marriage Story e The Laundromat ad essere presentata a Venezia 76 fuori concorso. E non è difficile capire il perché: tra i tre è sicuramente il meno importante, così come il meno bello e avrebbe di certo sfigurato se avesse preso il posto di uno degli altri due. Sotto quest’ottica, legata al portare le opere più attese dal pubblico durante i primi giorni, il colosso dello streaming ha scelto di presentare i film in ordine di qualità. Quindi, inizialmente è toccato a Marriage Story, poi a The Laundromat e infine proprio a The King.
La trama si basa sull’ascesa al trono del giovane monarca inglese Enrico V, in seguito alla morte in battaglia del fratello maggiore. Il secondo re di casa Lancaster, titubante rispetto alle sue nuove responsabilità da regnante se paragonate alla sua tenera età, si ritroverà anche ad affrontare la Guerra dei Cent’anni, combattuta tra Inghilterra e Francia dal 1337 al 1453. Le insidie e i drammi per questo giovanissimo monarca non saranno poche.
Tratto dall’Enrico V di William Shakespeare, e sua ennesima trasposizione, The King segue le orme di film del suo genere, benché naturalmente con una trama differente. Un esempio su tutti, Outlaw King, uscito lo scorso anno, sempre per Netflix, con Chris Pine e David Mackenzie alla regia, molto ripreso a livello di intenti, struttura narrativa e messa in scena. Netflix, per il trio dei lungometraggi, ha cercato di portare registi con cui ha già avuto a che fare. Quindi in questo caso torna David Michôd, che aveva già diretto per la piattaforma di streaming War Machine, con Brad Pitt, due anni fa. Ritroviamo Joel Edgerton, co-protagonista e sceneggiatore, col quale Michôd suole lavorare spesso, basti pensare non solo al già citato War Machine ma, soprattutto, a The Rover. Una collaborazione rivelatasi sempre positiva e in The King non è da meno.
La sceneggiatura, uno dei tasselli più importanti, funziona, è lineare. I dialoghi sono credibili, non presentano frasi inadatte al contesto. La narrazione non è affatto pesante, anzi, il film si fa guardare, e comprendere appieno, pur non conoscendo la storia. Ha dalla sua un potenziale enorme di costumi, scenografie ed effetti visivi, sia perché la produzione è di altissimo budget, sia perché Michôd riesce a dare le motivazioni visive e fisiche della scena, per far sì che questa sia ottimale, quindi giocando magistralmente con il comparto in questione. Fin dalle prime scene si fa ampio uso e saggia gestione della violenza. In varie sequenze c’è presenza di sangue, tanti sono i combattimenti. E se i primi non sono perfetti, presentando infatti diversi tagli di montaggio, si assiste invece pian piano ad un netto miglioramento, sino poi alla battaglia finale. Un punto a favore è ricoperto dai movimenti di macchina che il regista australiano rivolge volentieri ad armature, elmi, frecce, dimostrando grande interesse per ciò che sta raccontando.
È bella da vedere, ed è resa benissimo, grazie anche all’interpretazione del protagonista, Timothee Chalamet, la contrapposizione netta tra lusso e povertà. Il suo personaggio rifiuta, inizialmente, di essere figlio del Re, decidendo di vivere autonomamente in un’abitazione modesta, per poi diventare sovrano alla morte del padre e del fratello. Stessa cosa non si può dire per la gestione del rapporto con quest’ultimo, cui hanno lasciato poco spazio, volendo, evidentemente, puntare su altro. Mentre sarebbe stato interessante capire il perché la situazione tra i fratelli e il padre fosse in quel modo. L’asse Chalamet – Edgerton è, invece, promosso. Il secondo riesce a far sorridere, è a suo agio in quei panni. In generale tutti i coprotagonisti adempiono senza farsi notare, non brillano e, cosa negativa, non compaiono molto. Un grande difetto è rappresentato da Robert Pattinson. Nel film, come look, sembra un misto tra Brad Pitt e Tom Cruise in Intervista col Vampiro. Il suo personaggio, che dovrebbe essere il villain, vuole essere caricaturale, un po’ stupido e, per via dei suoi movimenti e della sua parlata, risulta quasi una macchietta.
In generale è un film che ha i suoi problemi, tra cui un po’ di lentezza di narrazione in alcuni punti, qualche minuto che poteva essere tagliato. Diverse scene potevano essere eliminate per allungarne di altre, oppure spiegare meglio all’inizio le motivazioni per cui il protagonista non voleva essere figlio del Re, salvo poi diventarlo. Anche perché, col progredire della pellicola, lui diventerà passo passo ciò che non avrebbe mai voluto essere. L’opera vola via, restano tante domande, con, tuttavia, poche risposte. È comunque perfetto per Netflix, fatto apposta per una piattaforma online più che per il cinema, cosa che non si può affatto dire degli altri due film presentati.

















