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Twin Peaks – “Fuoco, continua a camminare con me”

  • da Luca Brindani
  • 8 settembre 2017
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“Nell’oscurità di un futuro passato, il mago desidera vedere il canto di uno attraverso due mondi. Fuoco, cammina con me.”


Non ci sono le parole per descrivere cosa umanamente sia Twin Peaks. O almeno, le parole non le hanno ancora inventate.
Perchè si, Twin Peaks è una serie TV (se non LA serie) che non si può descrivere, perchè chi la vede compie un viaggio così personale che la visione di insieme cambia da persona in persona. C’è chi la vede in momenti di tristezza, chi la guarda in momenti di felicità, chi la guarda dopo aver superato un periodo difficile o chi la guarda per semplice passione per David Lynch. Io sinceramente non so cosa mi spinse a vederla, forse perchè l’ho vista completamente a “scatola chiusa” e non sapevo assolutamente niente, ma già il solo sentir pronunciare quel nome provava in me un senso di stupore e di curiosità. Così, cominciai a guardare il leggendario primo episodio Passaggio a Nord-Ovest.
Passano due anni.
Da Maggio fino a qualche settimana fa, sono stato letteralmente incollato al computer a guardare una vera e propria dichiarazione di amore all’arte stessa. E come ha fatto Lynch, anch’io voglio scrivere la mia lettera di amore e di addio alla mia serie preferita. E in fin dei conti, la serie migliore mai fatta.

Tutto cominciò in quella macchina, con quel detective strambo di nome Dale Cooper. Un cadavere trovato da un pescatore, una donna orientale che si specchia, un hotel posizionato sopra le cascate dell’Alaska.
E poi, cominci a conoscere gli altri: conosci lo sceriffo Harry Truman ed il suo vice Hawk di origini indiane, conosci il dottor Jacoby psicologo di Laura Palmer, conosci Norma della tavola calda, conosci Bobby Briggs, la bellissima Audrey Horne, la misteriosa signora Ceppo, conosci Albert dell’F.B.I “il sultano dei sentimenti”, conosci lo strambo Andy, conosci il sordo Gordon, conosci Mike l’uomo senza un braccio, conosci la cugina di Laura e ti innamori del Bang Bang Bar. Quando arrivi a Twin Peaks, vedi persone che magari una volta nella tua vita hai visto, ed è per questo che ti sembra tutto così famigliare. L’aria della città è magica, come potresti pensare che vi siano persone malvagie? Ma più scavi a fondo e più trovi la verità. Capisci che le persone hanno una doppia identità, capisci che i forti sono i più deboli, conosci il male primordiale e dopo un po’ perdi il senso stesso dello spazio e del tempo.
E non è così d’altronde la vita? Fatta di questo antico dualismo fatto di bene e male, ma anche ambiguità. Perchè è l’ambiguità stessa a fare Twin Peaks e a fare la vita. Perchè non sai se quello che fai è giusto sbagliato.
Tutto è nella dimensione trascendentale, tutto è un sogno come ci dice Cooper nel penultimo episodio della terza stagione, ed è nei sogni che noi ritroviamo noi stessi.
Twin Peaks è stato per me come una seconda nascita: perchè solo un regista come David Lynch poteva farci addentrare nelle acque profonde della psiche umane e farci meravigliosamente perdere. Perchè non dimenticherò mai i momenti che ho passato con questi personaggi, mai dimenticherò le visioni oniriche, nè le frasi rivelatorie e filosofiche della signora Ceppo, nè le investigazioni di Cooper.
Perchè la serie stessa è un grande teatro dell’assurdo. E’ una metamorfosi. E’ la testimonianza più grande di cosa sia l’umanità. E forse neanche queste parole basterebbero a provare le mie emozioni per questa terza stagione, perchè è stato un viaggio troppo personale che non si può razionalmente capire.

Ma di una cosa sono certo: il fuoco continuerà sempre a camminare con me.

Grazie, David.

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