Il 17 luglio arriva su Netflix Untamed, miniserie thriller ambientata tra i paesaggi maestosi dello Yosemite National Park. Composta da sei episodi e ideata dalla coppia Mark L. Smith (già sceneggiatore di The Revenant e American Primeval) ed Elle Smith, la serie si inserisce nel filone del crime esistenziale dove il mistero è solo un punto di partenza per esplorare la fragilità umana. Al centro della narrazione Eric Bana, che torna a un ruolo da investigatore tormentato dopo le sue performance nei thriller tratti dai romanzi di Jane Harper (The Dry, Force of Nature), ma qui con una stratificazione emotiva più profonda. Insieme a lui: Lily Santiago, Sam Neill, Rosemarie DeWitt. Grazie a Netflix abbiamo potuto vedere la serie in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.
Nel cuore dello Yosemite National Park, una giovane donna muore in circostanze ambigue. A indagare è Kyle Turner (Eric Bana), agente federale specializzato nei crimini all’interno dei parchi nazionali, un uomo che vive nel solco profondo di un grande lutto. L’inchiesta lo mette in contatto con Naya Vasquez (Lily Santiago), una ranger dal temperamento esplosivo, anche lei madre single e carica di cicatrici non guarite. Tra piste incerte, comunità ostili e segreti sedimentati come radici nel terreno, il caso diventa lo sfondo di un confronto emotivo costante tra anime alla deriva.
Se in The Dry e Force of Nature – entrambi tratti dai romanzi di Jane Harper – Bana interpretava investigatori chiusi e osservanti, qui il suo Kyle Turner è un personaggio ancora più disgregato: non un detective carismatico o sagace, ma un uomo spezzato, incapace di tenere in piedi la propria quotidianità. Bana lavora per sottrazione e la sua performance si fonda su piccole espressioni, silenzi, sguardi mai diretti. Il dolore di una sua grande perdita del passato non viene mai narrato in modo esplicito o spettacolarizzato, ma trasuda da ogni sua interazione, ogni esitazione. Il lavoro di Smith e Smith sulla scrittura del personaggio è mirato: il thriller è solo un contorno. L’interrogativo non è “chi ha ucciso?“, ma “cosa resta di un padre che ha perso il proprio centro?“. E lo stesso vale per Naya, interpretata da una sorprendente Lily Santiago. Il suo personaggio non è il tipico sidekick femminile: è una donna giovane, ma già logorata dalla vita, piena di rabbia, determinazione, ma anche istintiva vulnerabilità. Santiago dona a Naya una fisicità spesso in tensione con l’ambiente che la circonda. È una sopravvissuta, ma non una vincente: la sua maternità è una lotta quotidiana, e non viene mai idealizzata. La chimica tra Bana e Santiago è tutta nei non detti, nei piccoli momenti che la serie gestisce con grande controllo.
La struttura narrativa di Untamed va consapevolmente contro le aspettative del genere crime. L’omicidio iniziale, pur presente, non guida realmente la tensione drammatica. Gli indizi, gli interrogatori, i colpi di scena ci sono, ma non rubano mai la scena. Lo spettatore è chiamato a decifrare piuttosto le crepe nei protagonisti, a leggere le incongruenze dei loro comportamenti, a osservare come l’indagine si trasformi in un’occasione di confronto interiore. In altre parole, Untamed è più The Leftovers che True Detective, più interessata all’elaborazione del trauma che alla risoluzione dell’enigma. Questa scelta autoriale è anche il suo punto più divisivo. Chi si avvicina alla serie aspettandosi un thriller classico potrebbe restare deluso dalla rarefazione narrativa, ma chi ama le storie dove l’indagine si sposta dal “fuori” al “dentro” troverà un racconto coeso, scritto con cura.
La regia, affidata a più mani ma sempre coerente nello stile, evita l’enfasi visiva. Nessun movimento di macchina virtuoso, nessun jump scare: Untamed lavora sul minimalismo espressivo, sull’osservazione paziente dei volti e sull’uso narrativo dei paesaggi. La natura non è qui luogo di pace o epifania spirituale, ma spazio vasto e silenzioso, che riflette l’estraneità dei personaggi rispetto a sé stessi e al mondo. Non c’è estetizzazione né fascino: gli alberi altissimi, le nebbie, le radure isolate servono a costruire un senso di vuoto e spaesamento. Lo Yosemite diventa quasi un personaggio a sé: inaccessibile, misterioso, indifferente. Un altro grande pregio di Untamed è il lavoro sui dialoghi. Non ci sono battute ad effetto né spiegoni narrativi: la sceneggiatura si fida dell’intelligenza dello spettatore. I personaggi parlano poco, ma quando lo fanno è per necessità, non per riempire spazi. Ogni scambio è carico di tensione emotiva non detta, e questo rende le conversazioni incisive. Anche il montaggio riflette questo approccio: i sei episodi sono essenziali, mai prolissi, e il ritmo è misurato ma non stanco. Detto questo, proprio la risoluzione finale della trama thriller potrebbe lasciare un senso di insoddisfazione. Dopo cinque episodi costruiti su un’attenta stratificazione di misteri, il sesto chiude il caso centrale con una certa rapidità, lasciando alcune sottotrame in sospeso o appena abbozzate. È una scelta coerente con la volontà degli autori di spostare il baricentro sul vissuto emotivo dei protagonisti, ma rischia di ridimensionare l’impatto dell’intreccio investigativo. Il crimine, pur grave nelle sue implicazioni, viene risolto con sobrietà e ciò potrebbe deludere chi ha seguito la serie aspettandosi un climax più potente e narrativamente risolutivo.
Untamed è una serie che potrebbe spiazzare: prende le forme del thriller, ma le svuota di tensione per riempirle di vita. Non è un crime adrenalinico, ma un viaggio nella perdita. È una storia che parla del senso di colpa, del rapporto tra esseri umani e ambiente, e soprattutto di come le ferite personali possano trovare eco in spazi vasti, dove nessuno ascolta. Una storia piccola, ma onesta.
Untamed è disponibile su Netflix. Ecco il trailer italiano della serie:















