A chi appartiene il Borderland? Questa era la domanda che le prime due stagioni della serie giapponese Alice in Borderland, tratta dal manga di Haro Asō, avevano provato a sciogliere. Con un equilibrio tra giochi mortali e introspezione psicologica, la produzione Netflix si era conquistata un pubblico internazionale, imponendosi come alternativa più nichilista al fenomeno coreano Squid Game. La seconda stagione, rilasciata nel 2022, aveva concluso con coerenza l’arco narrativo tratto dal manga, consegnando al pubblico un finale netto e soddisfacente. Eppure, a distanza di tre anni, il 25 settembre la piattaforma decide di riaprire i cancelli del Borderland con una terza stagione che, già dal trailer, si presentava come un nuovo inizio fondato sul mistero della carta del Joker. Un ritorno atteso e allo stesso tempo temuto, perché privo della cornice letteraria che aveva guidato fino a quel momento la scrittura. Abbiamo visto la stagione in anteprima e di seguito vi riportiamo il nostro parere.

Dopo la conclusione della seconda stagione, Arisu e Usagi cercano di vivere una vita normale nel mondo reale, ma i ricordi del Borderland riaffiorano come sogni e visioni. La pace viene spezzata quando Usagi scompare misteriosamente, legata a un nuovo personaggio, Ryuji, ossessionato dall’aldilà. Arisu riceve la carta del Joker, segnale che il Borderland non è affatto finito. Costretto a tornare in quel mondo, Arisu affronta nuovi giochi ancora più crudeli e psicologicamente destabilizzanti, mentre cerca di salvare Usagi e di capire il senso profondo del Joker.

La prima stagione raccontava la discesa improvvisa di Arisu e dei suoi due amici in una Tokyo deserta, trasfigurata in un’arena ostile dove ogni sopravvivenza dipendeva dalla vittoria in giochi di logica, forza o inganno, collegati alle carte da gioco. La città svuotata, resa viva solo da esplosioni, trappole e silenzi, diventava lo scenario di un’apocalisse personale: i protagonisti, svincolati dalla normalità, dovevano reinventarsi e riscoprire il valore della vita. La seconda stagione proseguiva su toni più cupi e spettacolari: i giochi non erano più soltanto prove di sopravvivenza, ma veri e propri duelli con i “re” e le “regine” del Borderland. La posta in gioco diventava esistenziale e lo svelamento del mistero (il Borderland come limbo tra vita e morte) dava alla serie una cornice filosofica che la distingueva da tanti altri prodotti survival.

A rendere ancora più accattivante la serie erano i suoi protagonisti. Arisu, interpretato da Kento Yamazaki, rimane l’anti-eroe per eccellenza: giovane disilluso e videogiocatore compulsivo, privo di scopi nella vita reale ma in grado di rivelare nel Borderland un’intelligenza lucida e un’umanità ostinata. Al suo fianco, Usagi (Tao Tsuchiya) rappresentava la bussola morale della serie: una sopravvissuta temprata dalle ferite della vita, che trovava in Arisu una forma di fiducia e di legame autentico. Il loro rapporto, nato dalla disperazione, aveva assunto un respiro più ampio, diventando metafora di una possibile speranza persino nel deserto del Borderland. Accanto a loro, personaggi come Chishiya, brillante e ambiguo stratega capace di piegare la logica alla sopravvivenza, e Kuina, guerriera e figura di resistenza, avevano contribuito a creare un mosaico complesso di caratteri e visioni del mondo. Se nelle prime stagioni ogni personaggio aveva un percorso narrativo funzionale e coerente, in questa terza parte la loro presenza appare più sfocata, spesso limitata a comparsate che mirano a riattivare la memoria emotiva degli spettatori piuttosto che a generare nuove dinamiche.

La serie, nelle prime due stagioni, aveva adattato con cura e rispetto la trama originale dal manga, attualizzandone i temi ma mantenendo la struttura narrativa e il significato ultimo. La terza stagione invece nasce senza una controparte cartacea: è un’estensione, un territorio “post-manga” che cerca di prolungare un racconto già concluso. Questo distacco si percepisce in ogni episodio: laddove Haro Asō aveva costruito un percorso chiuso e filosoficamente compiuto, la serie televisiva sceglie la via della reiterazione, replicando dinamiche e giochi ma senza un tessuto narrativo altrettanto solido. Il risultato è un prodotto che vive di intrattenimento ma perde la tensione esistenziale che aveva distinto l’opera originaria.

Se c’è un aspetto che continua a funzionare in questa terza stagione è quello spettacolare. I giochi sono costruiti con una buona fantasia visiva: le prove riescono ancora a mantenere alta l’adrenalina, e lo spettatore viene trascinato nella suspense grazie a un montaggio serrato e a una regia capace di alternare momenti di silenzio a esplosioni di violenza improvvisa. Il design delle sfide, pur meno originali dal punto di vista narrativo, colpisce per la capacità di reinventare spazi urbani e architetture metropolitane, trasformando Tokyo in un parco mortale che continua a stupire per creatività e inquietudine. L’aspetto produttivo resta dunque uno dei veri punti di forza: Netflix ha investito molto per mantenere la qualità visiva alta. Il problema arriva quando si cerca una storia. La sensazione è che non ci sia più nulla da raccontare: i personaggi non evolvono, le relazioni non si approfondiscono e le dinamiche narrative appaiono come una replica sbiadita di ciò che abbiamo già visto. La serie vive solo dei suoi giochi, ma questi non sono più strumenti di racconto: sono numeri da circo, avvincenti ma vuoti. La decisione di continuare oltre il finale del manga rende la stagione un’operazione palesemente commerciale. Non c’è la spinta creativa che giustificherebbe il ritorno, ma solo il desiderio di riportare il pubblico nel mondo del Borderland per sfruttarne l’appeal internazionale. Questo indebolisce ogni scelta narrativa: la carta del Joker, che avrebbe potuto aprire prospettive nuove e originali, viene utilizzata come semplice gancio, senza sviluppare un vero tema di fondo.

Ad aggravare la situazione, ci si aggiunge che alcuni snodi sembrano presi direttamente dalla terza stagione di Squid Game. È un cortocircuito che pesa molto, perché Alice in Borderland aveva costruito la propria identità proprio nel distinguersi da quella formula, ora invece ne sembra un’imitazione e questo ne riduce drasticamente la forza. Infine, sul piano emotivo, manca completamente la densità delle prime due stagioni. Non ci sono momenti di vera catarsi, non ci sono dilemmi morali che restino impressi, non c’è quell’equilibrio tra azione e introspezione che aveva reso l’opera di Asō un cult.

A volte è meglio lasciare che una storia finisca. È questo il pensiero inevitabile dopo aver visto Alice in Borderland – Stagione 3. La serie conserva intatto il suo potenziale spettacolare e riesce ancora a divertire con giochi adrenalinici e scenografie suggestive, ma perde la coerenza e la necessità che avevano reso memorabili le prime due stagioni. Il risultato è un capitolo inutile, nato più da logiche di guadagno che da un’esigenza artistica. Fortunatamente, nonostante i suoi limiti, questa stagione non intacca la forza della “storia principale”, già raccontata e conclusa con efficacia. Resta un ritorno superfluo, destinato a dividere il pubblico tra chi apprezzerà l’intrattenimento e chi non potrà che rimpiangere la chiusura perfetta del 2022.


La terza stagione di Alice in Borderland arriva su Netflix a partire dal 25 settembre. Ecco il trailer della serie:

RASSEGNA PANORAMICA
Alice In Borderland: Stagione 3
5
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Alessandro Pallotta
Classe 1995, laureato in critica cinematografica, trascorro il tempo tra un film, una episodio di una serie tv e le pagine di un romanzo. Datemi un playlist anni '80, una storia di Stephen King e un film di Wes Anderson e sarò felice.

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